La Scozia è un viaggio introspettivo. Il verde dicono sia il colore della speranza, ma è anche, per chi gira – da Edimburgo a Inverness, la “capitale” delle Highlands – il colore della riflessione e della calma. Mette tranquillità. Nelle “Terre Alte” domina. Nelle vaste brughiere con le sfumature violacee dei cardi e dell’erica selvaggia che cresce a cespugli ovunque. Nei prati rigogliosi dove pascolano mucche col ciuffo e pecore di ogni tipo. Le distese verde chiaro e verde scuro sono le vere protagoniste del paesaggio scozzese.

Poi vi sono i castelli. Gli scozzesi li descrivono con orgoglio, sono per loro come per noi i fori imperiali. Una testimonianza dei clan del passato. Forse agli occhi di chi è abituato a rovine più illustri (se ve ne sono, di rovine più illustri delle altre) appaiono pietre posate lungo un lago. Invece, è nell’essenzialità della loro forma che si percepisce l’essenzialità dell’animo della Scozia. Pochi sfarzi, semplicità e natura. Il Loch Ness fa da sfondo. Ecco, questo lago paludoso si dirama in tantissime piccole insenature, ha una costa frastagliata, contornata da fitti boschi. Vederlo col sole è un privilegio di cui, fortunatamente, ho potuto giovare. Vicino a Urquhart Castle, a Drumnadrochit, uno degli scorci più fotografati dai turisti, vi è un punto panoramico che si raggiunge a piedi. Lugo il sentiero ci si imbatte nel Fairy Log, un ceppo su cui chi passa può conficcare, con l’aiuto di una pietra, una moneta nella corteccia: un’offerta agli esseri magici del bosco, per ricevere in cambio un po’ di fortuna. È una delle tante storielle della cultura scozzese, ce ne sono molte. Dopo aver saldato i debiti con fate e folletti, si prosegue ma si sa, in Scozia piove parecchio. Morale della favola, proprio a pochi metri dalla meta, il percorso è divenuto un bel ruscello. Una gioia per i cani e i cavalli incontrati lungo la strada, un “problema” per i bipedi presenti che non avevano molta voglia di bagnarsi nell’acqua ghiacciata. Ma la riva del Loch Ness era troppo vicina per non poterla vedere e così, trovato il guado, ci siamo tolti le scarpe e abbiamo attraversato il fiume. Nessie non si è palesata, ma ne è valsa la pena comunque.

La creatura leggendaria che vive nella profondità degli abissi è la mascotte per eccellenza di quei luoghi. Si vendono persino le bottigliette di whisky a forma del misterioso mostro. A Inverness, in un negozio di superalcolici – in un perfetto italiano – ci hanno raccontato qualche aneddoto folkloristico mentre ci veniva fornita qualche chicca su gin e affini prodotti in Scozia. A Luss poi, un paesino pittoresco, la degustazione in distilleria, tra whisky floreali, torbati e secchi del Loch Lomond, è d’obbligo. Il nostro “esperto”, uno scozzese di due metri con la barba bionda che butta giù i bicchierini di assaggio come se fossero bibite, ci ha spiegato il segreto che si cela dietro un whisky con la W maiuscola: l’acqua di sorgente è fondamentale, tanto quanto il buon legno delle botti per l’invecchiamento. Gradazioni alcoliche a parte, la Scozia è una terra aperta, sorridente, sa di casa. Le persone sono solari, hanno voglia di raccontarsi, e – viceversa – sono curiosi e affascinati dal diverso. Non mi stupisce, perché la ruralità solo agli occhi dei radical chic è sinonimo di mondo chiuso e bigotto. È difficile decifrare l’animo popolare scozzese, per certi versi molto conservatore, tradizionalista, per altri, dalle sfumature anche libertarie. Nelle Highlands di libertà se ne respira, mista a un forte attaccamento identitario per la propria storia e le proprie radici. Al Castello di Cawdor, fortezza citata nella geniale tragedia di Macbeth di Shakespeare e nota per il suo giardino ricco di labirinti, fiori colorati e fontane, sono bellissime le foto ritraenti i nobili proprietari in kilt.

