Sette nomi, tre anni, una sola rete e un tratto politico che li accomuna quasi tutti. Fabio Fazio, Lucia Annunziata, Bianca Berlinguer, Massimo Gramellini, Corrado Augias, Serena Bortone e Federica Sciarelli: quando Giorgia Meloni arrivò a Palazzo Chigi erano tutti, in forme diverse, protagonisti di Rai3. Nell’autunno 2026 non ce ne sarà più neppure uno nei programmi che conducevano allora.
Le storie sono diverse. Qualcuno ha scelto di andarsene, qualcuno non ha trovato le condizioni per restare, qualcuno ha litigato con l’azienda, qualcuno ha perso il programma, qualcuno ha semplicemente chiuso un ciclo professionale. Ma a forza di analizzare separatamente ogni albero si rischia di non vedere più il bosco: nell’era Meloni Rai3 è stata progressivamente ripulita quasi per intero dei volti che la destra considerava espressione della vecchia Rai progressista.
Non serve immaginare una lista di proscrizione custodita in un cassetto di Palazzo Chigi per descrivere ciò che è accaduto. Una purga televisiva nel 2026 non si fa necessariamente con sette lettere di licenziamento recapitate nello stesso giorno. Può avvenire attraverso rinnovi che non arrivano, programmi che scompaiono, spazi che cambiano, rapporti aziendali che diventano impossibili e professionisti che comprendono l’aria che tira e scelgono un’altra televisione. Alla fine conta anche il risultato. E quello è davanti agli occhi di tutti.
Da “TeleKabul” a TeleMeloni: la Rai3 che la destra voleva cambiare
Per decenni Rai3 è stata il bersaglio preferito della destra italiana. La chiamavano “TeleKabul”, espressione nata all’inizio degli anni Novanta per descrivere sarcasticamente una rete considerata una roccaforte della sinistra. Da allora sono cambiati direttori, governi, programmi e persino partiti, ma quell’immagine non è mai davvero scomparsa.
Quando Meloni arriva al governo nell’ottobre 2022, la terza rete conserva ancora molti dei personaggi sui quali quell’identificazione si era costruita. Non erano tutti di sinistra, naturalmente, e non facevano tutti lo stesso giornalismo. Ma nessuno avrebbe considerato Fazio, Annunziata, Berlinguer, Gramellini o Augias espressioni culturali della destra italiana.
Poi comincia la grande fuga.
Fazio lascia la Rai e “Che tempo che fa” trasloca sul Nove
Il primo nome clamoroso è Fabio Fazio. Nel maggio 2023, dopo quasi quarant’anni di Rai, annuncia il passaggio a Warner Bros. Discovery insieme a Luciana Littizzetto. Che tempo che fa abbandona Rai3 e si trasferisce sul Nove.
Formalmente nessuno lo caccia. Il contratto scade e Fazio trova altrove un accordo. Il conduttore stesso rifiuta di atteggiarsi a vittima. Ma è altrettanto difficile dimenticare che per anni era stato uno dei bersagli preferiti della destra, da Matteo Salvini in giù, tra polemiche sul compenso, ospiti e linea editoriale. Il programma che la Rai perde diventa poi uno dei prodotti di maggior richiamo del Nove. La prima casella della vecchia Rai3 è vuota.
Annunziata se ne va e accusa apertamente il governo
Pochi giorni dopo arriva Lucia Annunziata e questa volta la politica entra direttamente nella lettera d’addio.
La giornalista si dimette dalla Rai il 25 maggio 2023 pur avendo ricevuto la conferma di Mezz’ora in più. Spiega di non condividere «nulla dell’operato dell’attuale governo, né sui contenuti né sui metodi» e contesta in particolare il modo nel quale il nuovo potere politico sta intervenendo sul servizio pubblico. Nessuno deve quindi attribuirle un pensiero: lo mette nero su bianco lei stessa.
Annunziata non viene licenziata. Decide che non vuole appartenere alla Rai che sta nascendo sotto il governo Meloni e se ne va. Per Rai3 significa perdere nel giro di pochi giorni anche il volto della propria domenica politica.
