Hind Rajab aspettò per ore che qualcuno venisse a prenderla. Aveva sei anni e si trovava dentro un’automobile a Gaza City, circondata dai corpi dei suoi familiari. Fuori c’erano i combattimenti, i mezzi militari israeliani e una città nella quale persino percorrere poche centinaia di metri poteva significare morire. Dall’altra parte del telefono c’erano gli operatori della Mezzaluna Rossa palestinese, che cercavano di tranquillizzarla mentre tentavano disperatamente di far arrivare fino a lei un’ambulanza.
Quella telefonata del 29 gennaio 2024 sarebbe diventata una delle testimonianze più strazianti della guerra di Gaza. Hind continuava a chiedere quando sarebbero arrivati i soccorritori, diceva di avere paura e implorava gli adulti che sentiva attraverso il telefono di non abbandonarla. L’ambulanza alla fine partì. A bordo c’erano due paramedici, Yusuf al-Zeino e Ahmed al-Madhoun. Non riuscirono mai a riportare indietro la bambina e morirono anche loro.
Oltre due anni e mezzo dopo, la storia di Hind entra adesso in un’aula giudiziaria. L’esercito israeliano ha annunciato l’apertura di un’indagine penale sulla morte della bambina, dei suoi familiari e dei due soccorritori. La decisione arriva dopo l’esame di circa 150 episodi relativi alla condotta delle truppe nella Striscia di Gaza. Tra questi, la Procura militare ha scelto di approfondire proprio uno dei casi diventati simbolo delle vittime civili del conflitto.
Hind Rajab, ka prima telefonata e quella voce rimasta sola
Quel 29 gennaio la famiglia di Hind cercava di lasciare il quartiere di Tel al-Hawa, a Gaza City, mentre le truppe israeliane avanzavano nella zona. La bambina viaggiava su una Kia nera insieme agli zii e ai cugini quando l’automobile finì sotto il fuoco.
A chiamare inizialmente la Mezzaluna Rossa fu Layan Hamadeh, cugina quindicenne di Hind. Raccontò all’operatore che un carro armato si trovava vicino all’automobile e che stavano sparando. Durante la conversazione si sentirono le sue urla e una raffica di colpi, poi la comunicazione si interruppe.
Gli operatori provarono a richiamare. Questa volta rispose Hind.
La bambina era sopravvissuta all’attacco, ma si trovava ormai sola tra i familiari uccisi. Cominciò così una lunghissima conversazione durante la quale il personale della Mezzaluna Rossa cercò contemporaneamente di rassicurarla e di organizzare il soccorso. Hind raccontava ciò che vedeva, chiedeva quando sarebbe arrivata l’ambulanza e ripeteva di avere paura.
Le registrazioni di quelle telefonate fecero rapidamente il giro del mondo. Non servivano immagini per comprendere ciò che stava accadendo dentro quella macchina. Bastava ascoltare una bambina che chiedeva agli adulti una cosa elementare: venire a prenderla e portarla via da lì.
L’ambulanza parte, poi cala il silenzio
Raggiungere Hind era però estremamente pericoloso. La Mezzaluna Rossa dovette coordinare il passaggio del mezzo di soccorso e cercare garanzie perché l’ambulanza potesse entrare nella zona dei combattimenti. Alla fine Yusuf al-Zeino e Ahmed al-Madhoun partirono per recuperare la bambina.
Durante l’attesa gli operatori continuarono a parlare con lei. Hind sapeva che qualcuno stava arrivando e continuava ad aspettare. Poi le comunicazioni si interruppero. La centrale perse il contatto sia con la bambina sia con i due paramedici.
Da quel momento nessuno riuscì più a sapere che cosa stesse accadendo. Per giorni l’intensità dei combattimenti impedì alla famiglia e ai soccorritori di raggiungere la zona. Mentre le registrazioni della voce di Hind circolavano in tutto il mondo, la domanda diventava sempre più angosciante: la bambina poteva essere ancora viva?
La risposta arrivò soltanto il 10 febbraio, dodici giorni dopo.
Quando i familiari riuscirono finalmente a raggiungere il luogo dell’attacco, trovarono la Kia devastata dai colpi. All’interno c’erano i corpi di Hind e dei suoi parenti. Poco distante apparve anche l’ambulanza della Mezzaluna Rossa, distrutta. Yusuf e Ahmed erano morti.
Erano riusciti ad arrivare vicinissimi alla bambina che avevano cercato di salvare.
I 335 fori sull’automobile di Hind Rajab
Dopo il ritrovamento dei corpi cominciò una lunga battaglia per ricostruire quanto era accaduto. Le prime versioni israeliane contestarono che vi fossero truppe abbastanza vicine all’automobile da attribuire ai militari la responsabilità dell’attacco. In seguito diverse ricostruzioni giornalistiche e forensi individuarono invece mezzi corazzati israeliani nell’area.
Una delle analisi più approfondite arrivò da Forensic Architecture, il gruppo di ricerca con sede alla Goldsmiths University di Londra. Gli esperti ricostruirono la scena attraverso fotografie, filmati, immagini satellitari e registrazioni sonore delle telefonate. Sulla vettura contarono 335 fori riconducibili ai proiettili e collocarono un mezzo militare israeliano a distanza relativamente ravvicinata dall’automobile.
