I PAESAGGI AGRARI DELL’ ETA’ ROMANA (I)
1.1 Gli elementi di transizione dal paesaggio agrario pre-romano
La civiltà etrusca e la colonizzazione greca segnano l’inizio dell’elaborazione dei più antichi elementi del paesaggio agrario italiano. Queste due componenti hanno favorito la concentrazione urbana, l’intensificazione produttiva e la prima vera trasformazione sistematica del paesaggio naturale in paesaggio antropizzato. I principali elementi costitutivi di tale incidenza sul paesaggio agrario antico in epoca pre-romana sono il sistema del maggese, il giardino mediterraneo, le piantate.
Con il maggese fu introdotta una prima divisione geometrica e regolare dei lotti e dei campi, garantendo la cura e la rotazione periodica della terra a riposo. Il giardino mediterraneo si configurò con appezzamenti chiusi e da una spiccata poligonale irregolarità nei contorni per proteggere le colture arboree e arbustive. Infine, le piantate (diffuse soprattutto al centro e al nord della penisola) erano contraddistinte dalla squadratura dei filari e dall’allevamento promiscuo della vite maritata agli alberi vivi.
1.2 L’eredità degli Etruschi
Gli Etruschi occupavano un’area che corrisponde all’incirca alla Toscana, all’Umbria fino al fiume Tevere e al Lazio settentrionale. In un secondo periodo si espansero a nord nella zona padana (attuali Emilia-Romagna, Lombardia sud-orientale e Veneto meridionale) e a sud fino in Campania. L’inizio della storia degli Etruschi li vede principalmente come agricoltori e pastori, attività che non abbandonarono mai anche quando si dedicarono ad altre attività.
Nei territori in cui essi si insediarono, in epoche in cui la metallurgia compiva passi notevoli, seppero trasformare l’agricoltura da un’attività di pura sussistenza a una decisamente più commerciale.
In tali anni si affermarono anche come marinai, riuscendo a instaurare commerci marittimi non solo nel mar Tirreno e Ligure, ma anche lungo le coste del Mediterraneo nordoccidentale (Golfo del Leone). Per questa egemonia marittima si è parlato di una vera e propria talassocrazia etrusca, cioè un dominio commerciale con scambi di prodotti agricoli e artigianali in cambio di materie prime, in particolare di stagno.
L’eredità che gli Etruschi hanno lasciato alle civiltà successive e in particolare ai Romani è la grande esperienza maturata nell’attività agricola. Durante la fase villanoviana
(tra il IX e l’VIII secolo a.C.), che rappresenta la prima fase
della civiltà etrusca, gli agricoltori coltivavano il triticum dicoccum (il farro medio), qualità di frumento non particolarmente pregiata, ma facilmente coltivabile nelle loro zone umide l’orzo e i ceci, insieme a fave, lenticchie e farro piccolo (triticum monococcum).
Fondamentale è stato il cosiddetto sinecismo etrusco e cioè il passaggio, avvenuto tra l’VIII e il VII secolo a.C., che ha trasformato la società rurale in una rete di potenti città-stato organizzate. Gli Etruschi introdussero una pianificazione geometrica del territorio e forme specifiche di coltura promiscua, come l’allevamento della vite maritata a sostegni vivi nell’Italia centro-settentrionale. I tralci lunghi della vite venivano lasciati correre su sostegni vivi (pioppi, aceri, olmi), tipici dell’Etruria e della Pianura Padana.
Altri punti forti introdotti dagli Etruschi furono la coltura promiscua con la consociazione di viti, alberi da frutto e cereali nello stesso fondo agricolo e la misurazione del suolo con l’organizzazione geometrica e catastale legata alla nascita dei centri urbani strutturati. Successivamente la colonizzazione greca favorì la vite bassa o ad alberello (il giardino mediterraneo), contrapposta alla piantata etrusca.