Berlinguer lascia dopo 34 anni, Gramellini sceglie La7
Poi tocca a Bianca Berlinguer. Trentaquattro anni di Rai, la direzione del Tg3, quindi Cartabianca. Nell’estate 2023 lascia Viale Mazzini e approda a Mediaset.
Anche Berlinguer rivendica una propria decisione e non racconta di aver ricevuto un ordine di sfratto. Spiegherà però di essersi sentita progressivamente poco valorizzata e di avere avuto la sensazione che la sua trasmissione fosse diventata più «sopportata» che sostenuta.
Quasi contemporaneamente se ne va Massimo Gramellini, che porta a La7 il proprio modo di raccontare attualità e costume con In altre parole. Gramellini precisa che si tratta di una scelta professionale.
Nel giro di pochi mesi, però, il tabellone comincia a impressionare: Fazio, Annunziata, Berlinguer, Gramellini. Quattro protagonisti fuori dalla terza rete mentre la nuova Rai dell’era Meloni prende forma.
Augias pronuncia la parola: «Smantellamento»
Con Corrado Augias diventa ancora più difficile fingere che nulla stia succedendo.
Nel novembre 2023, dopo un rapporto con la Rai lungo 63 anni, anche lui sceglie La7. «Nessuno mi ha cacciato, ma nessuno mi ha trattenuto», spiega. E sul cambiamento in corso utilizza un termine ancora più pesante: parla dello «smantellamento di Rai3».
È una parola che oggi suona quasi profetica. Perché Augias non descrive soltanto il proprio addio. Guarda ciò che sta succedendo intorno a lui e vede una rete che perde rapidamente i protagonisti della propria identità culturale.
La destra aveva trascorso decenni accusando Rai3 di essere la televisione dei comunisti. Arrivata finalmente al governo con una maggioranza politica solida, si ritrova una Rai3 nella quale, uno dopo l’altro, proprio quei volti cominciano a sparire.
Serena Bortone e il caso Scurati: lo scontro diventa frontale
Poi arriva Serena Bortone e la temperatura sale ulteriormente. Nell’aprile 2024 Antonio Scurati dovrebbe partecipare a Che sarà… per leggere un monologo sul 25 aprile. L’intervento salta e Bortone rende pubblica la vicenda sui social, scatenando un caso nazionale. Durante la trasmissione decide poi di leggere personalmente il testo.
La Rai respinge l’accusa di censura e sostiene che dietro la mancata partecipazione ci fossero questioni contrattuali ed economiche. Ma la vicenda diventa immediatamente politica.
L’azienda apre un procedimento disciplinare contro Bortone per avere divulgato informazioni interne e successivamente le infligge sei giorni di sospensione. Poi Che sarà… sparisce dal palinsesto.
Qui la purga assume una forma molto meno sfumata. Una conduttrice entra in conflitto con l’azienda su una vicenda che coinvolge direttamente il fascismo, il 25 aprile e Giorgia Meloni; subisce una sanzione e perde il programma La Rai sostiene di avere applicato semplicemente le proprie regole. Ma nel conto complessivo della nuova Rai3 compare un altro nome.
Sciarelli, dopo 22 anni cade un altro simbolo di Rai3
L’estate 2026 porta via anche Federica Sciarelli.
Dopo 22 anni lascia Chi l’ha visto?, uno dei pochissimi programmi della televisione italiana nei quali era ormai quasi impossibile distinguere la trasmissione dalla persona che la conduceva. La sua ultima puntata va in onda il primo luglio. «Questi 22 anni sono stati una passeggiata, una bellissima passeggiata», dice salutando pubblico, familiari e redazione.
Nel suo caso non emerge uno scontro con il governo. La Rai aveva spiegato che il contratto era in scadenza e che stava discutendo con la giornalista nuovi progetti; per Chi l’ha visto? ha poi scelto una soluzione interna, affidando la conduzione a Raffaella Griggi.
Ma anche qui bisogna tornare al bosco.
