Matteo Salvini preme sulla maggioranza per tassare gli utili delle banche.
Il vicepremier ha lanciato l’idea di un contributo triennale del 5% a carico dei primi dieci maggiori istituti di credito italiani. Una proposta destinata ad infiammare il rientro dalla pausa estiva in preparazione della prossima manovra economica, l’ultima prima della scadenza elettorale.
La mossa di Salvini arriva in un momento politico tribolato e delicato in cui la Lega appare in crisi di consensi nei sondaggi, pressata da vicino dai numeri in crescita del nuovo partito di Roberto Vannacci che punta a raccogliere voti nel calderone del Carroccio.
La proposta del vicepremier prevede un prelievo fiscale mirato ai “pesi massimi” del credito per finanziare capitoli di spesa ritenuti prioritari: lavoro, pensioni e sicurezza in primis.
La Lega punta a stravolgere i paletti imposti dalla legge Fornero, portando la quota di uscita anticipata a 64 anni con 41 di contributi, anticipando lo scatto in avanti di 3 anni, cioè a 67 a partire dal 2027, con successivi incrementi trimestrali. Nel 2040 per andare in pensione ci vorranno 70 anni.
Il contributo delle banche dovrebbe servire a finanziare questo progetto.
In più Salvini ha dichiarato esplicitamente l’intenzione di utilizzare parte delle risorse per raddoppiare il contingente dei militari impegnati nell’operazione “Strade Sicure”.
Secondo il leader del Carroccio, le banche non sono imprese come le altre poiché operano spesso con garanzie dello Stato e beneficiano del marcato divario tra interessi attivi e passivi. “La Lega è lì anche per fare battaglie scomode e quindi andremo fino in fondo“, ha detto il vicepremier in più occasioni negli ultimi giorni, sottolineando che, a suo avviso, “tutti devono fare la loro parte“.
Il “modello Spagnolo” come Ispirazione
Per giustificare l’intervento, il vicepremier ha citato il precedente del governo Sánchez in Spagna. Nonostante le distanze politiche siderali dal premier socialista, Salvini ha elogiato l’intervento fiscale sui guadagni degli istituti di credito iberici, definendolo “una cosa giusta” che ha superato il vaglio delle organizzazioni internazionali.
Salvini ha sottolineato come la Spagna applichi un prelievo tra il 5% e il 7%. Basandosi sui dati record degli istituti italiani – con le prime due banche che, ha detto il vicepremier, hanno generato 12 miliardi di utili solo nel primo semestre del 2026 – il numero uno della Lega stima che l’utile complessivo del settore possa avvicinarsi ai 50 miliardi di euro a fine anno. In questo contesto, un prelievo del 5% appare, nella visione leghista, come una richiesta sostenibile per il sistema.
I numeri in gioco: sul piatto ci sono 33 miliardi
I profitti netti aggregati del 2025 in Italia ammontano a circa 32,8 miliardi di euro. Un prelievo del 5% porterebbe nelle casse pubbliche almeno 1,5 miliardi di euro all’anno. Resta tuttavia da capire se la tassazione colpirebbe solo i profitti realizzati in Italia o l’intero utile consolidato, e se si limiterà alla sola attività bancaria core.
Gli istituti che finirebbero “sotto la scure” di questo nuovo contributo includono i principali nomi del panorama bancario nazionale ed internazionale. Ai primissimi posti ci sono Intesa Sanpaolo e Unicredit che da sole guidano la classifica dei profitti con 12 miliardi, oltre un terzo dei guadagni. Poi Monte dei Paschi di Siena (MPS), BPM, Bper, Iccrea, BNL, Cassa Centrale Banca, Credit Agricole Italia e Banca Mediolanum.
Un settore già sotto pressione fiscale
La proposta di Salvini si inserisce in un quadro fiscale già particolarmente oneroso per gli istituti di credito. Le banche italiane, infatti, stanno già affrontando gli effetti della Legge di Bilancio 2026, che ha imposto un conto complessivo di 10,2 miliardi di euro in tre anni.
Le misure di prelievo attualmente vigenti sono tre. La prima è l’aumento dell’Irap: l’ultima Finanziaria ha previsto un aumento del 2% per tre anni. La seconda è la rimodulazione delle attività per imposte anticipate. È stato cioè deciso lo slittamento della deducibilità delle svalutazioni sui crediti e delle perdite pregresse, che ha già sottratto liquidità per miliardi nel biennio 2025-2026. Infine la gestione delle riserve. Cioè la possibilità di distribuire le riserve da extraprofitti previo pagamento di un contributo straordinario, opzione scelta dalla quasi totalità delle banche quest’anno.
L’aggiunta di un ulteriore prelievo del 5% porterebbe il carico fiscale a livelli che preoccupano gli analisti, con il rischio latente che gli istituti cerchino di recuperare i margini facendo pesare i nuovi oneri sui clienti finali attraverso l’aumento dei costi dei servizi o dei tassi di interesse.
Al momento l’Abi non si è espressa. V’è da credere che – pur non avendo preso posizione ufficialmente, almeno per ora – l’associazione bancaria italiana non abbia preso di buon grado l’annuncio del vicepremier.
Le reazioni politiche
Mentre Salvini preme sull’acceleratore, il resto della maggioranza appare cauto, se non apertamente ostile. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha tracciato le linee della sua agenda puntando su taglio delle tasse, potere d’acquisto e sostegno all’occupazione, senza però commentare direttamente l’uscita del suo vicepremier. All’interno di Fratelli d’Italia regna il silenzio, probabilmente per evitare polemiche estive e lasciare che la decisione finale spetti alla premier.
La resistenza più forte è attesa da Forza Italia. Il partito fondato da Silvio Berlusconi è storicamente contrario a qualsiasi forma di nuova tassazione e vede nel contributo del 5% un rischio per la stabilità del mercato creditizio.
Dall’opposizione, la segretaria del PD Elly Schlein ha reagito con durezza, definendo quelle del governo “promesse vuote“. Schlein ha evidenziato come, nonostante gli annunci, la realtà del Paese sia segnata da una pressione fiscale ai massimi da dieci anni, stipendi erosi dall’inflazione e un calo della produzione industriale che dura da quasi tre anni.
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Carmelo Idà
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