In particolare, per le bonifiche idrauliche e la razionalizzazione di sistemi irrigui, gli Etruschi diffusero tecniche per la funzionalità e la manutenzione di canali, cunicoli sotterranei e la regimazione delle acque per la coltivazione e la sistemazione dei terreni collinari e pianeggianti.
Parte dell’esperienza degli Etruschi proveniva dall’ Oriente. Su tali basi, essi svilupparono anche l’uso di pratiche più evolute (ad es. aratri più perfezionati), coltivazioni di nuove specie vegetali, integrazione fra agricoltura e zootecnia, trasformazione di prodotti. Per la vite e l’olivo, furono messe a punto tecniche avanzate per la potatura e l’allevamento (come per la vite maritata).
Gli Etruschi, d’altra parte, sono stati i primi in Italia a coltivare la vite a partire dalle varietà selvatiche. Era una pianta che vedevano nel loro ambiente naturale, di cui avevano già imparato a raccogliere i frutti nei boschi. Con lo sviluppo della civiltà, essendo, come detto, grandi navigatori e mercanti, ebbero contatti sempre più intensi con i popoli del Mediterraneo orientale (soprattutto con i Greci), dove coltura e tecniche viticole erano già più evolute. Questo permise loro di affinare le tecniche produttive, d’importare nuovi attrezzi e nuove modalità di lavoro.
Così, con tale sviluppo delle tecniche agricole, molto ammirate da Greci e Romani, gli Etruschi incrementarono il numero delle coltivazioni producendo anche vino e olio e ottenendo, per i cereali, rese davvero notevoli. La testimonianza ci viene da Varrone (116-27 a.C.) nel “De re rustica” (Libro I, 44): “(…) quod tantum valet regio ac genus terrae, ut ex eodem semine aliubi cum decimo redeat, aliubi cum quinto decimo, ut in Etruria locis aliquot.”: “poiché è tanto importante la località in cui si semina e la natura del luogo, tanto che lo stesso seme in un posto rende 10 volte tanto, in un altro 15, come in qualche zona dell’Etruria “. Gli Etruschi esportarono le loro produzioni di grano fino a Roma, soprattutto nei periodi di carestia del V sec.a.C. e della guerra contro Cartagine del 205 a.C.
La vera grande innovazione venne però dalla rigorosa legislazione agraria da essi adottata con leggi, codici e tecniche che passarono poi ai romani. Le norme erano così ferree che i loro sacerdoti che delimitarono per primi, con un rituale solenne, i campi dei singoli proprietari, decretarono che chi avesse spostato una pietra o cippo di confine, sarebbe stato condannato a morte. E in quest’ambito rientra anche la citata introduzione in Italia della scienza della misurazione dei terreni, anche attraverso lo strumento del groma, alla base poi della tecnica di centuriazione romana
Tutte le attività descritte vennero progressivamente adottate anche da altre popolazioni:
dall’alto Lazio e da alcuni territori toscani si estese sia verso il Nord della penisola che verso il Meridione, giungendo sino ai confini campani del Sele.
La civiltà etrusca visse tra il VIII secolo a.C. ed il 396 a.C., influenzando molto la civiltà romana e facendosi infine assimilare fino all’inglobamento definitivo che avvenne con la conquista di Veio da parte dei romani, appunto nel 396 a.C.
1.3 Colonizzazione e appropriazione identitaria del paesaggio agrario romano
Ferma restando l’esperienza acquisita dalle civiltà precedenti nei settori della bonifica idraulica e delle colture arboree, la conquista e la colonizzazione romana caratterizzarono in via definitiva e “identitaria” gli elementi fondamentali ereditati dal paesaggio agrario etrusco e greco: il piano geometrico dei lotti e dei campi nel sistema del maggese, i contorni del “guardino mediterraneo”, i filari di piantate dell’Italia centro-settentrionale.
