Hélène Landemore, Politics Without Politicians. The Case for Citizen Rule Thesis/Penguin, febbraio 2026, 320 pp.
L’autrice
Hélène Landemore, francese, è Damon Wells Professor di Scienza politica a Yale e una delle teoriche della democrazia più influenti della sua generazione. Formatasi tra l’École Normale Supérieure e Harvard, ha costruito la sua reputazione con due libri diventati riferimenti del dibattito: Democratic Reason (2013, premio Spitz), sulla superiorità cognitiva della deliberazione tra molti rispetto al governo dei pochi, e Open Democracy (2020), il manifesto della “democrazia aperta” oltre le elezioni. Ma non è solo una studiosa da biblioteca: ha osservato e in parte contribuito a facilitare dal vivo alcuni dei più importanti esperimenti mondiali di democrazia deliberativa, a cominciare dalla Convenzione dei cittadini sul clima voluta da Macron dopo la rivolta dei gilet gialli. Questo libro, il suo primo rivolto al grande pubblico, distilla vent’anni di teoria e di esperienza sul campo in una proposta radicale — scritta, per sua stessa ammissione, da “populista riluttante”.
La premessa: la democrazia non ha bisogno di politici
La tesi è annunciata dal titolo e sviluppata senza infingimenti: la democrazia non ha bisogno di politici di professione, perché i cittadini comuni possono governare — e in molti casi governare meglio. Il punto di partenza è la crisi di fiducia che attraversa tutte le democrazie elettorali: una profonda insoddisfazione dei governati verso i governanti, che segnala qualcosa di guasto nel meccanismo stesso, non solo nelle persone che di volta in volta lo occupano. La risposta di Landemore non è meno democrazia, né la scorciatoia dell’uomo forte: è più democrazia, ma di un tipo diverso — quello che precede storicamente le elezioni e che oggi sta rinascendo in tutto il mondo sotto forma di assemblee di cittadini estratti a sorte. Il libro è la difesa sistematica di questa alternativa: lotterie civiche che selezionano persone qualunque per governare, non come politici di carriera ma come amministratori temporanei del bene comune.
La critica: l’aristocrazia elettiva
La prima parte del libro smonta il presupposto che identifichiamo con la democrazia stessa: l’elezione. Le elezioni, argomenta Landemore riprendendo un filone che risale ai dibattiti costituenti del Settecento, non sono uno strumento democratico ma aristocratico: selezionano per costruzione i “migliori” — o quelli che sanno presentarsi come tali — e producono ceti politici sistematicamente diversi dai cittadini che dovrebbero rappresentare. I parlamenti delle democrazie contemporanee sono popolati da persone più ricche, più istruite e più omogenee della popolazione; contadini, operai, commesse e infermieri — la maggioranza sociale — non vi mettono quasi mai piede. Questa distanza non è un incidente ma una caratteristica del meccanismo elettorale, e produce la sua conseguenza più corrosiva: i governi rispondono più ai desideri dei ricchi che a quelli di tutti gli altri, perché chi governa ai ricchi somiglia.
A questa esclusione verticale se ne aggiunge una più sottile, su cui Landemore insiste con particolare passione: l’esclusione dei timidi. La politica elettorale è uno sport per personalità estroverse, competitive, dalla pelle dura; premia chi ama il palcoscenico e il conflitto, e lascia fuori l’enorme riserva di giudizio e di esperienza di chi non alzerebbe mai la mano in un comizio. Uno degli obiettivi dichiarati del libro è precisamente “far uscire i timidi”: costruire istituzioni in cui anche le voci sommesse contino. La democrazia, nella metafora che percorre il libro, dovrebbe essere come una buona festa: una padrona di casa accogliente fa in modo che anche l’ospite più riservato si senta libero di parlare, ascoltare ed essere ascoltato.