Fazio, Annunziata, Berlinguer, Gramellini, Augias, Bortone, Sciarelli. Sette volti che identificavano la vecchia Rai3. Sette volti che nell’autunno 2026 non saranno più al loro posto.
E adesso resta Sigfrido Ranucci
A questo punto è inevitabile guardare verso Sigfrido Ranucci. Perché Report rappresenta forse l’ultimo grande fortino della Rai3 precedente alla rivoluzione meloniana. E il rapporto tra Ranucci, il centrodestra e la stessa azienda è diventato sempre più teso.
A luglio la Direzione Approfondimento ha deciso di sospendere cautelativamente le repliche estive di Report in seguito alla vicenda che coinvolge Ranucci nell’ambito degli sviluppi investigativi sull’attentato subito dal giornalista. La Rai sostiene di avere agito «a tutela di un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico».
Ranucci ha risposto parlando di «sconcerto» e «preoccupazione per l’informazione tutta» e ha accusato l’azienda di avere utilizzato come pretesto quelle che definisce «vergognose congetture». Ha inoltre respinto le contestazioni relative a presunti condizionamenti delle inchieste di Report.
Per ora Report non chiude. La Rai ha confermato ufficialmente la nuova stagione a partire da novembre. Ma dopo quello che è successo negli ultimi tre anni a Rai3, pensare che il caso Ranucci riguardi soltanto qualche replica estiva diventa difficile.
La purga di Rai3 non ha avuto bisogno di una lista
È qui che il gioco delle singole giustificazioni rischia di diventare fuorviante. Fazio? Il contratto era scaduto. Annunziata? Si è dimessa. Berlinguer? Ha scelto Mediaset. Gramellini? Decisione professionale. Augias? Se n’è andato volontariamente. Bortone? Questione disciplinare. Sciarelli? Fine di un ciclo dopo 22 anni. Tutto vero.
Ma è altrettanto vero che sono spariti tutti dalla stessa rete durante la stessa stagione politica. Ed erano quasi tutti personaggi che la destra aveva considerato per anni parte di quella Rai progressista che prometteva di cambiare.
Una purga moderna non richiede necessariamente un editto. Non serve che qualcuno telefoni da Palazzo Chigi ordinando di licenziare sette persone. Basta creare un sistema nel quale alcuni vengono valorizzati, altri progressivamente indeboliti; alcuni programmi trovano spazio, altri lo perdono; alcuni professionisti si sentono a casa, altri capiscono che quella non è più casa loro. È così che una televisione può cambiare identità senza che esista mai un unico atto sul quale scrivere la parola «epurazione».
La vecchia “TeleKabul” non esiste praticamente più
Ed eccoci alla fotografia finale. Nell’autunno 2022 Rai3 aveva Fazio, Annunziata, Berlinguer, Gramellini, Augias e Sciarelli. Negli anni successivi è esploso il caso Bortone. Oggi quei sette nomi non occupano più gli stessi spazi. Non sono diventati improvvisamente giornalisti peggiori. Molti hanno semplicemente traslocato e continuano a lavorare con successo nelle televisioni concorrenti. È la Rai ad averli persi.
La “TeleKabul” che per trent’anni aveva ossessionato la destra italiana non è stata conquistata in una notte. È stata svuotata lentamente, un volto alla volta, mentre Palazzo Chigi passava a Giorgia Meloni e Viale Mazzini ai vertici scelti durante la nuova stagione politica. La si può chiamare rinnovamento, riequilibrio, normale mercato televisivo. Oppure si può guardare l’elenco e chiamarla per quello che politicamente appare: la grande purga della vecchia Rai3 nell’era di TeleMeloni.
Fazio non c’è più. Annunziata nemmeno. Berlinguer, Gramellini e Augias lavorano per la concorrenza. Bortone ha perso il suo programma. Sciarelli ha appena salutato dopo 22 anni. Resta Ranucci. E forse proprio per questo, adesso, ogni volta che qualcuno tocca Report è impossibile non chiedersi chi sarà l’ultimo a spegnere la luce.
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Luca Arnau
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