Rana Dasgupta, After Nations. The Making and Unmaking of a World Order
Viking, aprile 2026, 496 pp.
L’autore
Rana Dasgupta è uno scrittore britannico di origine indiana, formatosi a Oxford e vissuto tra Stati Uniti, India e Francia. È arrivato alla saggistica dalla letteratura: romanziere premiato con il Commonwealth Prize, autore del folgorante Capital sulla Delhi contemporanea, ha sviluppato le idee di questo libro — premiato con il Windham-Campbell Prize — tra Brown, Oxford e Yale. Lo sguardo è quello, raro nella geopolitica, di un narratore: i fatti e persino le idee, avverte lui stesso in prefazione, non sono nuovi; nuova è la tessitura narrativa che li tiene insieme.
La premessa: la costruzione che credevamo eterna
Il punto di partenza è un paradosso. Lo Stato-nazione governa il 99,75 per cento della nostra specie, e fino a poco tempo fa il sistema appariva assestato ed eterno. Eppure è una formazione recentissima: nel 1900 la maggior parte dell’umanità viveva in imperi, colonie e principati. Ciò che trattiamo come l’unità naturale della vita politica è una costruzione contingente e fragile — e ora si sta disfacendo. Mentre l’egemonia americana si svolge al contrario e l’Occidente scivola nell’ansia e nel debito, tornano la tirannia, l’imperialismo e la guerra. Non è più chiaro che gli Stati sappiano garantire nemmeno i servizi minimi, figurarsi sconfiggere la disuguaglianza o il cambiamento climatico; in alcune parti del mondo intere popolazioni, abbandonate, dipendono da sistemi improvvisati costruiti da sole. L’umanità, conclude Dasgupta, è oggi “politicamente nuda”. E sotto la superficie della sovranità moderna — questa l’inversione di prospettiva che regge il libro — l’impero non è mai scomparso: si è adattato, spesso invisibilmente, dentro il guscio dello Stato-nazione.
Per spiegare i fallimenti del presente, il libro risale alla formazione del sistema: come gli Stati-nazione furono creati, come divennero imperi, e con quali idee giustificarono il proprio dominio. Quattro forze, quattro potenze, quattro sezioni che danno i titoli ai capitoli: il Dio della Francia, il Denaro dell’Inghilterra, la Legge degli Stati Uniti, la Natura della Cina. Dio, denaro, legge e natura furono imbrigliati per forgiare lo Stato; e oggi ciascuna di queste forze lo sta minando.
La Francia: Dio e la nazione come teologia
Il libro si apre con Dio, incarnato in Luigi IX, il re santo che nel Duecento pose le fondamenta della Francia imperiale. Attorno alla sua figura — e all’acquisto della corona di spine di Cristo, che fece di Parigi una nuova Gerusalemme — Dasgupta ricostruisce il carattere teologico originario dello Stato-nazione: la nazione moderna non nasce contro la religione ma dentro di essa, ereditando dalla monarchia di diritto divino la sacralità del potere, la missione provvidenziale, l’idea di un popolo eletto su un suolo consacrato. La Riforma agisce da catalizzatore, costringendo i sovrani a radicare la legittimità nel territorio; ma la struttura resta teologica, e la Rivoluzione non la abolisce: la trasferisce, facendo della nazione il nuovo oggetto di culto. È questa matrice sacrale che la Francia esporta con le armi: la conquista napoleonica dell’Egitto, con l’imposizione delle norme amministrative francesi alle società musulmane, inaugura il modello dello Stato-nazione come articolo di fede da propagare. Le conseguenze ultime di quell’incontro chiudono il cerchio: da un lato Sayyid Qutb, il padre dell’islam politico, la cui rivolta contro la modernità occidentale è anche una risposta alla nazione-teologia importata; dall’altro Marine Le Pen, ultima devota della nazione sacra — l’idea religiosa di nazione, nata a Parigi, torna a Parigi come nazionalismo identitario.
L’Inghilterra: il denaro e i due binari
Il capitolo inglese colloca l’ascesa del capitalismo britannico dentro un’economia globale del saccheggio: la fame cinese d’argento gonfia i commerci nel Nuovo Mondo, alimentando la tratta degli schiavi e l’espropriazione delle terre indigene — gli orrori che accesero la Rivoluzione industriale. Le élite inglesi del Settecento, scrive Dasgupta, erano radicali che si sarebbero sentiti a casa nella Silicon Valley di oggi: nessuna sentimentalità verso l’ordine politico, e una capacità straordinaria quanto selvaggia di coordinare argento e schiavi, terra americana, potenza militare e industria asiatica.
La società britannica corre così su due binari storici. Il primo è l’espansione oligarchica: la Compagnia delle Indie Orientali — introiti pari al 15 per cento del PIL britannico — arricchì enormemente una minoranza che controllava lo Stato e possedeva le compagnie (un quarto dei parlamentari ne era azionista). Quella minoranza depredò il mondo — l’India deindustrializzata, la Cina piegata con l’oppio — e fu altrettanto indifferente alla popolazione domestica, privata delle terre comuni e ammassata quasi senza diritti nelle fabbriche e negli ospizi dei poveri. L’ideologia di quel mondo sopravvisse all’abolizione della schiavitù: la tripartizione del giurista James Lorimer, che nel 1883 divideva l’umanità in “civilizzati”, “barbari” e “selvaggi”, influenza il pensiero occidentale fino a oggi.
