La Prof. Dr. Susanne Schröter è etnologa, ha diretto fino al 2025 il Centro di ricerca sull’Islam globale presso la Goethe-Universität di Francoforte e ha valutato, attraverso un monitoraggio di accompagnamento, diversi progetti pluriennali di prevenzione nell’ambito dell’islamismo. Attualmente sta costituendo un Istituto per la Democrazia e l’Islam.
Cara Professoressa Schröter, mi fa molto piacere che abbia accettato questa intervista. L’ho conosciuta attraverso il social network X quando venne chiuso il centro di ricerca da lei diretto sugli studi islamici. Ci fu allora una grande polemica e lei spiegò in diverse interviste le ragioni che avevano portato a questa chiusura. Può spiegarlo anche al pubblico italiano?
«Il Centro di ricerca di Francoforte sull’Islam globale, che ho fondato e diretto fino all’ottobre 2025, si è occupato delle trasformazioni culturali e politiche nel mondo islamico e in Europa. Un’attenzione specifica era rivolta alle organizzazioni e agli attori islamisti, perché dalla fine degli anni Settanta hanno conosciuto un’enorme espansione che ha scosso le società dell’Asia e dell’Africa. In Europa ne siamo diventati consapevoli soltanto l’11 settembre 2001. Già allora studiosi di sinistra negli Stati Uniti minimizzarono l’attentato come reazione all’imperialismo occidentale e all’islamofobia, e questa interpretazione venne adottata anche nelle università europee. Nelle scienze umane e sociali i musulmani sono considerati vittime dell’Occidente e gli studiosi woke si ergono a loro difensori. A causa del suo orientamento di ricerca critico nei confronti dell’islamismo, il nostro centro finì quindi sotto il sospetto di essere ostile all’Islam. Seguirono campagne diffamatorie contro di me, tentativi di cancellare conferenze sgradite e denunce contro i relatori invitati. Con il mio pensionamento si presentò poi la possibilità di sciogliere il centro – e così avvenne».
Ha appena pubblicato il suo ultimo libro, dal titolo molto forte, “Sinistra, destra, islamista. I veri nemici della nostra società aperta”, diventato un bestseller dello SPIEGEL, nel quale affronta molti temi. Partiamo dal rapporto tra i valori della democrazia liberale e l’Islam in Germania e dal cortocircuito che si sta sempre più delineando.
«Nel libro ho ricostruito i fondamenti della democrazia liberale e descritto come questa sia sotto pressione da tre lati: da sinistra, da destra e dall’islamismo. Descrivo l’islamismo come il pericolo maggiore, perché viene sottovalutato nonostante la sua agenda palesemente ostile alla libertà. Sebbene esistano prove solide, i numerosi tentativi riusciti di infiltrazione non vengono presi sul serio. Nel frattempo abbiamo strutture islamiste consolidate, una massiccia influenza sulla politica e, a causa della migrazione incontrollata, una popolazione musulmana in rapida crescita in Germania».
Che cosa pensa della cultura woke?
«Originariamente il termine woke proviene dal movimento americano per i diritti civili e aveva come obiettivo l’uguaglianza di tutti i cittadini, indipendentemente dal colore della pelle. Con l’affermarsi della cosiddetta Critical Race Theory, della Social Justice Theory e di altre teorie postcoloniali, questo approccio emancipatorio è cambiato. A quel punto il non fare distinzioni in base al colore della pelle, come Martin Luther King Junior aveva auspicato nel suo celebre discorso “I had a dream”, (io avevo un sogno), venne improvvisamente considerato razzista. Si instaurò un razzismo al contrario: il colore bianco della pelle finì sotto sospetto, ovvero venne respinto come colore dei carnefici. La teoria postcoloniale divide il mondo in carnefici e vittime: i carnefici sono sempre bianchi, mentre il gruppo delle vittime è decisamente più indefinito. Ne fanno parte anche i musulmani, che si trovano addirittura al vertice della piramide delle vittime. Ai membri dei gruppi considerati vittime viene attribuita l’esclusiva autorità interpretativa su tutte le questioni che li riguardano, mentre le prospettive critiche vengono cancellate. Nelle università, per questo motivo, la ricerca critica nei confronti dell’islamismo viene considerata razzismo antimusulmano».
E del neofemminismo intersezionale?
«Anch’esso appartiene agli approcci della teoria postcoloniale e risale alle obiezioni delle donne nere negli Stati Uniti contro l’universalismo delle femministe bianche. Già alla fine degli anni Sessanta rivendicarono con successo una particolare oppressione dovuta al colore della loro pelle e accusarono le compagne bianche di trovarsi dalla parte dei carnefici. Alla fine ciò portò ad aggiungere presunte caratteristiche di oppressione alla categoria “femminile”. Un colore della pelle scuro è una di queste, essere musulmana o migrante sono altre due. Le conseguenze furono drastiche: l’oppressione delle donne e delle ragazze musulmane nel mondo islamico o nelle comunità migranti in Occidente non venne più tematizzata, perché ciò avrebbe automaticamente provocato accuse di razzismo. Vengono negati anche gli abusi sessuali nei Paesi occidentali nei quali uomini con un background migratorio musulmano risultano in misura nettamente sproporzionata tra gli autori. Il femminismo intersezionale ha diviso il movimento femminista ed è infine diventato una forza antifemminista».