In particolare, il giardino mediterraneo si identificava nell‘hortus Etrusco-Italico in cui, come spazio funzionale e sacro insieme, cinto da muri di protezione, si coltivavano legumi, ortaggi e alberi da frutto necessari alla famiglia, ma con una spiccata attenzione simbolica e religiosa legata ai cicli della terra. Muretti a secco in pietra naturale, siepi di arbusti sempreverdi resistenti alla siccità e bordure basse di piante aromatiche vi tracciavano i confini dello spazio senza isolarlo dal paesaggio.
Peraltro, tale “appropriazione” non era più, come in età greca ed etrusca, affidata all’iniziativa di una singola fondazione urbana o coloniale ma la conquista romana la assurgeva a sistematico e generale piano di colonizzazione. Da qui la successiva espansione di Roma impose poi la codificazione e la misurazione geometrica universale del territorio attraverso la centuriazione.
1.4 Strada e acquedotto romano nel paesaggio agrario romano
Il reticolato della limitatio romana attuato con la centuriazione, non indicava solo delle linee ideali ma segnava anche rigorosi e stabili confini dei lotti a cultura e, ad un tempo, i percorsi della viabilità pubblica e vicinale. Percorsi che s’inserivano nella rete stradale dell’impero di Roma in modo da diventare la via decisiva per la diffusione del suo sistema agrario, economico, sociale, culturale ed amministrativo. Si può dire anzi che il rilievo della forma della centuriatio romana lungo la rete delle grandi vie di Roma repubblicana e imperiale, ha impresso un’impronta decisiva su buona parte della pianura italiana. Ad una tale struttura si sono perciò adattate anche tecniche e percorsi delle più moderne opere di bonifica o di sistemazione del suolo che caratterizzano il nostro paesaggio agrario.


Il primo fu l’Aqua Appia, costruito nel 312 a.C. che raggiungeva, il primo di undici grandi acquedotti, il centro della città di Roma.
2. LE FORME DEL PAESAGGIO AGRARIO DELL’ETA’ ROMANA
2.1 L’egemonia del nuovo modello politico e territoriale
Le condizioni di cui si è finora detto determinavano progressivamente la forma del paesaggio agrario romano come il segno distintivo della condizione giuridica delle popolazioni vinte e delle terre conquistate. La colonizzazione secondo i princìpi ed i metodi della centuriazione e dell’arte gromatica – di cui già si è detto in altro intervento – si concretizzava in ogni singola fondazione coloniale per rispondere alle necessità del nuovo sistema agrario e dei nuovi rapporti giuridici che la conquista romana diffondeva ed imponeva. Peraltro, non tutto il territorio di una comunità veniva necessariamente diviso e assegnato: una parte importante delle terre escluse dalla divisione restava generalmente adibita ad uso comune di pascolo, di legnatico, ecc.
Le modalità con cui Roma subentra agli usi territoriali dei popoli conquistati sono state approfondite da Emilio Sereni nel volume “Comunità rurali nell’Italia antica” (1955). L’indagine partiva da documenti epigrafici chiave come la Sententia Minuciorum, lodo arbitrale del 117 a.C. emesso dai magistrati romani Quinto e Marco Minucio per definire i diritti di pascolo, proprietà e canoni d’affitto sui terreni pubblici (ager publicus) in Liguria. Sereni confrontava in sostanza rapporti di proprietà e forme di vita delle popolazioni locali prima e dopo l’arrivo di Roma. La romanizzazione, da tale confronto, rivelava un processo di marginalizzazione che non era solo un innesto urbano, ma comportava un meccanismo di «differenziazione esterna» che impose i modelli politici, fondiari e culturali del centro egemone e l’emarginazione delle esperienze comunitarie estranee al mondo romano.
Tale subordinazione “politicamente” mirata fu da alcuni studiosi poi accostata ai fattori originari del meridionalismo. In effetti, Sereni attenuò la portata sociologica del suo studio, tanto che nella sua opera principale “Storia del paesaggio agrario italiano” (1961) il motivo centrale dell’epoca romana diventa la varietà dei paesaggi agrari dell’Italia antica: la villa rustica, la piantagione, il compascuo, il saltus.
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