L’analisi delle registrazioni della telefonata di Layan permise inoltre di studiare la sequenza delle raffiche. Quelle conclusioni alimentarono una domanda destinata a inseguire il caso per più di due anni: chi aveva aperto il fuoco poteva rendersi conto che dentro quell’automobile si trovavano dei civili e dei bambini?
Fino a oggi le diverse ricostruzioni non avevano prodotto un procedimento penale capace di accertare eventuali responsabilità individuali. È proprio questo che cambia con la decisione annunciata dall’esercito israeliano.
Israele apre un’inchiesta sulla morte di Hind
La Procura militare ha deciso di approfondire penalmente l’intero episodio, con particolare attenzione anche alla morte dei due paramedici. L’esercito israeliano ha riconosciuto che i propri soldati spararono contro l’ambulanza della Mezzaluna Rossa e l’inchiesta dovrà ora ricostruire in quali circostanze avvenne l’attacco e se il comportamento dei militari possa configurare responsabilità penali.
L’apertura dell’indagine non equivale naturalmente a una condanna e non stabilisce in anticipo chi abbia ucciso Hind. Rappresenta però un cambiamento importante rispetto alla lunga fase nella quale le responsabilità per quanto accaduto erano rimaste oggetto di ricostruzioni contrapposte.
Per la famiglia della bambina significa soprattutto che, dopo oltre due anni, qualcuno dovrà tentare di rispondere attraverso gli strumenti di un’indagine giudiziaria alle domande rimaste aperte dal 29 gennaio 2024: chi sparò contro quella macchina, che cosa videro i militari, perché venne colpita l’ambulanza e che cosa accadde durante gli ultimi minuti nei quali Hind rimase in attesa dei soccorritori.
Un’altra inchiesta sui 15 soccorritori uccisi a Rafah
Il caso Hind non è l’unico sul quale la magistratura militare israeliana ha deciso di intervenire. Dopo avere esaminato circa 150 episodi della guerra, la Procura ha disposto un’indagine penale anche sull’uccisione di 15 operatori palestinesi dei servizi di emergenza, avvenuta a Rafah il 23 marzo 2025.
Le vittime appartenevano alla Mezzaluna Rossa palestinese, alla Protezione civile e alle Nazioni Unite e stavano partecipando a operazioni di soccorso quando finirono sotto il fuoco israeliano. L’esercito aveva già riconosciuto «fallimenti professionali» nella gestione dell’operazione e aveva adottato provvedimenti disciplinari contro alcuni ufficiali. Ora gli investigatori dovranno verificare anche l’eventuale esistenza di condotte penalmente rilevanti.
La Procura militare ha invece deciso di non aprire procedimenti penali per altri tre episodi esaminati: l’attacco dell’aprile 2024 nel quale morirono sette operatori di World Central Kitchen e due diversi attacchi che provocarono la morte di quattro membri di Medici senza frontiere.
La decisione su Hind resta quindi ancora più significativa proprio perché arriva dopo un esame che non ha portato automaticamente all’apertura di indagini penali per tutti gli episodi sottoposti ai magistrati militari.
La voce di Hind è diventata un simbolo della guerra
Nel frattempo la storia della bambina ha superato i confini della cronaca. La regista tunisina Kaouther Ben Hania l’ha trasformata nel film The Voice of Hind Rajab, costruito anche attraverso le registrazioni autentiche delle telefonate con la Mezzaluna Rossa. La madre della bambina autorizzò l’utilizzo della voce della figlia perché quella testimonianza continuasse a essere ascoltata.
È forse proprio questo elemento a rendere la vicenda diversa da molte altre tragedie di Gaza. Dei minuti che precedettero tante morti non resta nulla. Delle ultime ore di Hind, invece, rimane una voce.
Rimane la voce di una bambina che aveva visto morire la propria famiglia e non riusciva a comprendere perché gli adulti non fossero ancora arrivati. Rimangono gli operatori della Mezzaluna Rossa che tentavano di tenerla al telefono mentre cercavano una strada per raggiungerla. Rimangono due paramedici che salirono su un’ambulanza sapendo di entrare in una zona di combattimento perché, dall’altra parte, c’era una bambina sola che li aspettava.
Due anni e mezzo dopo resta una domanda
L’inchiesta dovrà stabilire responsabilità, ricostruire ordini, movimenti dei mezzi e condotta dei militari. Dovrà separare ciò che può essere dimostrato da ciò che in questi due anni è stato soltanto ipotizzato. Ed eventualmente dovrà attribuire nomi e responsabilità a chi prese determinate decisioni.
Ma nessuna indagine potrà cambiare il finale di quella giornata.
Hind trascorse ore dentro quell’automobile aspettando un’ambulanza. Quando finalmente Yusuf e Ahmed riuscirono ad avvicinarsi, anche il loro viaggio terminò sotto il fuoco. Dodici giorni più tardi, quando la zona diventò nuovamente accessibile, i familiari trovarono la bambina ancora dentro la macchina.
Per oltre due anni il mondo ha conservato la registrazione della sua ultima richiesta di aiuto. Adesso la magistratura militare israeliana cercherà di stabilire perché nessuno riuscì a salvarla e chi abbia la responsabilità della sua morte.
Hind, quel 29 gennaio, non chiedeva però un’inchiesta e non poteva sapere che il suo nome sarebbe diventato un simbolo della guerra. Voleva soltanto uscire da quell’automobile. Voleva tornare dalla sua mamma. E aspettava che qualcuno arrivasse a prenderla.
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Luca Arnau
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