Israele e l’antisemitismo sono un importante ambito della sua ricerca. Anche per Il Riformista questo tema è di grande rilevanza. Come valuta la situazione attuale in Germania?
«La situazione è drammatica. Il numero delle aggressioni contro gli ebrei è aumentato drasticamente, comprese le aggressioni fisiche. Sinagoghe e scuole devono essere sorvegliate e continuano a verificarsi azioni violente contro istituzioni ebraiche, per esempio contro ristoranti. Abbiamo a che fare con un’ampia alleanza composta dalla sinistra tedesca, da musulmani e da migranti arabi, che diffondono propaganda di Hamas nelle università, fomentano l’odio contro Israele nel settore culturale e diffondono paura durante le manifestazioni. È ancora difficile definire questa forma di antisemitismo senza essere accusati di razzismo. Anche di questo è responsabile la teoria postcoloniale, che ha definito Israele un baluardo del colonialismo occidentale nel mondo islamico e ha reso socialmente accettabili espressioni come “Stato di apartheid”, “colonialismo d’insediamento” e “genocidio dei palestinesi”».
Gli attentati in Germania sono di diversa natura: razzisti, antisemiti e commessi da islamisti radicalizzati, con questi ultimi sempre più frequenti. Come valuta questa evoluzione?
«Gli islamisti potenzialmente disposti alla violenza non sono un fenomeno nuovo, ma i grandi attentati e gli attacchi con coltelli li conosciamo soltanto dalla mobilitazione dell’ISIS e dalla crisi dei rifugiati del 2015, quando la Germania perse il controllo sull’immigrazione. Questa perdita di controllo persiste ancora oggi».
Come valuta il programma di deradicalizzazione della ONG Violence Prevention Network?
«Considero il programma molto criticamente per diverse ragioni. Le persone con una posizione estremista consolidata non rispondono alle misure socio-pedagogiche come quelle offerte di VPN. Questo, tra l’altro, non è soltanto un problema di VPN, ma anche di altre ONG che operano in questo settore. In passato è accaduto ripetutamente che islamisti diventassero violenti nonostante partecipassero a programmi di questo tipo. A ciò si aggiunge che VPN e altri soggetti che si occupano di prevenzione non tracciano un confine rispetto all’islamismo legalista e in alcuni casi impiegano essi stessi collaboratori che appartengono a questo ambiente. Ciò viene giustificato sostenendo che sia necessario avere accesso agli ambienti radicali per poter raggiungere gli estremisti. La radicalizzazione viene interpretata in larga misura come conseguenza di condizioni sociali difficili e di esperienze di discriminazione. In questo modo, del tutto in linea con l’ideologia postcoloniale, la colpa viene attribuita alla società, ritenuta strutturalmente razzista. Società parallele, grandi famiglie islamiste o moschee nelle quali viene diffusa l’ideologia islamista non vengono prese in considerazione come cause. Non ha luogo un confronto con le ideologie islamiste. VPN dispone di un budget annuale di 11 milioni di euro e, nonostante ciò, il numero dei reati violenti islamisti è aumentato. Questo non sembra un successo».
A cosa attribuisce il grande successo dell’AfD nei sondaggi, che ormai non riguarda più soltanto l’Est della Germania?
«L’originaria politica di sinistra che voleva trasformare la Germania, guidata in misura determinante dal partito dei Verdi, sostenuta dalla Linke e dalla SPD e che sotto Angela Merkel divenne anche la politica della CDU, nel secondo decennio del XXI secolo è diventata sempre più autoritaria e sempre più orientata contro gli espliciti interessi della popolazione. Temi che preoccupavano la popolazione, come l’islamismo, la migrazione pilotata, l’erosione della sicurezza e la cancel culture, vennero dichiarati temi dell’AfD. Fino a oggi è cambiato ben poco. Questi temi continuano a essere in larga misura considerati tabù. Naturalmente ne beneficia il partito al quale questi temi sono stati assegnati. Beneficia del vuoto di rappresentanza creato dai partiti tradizionali».
Infine: lei sta costruendo un Istituto sul tema “Democrazia e Islam”. È un modo per trovare soluzioni a una situazione molto difficile in Germania e, più in generale, in Europa?
«Sia ai politici sia al personale specializzato delle scuole, della giustizia, delle autorità di sicurezza e dell’amministrazione manca una conoscenza sostanziale dell’Islam. In una società con almeno 7 milioni di musulmani, che in molte scuole delle aree urbane costituiscono già la maggioranza, una tale lacuna di conoscenze è fatale. Dai sondaggi condotti a partire dal 1997 emerge infatti ripetutamente che ampie parti di questi musulmani mostrano una forte inclinazione verso l’islamismo. Per la nostra società liberale e improntata alla tolleranza ciò rappresenta un grande pericolo. Nel nostro istituto vogliamo generare le conoscenze di cui vi è urgente bisogno, esaminare i conflitti attuali nel mondo islamico per capire quale rilevanza abbiano per l’Europa e per la Germania e mettere gli esperti che operano sul campo nelle condizioni di agire e di essere resilienti nei confronti delle narrazioni islamiste. In questo intendiamo collaborare in modo mirato con musulmani liberali, che consideriamo una risorsa democratica. Finora non esiste un’istituzione di questo tipo. Con essa colmiamo una lacuna».
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Anna Paola Concia
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