Oggi il suono della cornamusa si ode in strada, tra i vicoli, ma anche in posti più remoti, come ad esempio dinanzi le scogliere e le cascate dell’Isola di Skye. Un’isola che si raggiunge dopo kilometri e kilometri di strada in mezzo al nulla, in cui il confine tra terra e cielo pare sparire, diventando un tutt’uno con le falesie a picco sull’Atlantico. Un altro luogo dove l’anima riposa e “spazza via” la polvere accumulata nella frenesia di tutti i giorni è la spiaggia di Nairn. La sabbia bianca sembra zucchero a velo, è finissima, e il vento tira forte increspando il mare. Sembra di essere su una di quelle spiagge descritte da C.S. Lewis nelle Cronache di Narnia, con Aslan che ti viene incontro. La sensazione che si respira è di pace. Una baia sconfinata, dai riflessi celesti, azzurri, blu, si apre agli occhi. È la stessa sensazione che si ha attraversando il Glen Coe, una infinita valle tempestata di cime montuose popolata da cervi e animali selvatici. A proposito, il cervo è, insieme alle simpatiche mucche scozzesi e agli unicorni, uno dei simboli della Scozia. Imponente, fiero, è ritratto in tantissimi quadri presenti alla Galleria d’arte di Edimburgo. Non solo, è anche il simbolo del più antico pub della capitale, fondato nel 1516. Il White Hart Inn, appena dietro Victoria Street, è rimasto come allora.

Nella mitologia celtica, il cervo bianco è un animale puro e raro, simbolo di spiritualità, messaggero dall’oltretomba, presagio di profondi cambiamenti. Leggenda narra che nei pressi del pub appaia ancora, magari dopo qualche pinta di birra. Anche a Edimburgo, le tradizioni sono molto sentite. In occasione del Fringe Festival, che si tiene ogni anno ad agosto, tutte le sere si fanno esibizioni e parate militari. Cornamuse e kilt ovunque, ben mescolati ai tantissimi artisti di strada che popolano il Royal Mile, la via principale della città. Vi sono poi i close, viuzze laterali strette e ripide, nel cuore della Old Town, che portano a tranquilli cortili o giardini interni ai palazzi. Qui grandi scrittori e pensatori hanno vissuto, dal padre dell’empirismo David Hume al poeta Robert Burns, autore dell’inno universale “Auld Land Syne”. Dalla rocca della città storica, per passare alla città più moderna, ma anche per recarsi al Walter Scott Monument o al Nelson Monument, è un continuo Sali e scendi. Edimburgo, come Roma, è stata costruita su tante colline e collinette. Vi sono scale ovunque, ci si tiene in forma. A dire il vero, la vivacità della capitale scozzese ricorda molto quella delle città italiane. Tante botteghe, molti locali, parchi, sembra esser – insomma – una città a misura d’uomo.

Oltre all’imponente castello di Edimburgo, il Palazzo di Holyroodhouse, la residenza dei reali inglesi, e le Cattedrali in stile gotico come quella di Sant’Egidio dove è sepolto il riformatore protestante John Knox, fanno da cornice. Sia chiaro, una cornice essenziale, nulla a che vedere con gli sfarzi del barocco. Lungo il Royal Mile vi è la statua del più grande scozzese di tutti i tempi, Adam Smith. Vederla è stata un’occasione per ripassare il suo pensiero. Il filosofo, oltre alla celebre teoria della mano invisibile che muove l’economia, teorizzò anche il paradosso del valore, una contraddizione che, invero, viviamo quotidianamente tutti, forse oggi più di ieri. Ecco il paradosso. L’acqua è utile, ne abbiamo bisogno, eppure costa pochissimo; i diamanti, invece, non occorrono alla nostra sopravvivenza, ma hanno un prezzo talvolta inarrivabile. Questo perché esiste il valore di scambio, ma poi – più rilevante – esiste il valore d’uso, ovvero il valore concreto. È una interessante metafora. Alla fine, ciò che è importante, nella vita, costa poco, o forse, anche nulla. Una birra in buona compagnia resta il lusso più grande. Perché il valore più vero, inestimabile, è genuino. Non chiede di essere esibito, né tantomeno dimostrato. Un po’ come le Highlands, un po’ come lo spirito indomito e sincero di un popolo libero. Mi piace pensare sia questo il segreto che si cela dietro anche quella mano che ci guida. Potremmo tutti inseguire quel valore essenziale che ci migliora la vita, e insieme – forse – miglioreremmo tutti. Aye, right!

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Classe 1998, nata sotto il segno del cancro. Veneta, al momento a Roma. Seguo la politica estera e le cronache parlamentari. Tennista a tempo perso, colleziono dischi in vinile e li ascolto rigorosamente davanti a un calice di rosso. Kierkegaard e Nozick due grandi maestri.




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Ottavia Munari

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