Nel suo studio di via Vela, tra tele, sculture e appunti scritti a mano, Silvio Monti racconta una vita che sembra un romanzo. Ottantotto anni, nato a Borgomanero nel 1938, l’artista vive e lavora a Varese dal 1975, dopo aver attraversato Londra, Parigi, Bruxelles, Dublino, Beirut e Roma. Ora si prepara a lasciare alla città che lo ha accolto un’eredità permanente: “Anelito”, una scultura monumentale in acciaio e ferro, alta circa cinque metri, che verrà installata in riva al lago alla Schiranna, ben visibile a tutti.
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Il “mistero” del basamento comparso alla Schiranna
Negli scorsi giorni, in molti si sono interrogati sulla comparsa di un misterioso basamento in cemento proprio in riva al lago alla Schiranna, a ridosso dei Campionati Europei di canottaggio che si sono svolti proprio sul lago di Varese, con base logistica nella stessa zona. Tra atleti, addetti ai lavori e semplici passanti, la domanda circolava insistente: cosa sarebbe sorto lì? La risposta arriva ora direttamente da Silvio Monti: quel basamento è la base d’appoggio di “Anelito”, la sua scultura donata alla città, che nelle prossime settimane troverà lì la propria collocazione definitiva.
Un dono, non un’opera pubblica a pagamento
Il punto su cui Monti insiste più di ogni altro è che l’installazione non costerà nulla alla città. «Voglio che la gente sappia che il Comune non ha speso un centesimo», ripete più volte durante l’intervista. Un dettaglio che racconta con un pizzico di ironia: per formalizzare la donazione ha dovuto acquistare di tasca propria sei marche da bollo da 16 euro l’una: «È la burocrazia, ma va bene così: per una donazione ci sta».
Dietro l’opera, un gruppo di collaboratori e sostenitori che Monti tiene a ringraziare pubblicamente: la ditta Bianchi e Colli di Induno, che ha realizzato materialmente la scultura; Guido Botta, amico di lunga data e nipote dell’architetto Mario Botta, che ne ha disegnato la struttura portante; l’impresa Giorgio Fontana di Varese, che si è occupata della messa in opera; l’ingegnere Agostino Binda; la grafica Anna Bizzozero; e l’architetto Carlo Rovera.
Un “parto” durato un decennio
L’idea di “Anelito” nasce quasi dieci anni fa, nel 2016, ma il percorso per realizzarla è stato tutt’altro che lineare. «Non è stato un parto gemellare, è stato un parto decennale», racconta Monti. Nei primi anni fatica a trovare chi possa valutare la donazione; poi, grazie all’incontro con l’assessore alla Cultura Enzo Laforgia e con l’aiuto di un geometra, il progetto riparte e trova finalmente la strada burocratica per arrivare a compimento. «Se non fosse stato per questo aiuto, sarebbe rimasta solo un’idea», ammette.
Per realizzare l’opera, Monti racconta di aver semplicemente chiesto un contributo a conoscenti e sostenitori, in un’epoca che definisce «egocentrica» e poco incline alla collaborazione spontanea. «Ho trovato subito cinque o sei persone che hanno detto: bellissimo, facciamo», ricorda, sottolineando come questa disponibilità, oggi, non sia affatto scontata.
Il significato di “Anelito”
Nella spiegazione scritta a mano che Monti ha voluto condividere, il senso dell’opera è chiaro fin dal titolo: un anelito, cioè un desiderio, una speranza. La scultura gioca sul contrasto tra due materiali, l’acciaio riflettente e il ferro patinato più scuro, che richiamano il concetto di yin e yang, la dualità tra notte e giorno, il mutamento continuo della natura. Le mani che compongono la struttura rappresentano, nelle parole dell’artista, «la presenza e la volontà dell’uomo come unico e vero artefice del destino del pianeta»; da quelle mani si librano in volo alcuni uccelli, simbolo di vita futura, di rinascita, «augurio di pace e di armonia».
L’opera sorgerà lungo un vialetto che scende verso il lago, in un punto dove oggi si trova un’aiuola: una collocazione scelta non a caso, spiega Monti, per creare un effetto scenografico con il lago e le colline sullo sfondo: «È bella averla lì, dove la gente passeggia».
Una vita fatta di incontri
Dietro il gesto della donazione c’è una biografia fuori dal comune. Cresciuto in una famiglia di albergatori e ristoratori — il nonno, il padre, gli zii, tutti nel settore dell’ospitalità — Monti sembrava destinato a proseguire la tradizione di famiglia. Un grave incidente in motocicletta a 13 anni, che lo lasciò per un periodo in coma, cambiò però il suo rapporto con lo studio e, di fatto, il corso della sua vita: convinse i genitori a iscriverlo alla scuola alberghiera di Stresa, intraprendendo per otto anni la carriera alberghiera, fino a un impiego di responsabilità a Londra, tra la fine degli anni Cinquanta.
Fu proprio a Londra, lungo il Tamigi, che avvenne quella che lui stesso definisce una «folgorazione»: osservare per oltre un’ora un pittore di strada al lavoro gli provocò un malessere fisico inspiegabile, il segno — capirà solo anni dopo — di una vocazione che aveva già cominciato a farsi strada. Da quel giorno, Monti lasciò il lavoro in albergo per dedicarsi alla pittura, tra lo sconcerto della famiglia. «Mio padre mi disse: non avrei mai pensato di avere un figlio lazzarone. È morto senza vedere il mio percorso», racconta con un velo di malinconia.
Il suo cammino artistico lo portò a frequentare l’Accademia di Varsavia, a essere allievo del pittore Marian Bohusz-Szyszko e a frequentare per alcune settimane lo studio di Oscar Kokoschka, uno dei grandi maestri dell’espressionismo europeo. Da Londra si spostò poi a Parigi, Bruxelles, Wiesbaden, Dublino e Beirut, dove visse fino al 1967, quando lo scoppio della guerra dei Sei Giorni lo costrinse a lasciare precipitosamente il Paese. Dopo un periodo a Roma, arrivò infine a Varese, nel 1974, dove si stabilì definitivamente.
Il legame con Varese
Monti ammette di non essersi mai sentito completamente «varesino», pur avendo scelto la città come casa per oltre cinquant’anni. «Non ho mai ambito a far parte di quella cerchia», racconta, ricordando anche il suo ingresso non convenzionale nella vita cittadina, quando negli anni Settanta la sua chioma lunga e i suoi abiti eccentrici attirarono gli sguardi curiosi degli avventori di un bar del centro. Proprio per questo la donazione di “Anelito” assume, nelle sue parole, il significato di una restituzione: «Mi sento di contribuire a questo territorio che mi ha ospitato. Non è un debito, ma un dono che sento di dover fare».
L’installazione entro fine settembre
I lavori per collocare la scultura alla Schiranna sono in fase avanzata: il fabbro sta completando la galvanizzazione delle strutture, mentre la base — quella stessa che ha incuriosito atleti e visitatori durante gli Europei — è già stata predisposta. Secondo le previsioni di Monti, “Anelito” dovrebbe essere visibile al pubblico nella sua forma completa entro la fine di settembre.
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