Il sorteggio: storia e ragioni di un ritorno
La parte centrale rilancia lo strumento che la tradizione democratica ha usato per secoli e poi dimenticato: la selezione casuale. Nell’Atene classica il sorteggio era il metodo democratico per eccellenza — le elezioni erano considerate adatte alle aristocrazie — e forme di lotteria civica hanno attraversato la storia repubblicana, da Firenze a Venezia. Il sorteggio, argomenta Landemore, ha virtù che l’elezione non può avere. Impedisce la cattura del potere da parte di una minoranza organizzata, perché nessuno può comprare, lusingare o costruire una carriera per ottenere ciò che solo il caso assegna. Distribuisce la partecipazione attraverso tutte le classi sociali, restituendo al campione dei governanti la fisionomia dei governati. E genera ciò che l’autrice chiama intelligenza collettiva: la diversità cognitiva di un gruppo che rispecchia la società intera produce, nelle giuste condizioni deliberative, decisioni migliori di quelle di un gruppo di esperti omogenei — perché ciascuno vede ciò che gli altri non vedono. All’obiezione classica — i sorteggiati non rispondono a nessuno, mancano di accountability — il libro risponde che la responsabilità non passa solo dalle urne: le assemblee di cittadini possono essere vincolate a procedure di giustificazione pubblica delle proprie scelte, e le loro proposte possono essere sottoposte a verifica referendaria. Chi è estratto a sorte, inoltre, non ha una carriera da difendere né una rielezione da inseguire: è libero dalla dipendenza strutturale da donatori, partiti e sondaggi che incatena il politico di professione.
I mini-pubblici alla prova del mondo
Il cuore empirico del libro — le sue pagine più personali, a tratti quasi memorialistiche — è la rassegna di trent’anni di esperimenti reali con i “mini-pubblici“: assemblee di cittadini estratti a sorte per deliberare su questioni specifiche. Landemore li racconta anche da testimone diretta. L’Assemblea dei cittadini della British Columbia, che nel 2004 fu incaricata di ridisegnare il sistema elettorale della provincia. Il processo costituzionale islandese del 2010-2013, in cui cittadini comuni parteciparono alla scrittura di una nuova costituzione dopo il collasso finanziario del paese. L’Assemblea irlandese del 2016-2018, che preparò con una deliberazione esemplare le decisioni su aborto e clima, sbloccando questioni che i politici di professione non avevano osato toccare per decenni. E soprattutto la Convenzione francese sul clima — centocinquanta cittadini estratti a sorte, dalle casalinghe agli artigiani, incaricati di proporre le politiche climatiche della Francia — che Landemore ha seguito dall’interno. Il bilancio che ne trae è netto: questi organismi si sono dimostrati adattabili a culture e contesti diversi, perfino in società profondamente divise, e hanno provato che, nelle giuste condizioni, i cittadini comuni sono capaci di deliberazione informata, giudizio ragionato e perfino di competente produzione legislativa — con prestazioni pari o superiori, sotto molti aspetti, a quelle dei politici di professione.
C’è poi un effetto collaterale che il libro documenta con pagine di inattesa commozione: la trasformazione umana dei partecipanti. I giurati francesi raccontano di esperienze che hanno cambiato la loro vita — persone che non avevano mai parlato in pubblico scoprono di avere qualcosa da dire, avversari ideologici imparano a stimarsi, il disincanto lascia il posto a un senso di appartenenza. Il disaccordo non scompare, nota Landemore; ma dentro queste assemblee non degenera mai nel disprezzo tribale che avvelena la politica elettorale.
La proposta: una legislatura di cittadini
L’ultima parte disegna l’architettura di una politica senza politici. Il modello di Landemore prevede una legislatura composta interamente da cittadini estratti a sorte — non una seconda camera accanto a quella elettiva, come propongono i riformatori più cauti, ma il cuore stesso del potere legislativo — integrata da referendum che permettono all’intera cittadinanza di avere l’ultima parola sulle proposte. I sorteggiati servono per mandati limitati, adeguatamente retribuiti e supportati da esperti che informano senza decidere: amministratori temporanei, appunto, non un nuovo ceto. Attorno alla camera sorteggiata, l’ecosistema della democrazia aperta: diritti di iniziativa popolare, piattaforme deliberative, rotazione delle cariche — una pluralità di canali pensata perché il potere resti sempre accoppiato ai bisogni e agli obiettivi dei cittadini, invece che alle convenienze di chi lo esercita.
La conclusione: la democrazia come pratica
Il libro rivendica esplicitamente la propria natura: non un catalogo di ciò che non va, ma un manifesto per ciò che è possibile. La democrazia elettorale ci ha abituati a essere spettatori di uno spettacolo recitato da altri — uno sport da guardare, con la scheda nell’urna come unico biglietto d’ingresso. Landemore propone di riprendercela come pratica condivisa: non solo nel voto, ma nella scrittura delle leggi e delle politiche che governano le nostre vite. A chi si è sentito impotente davanti alla politica, il libro offre una promessa precisa: “noi, il popolo” non è una formula retorica scolpita nei preamboli costituzionali, ma una capacità reale, dimostrata ogni volta che a persone comuni è stato chiesto di governare — e lo hanno fatto con chiarezza e immaginazione.
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Claude
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