Il secondo binario compare solo nella seconda metà dell’Ottocento, quando la prosperità del popolo cominciò a servire per vincere le guerre di massa. Ne seguirono i diritti politici. Ma — snodo teorico del libro — quei diritti non furono strappati con la rivoluzione: furono concessi dall’élite per assicurare la continuità del proprio dominio, perché serviva una popolazione nutrita e istruita, capace di combattere la guerra industriale. La democratizzazione fu una funzione del bisogno che i potenti avevano dei corpi dei governati.
Gli Stati Uniti: la legge come giustificazione
L’impero americano si fonda sulla legge — o più precisamente sulla “legificazione” di qualunque pratica risulti profittevole. Il capitolo apre con l’incontro europeo con le popolazioni native, quando schiavitù e conquista dovettero essere collocate in una cornice apparentemente legale: comincia lì, con i tentativi spagnoli di dettare regole per i rapporti tra cristiani e “selvaggi”, la storia del diritto internazionale, sviluppato principalmente per servire interessi privati di natura acquisitiva. In questo contesto il libro rilegge la teoria della proprietà di John Locke come giustificazione dell’usurpazione delle terre native: gli abitanti originari sono considerati come mai produttivamente esistiti, dunque privi di diritto sulla terra in cui vivono; la natura è vergine, e il primo ad averla toccata è, per definizione, il colono.
Sul piano internazionale l’impero della legge entra in scena con Woodrow Wilson: i Quattordici punti e il principio di autodeterminazione — inadeguato ai Balcani o ai resti dell’Impero ottomano, ma perfetto come modello del dominio americano. La Società delle Nazioni consacra un mondo giuridicamente suddiviso in territori controllati da governi che rappresentano nazioni; l’ONU e la Guerra fredda si dispiegano dentro questa griglia. Ma l’America capì di non aver bisogno di colonizzare territori quando poteva colonizzare governi: esportare la propria democrazia nelle nazioni appena nate, rovesciando esecutivi eletti, con la CIA dei fratelli Dulles a tramare colpi di Stato. L’America, scrive Dasgupta, era un impero che fingeva di non esserlo; e le guerre civili, i pogrom e i genocidi del dopoguerra non nacquero da “odi ancestrali” ma dall’architettura stessa dello Stato-nazione, dove chi vince prende tutto.
La Cina: la natura come principio imperiale
Il quarto capitolo è il più originale. Diversamente dalle altre tradizioni imperiali, quella cinese è centrata sul controllo della natura: la Cina è un immenso impero continentale attraversato da fiumi dal cui governo dipende la sopravvivenza della popolazione — già sotto la dinastia Han l’agricoltura intensiva fu catastrofica per la biodiversità, generando carestie che lo Stato imparò a gestire per non perire. Quella necessità millenaria — la società idraulica — viene oggi esportata: la Belt and Road è la continuazione della pratica imperiale di dominare la natura per sopravvivere, e la Cina sta trasformando molti Stati in imbuti aperti di materie prime, con un sistema ancora più onnivoro di quando i protagonisti erano le multinazionali occidentali. Il rischio principale dell’egemonia cinese, avverte Dasgupta, non è la guerra ma l’implosione: politica e, soprattutto, ecologica. Ne emerge una simmetria con l’impero britannico: entrambi proiettano all’esterno le proprie pratiche domestiche — la società oligarchica inglese nel saccheggio delle colonie, quella idraulica cinese nel saccheggio delle risorse naturali altrui.
Il disfacimento
L’ultima parte torna al presente. Il crollo del comunismo ha prodotto Stati-nazione controllati da interessi privati, in cui la libertà è stata reinterpretata come libertà del capitale e la cittadinanza è diventata la valuta chiave del regno — con enormi energie politiche dedicate a stanare i non-cittadini. Il neoliberismo ha destabilizzato regioni, allargato le disuguaglianze, spinto milioni di persone fuori dalle proprie case; e non c’è stato rimedio politico — men che meno dai liberali, che alle masse espulse hanno chiesto di continuare ad avere fede nella democrazia e nel capitalismo. La destra, osserva Dasgupta, ha parlato più utilmente a quel trauma. I ricchi dell’Occidente prosperano intanto indifferenti ai propri retroterra: è il ritorno del “primo binario” britannico, l’oligarchia che non ha più bisogno dei governati. E se i diritti furono concessi quando servivano corpi sani per le guerre di massa, la domanda implicita è inquietante: nell’epoca dei droni, cosa costringerà le élite a cedere di nuovo potere?
Su questo corpo indebolito premono due forze nuove: le grandi aziende tecnologiche, i primi nuovi attori geopolitici emersi dall’inizio del sistema degli Stati-nazione, la cui potenza mina il sistema dall’interno; e la restaurazione epocale della potenza cinese, intenzionata a introdurre un ordine globale i cui principi sono incommensurabili con quelli americani — un ordine che il libro giudica fin troppo probabile vincitore. Nel mezzo, le tre sfide che lo Stato-nazione è strutturalmente incapace di gestire: le migrazioni, la crisi ecologica, la disuguaglianza. Tutte planetarie, mentre la griglia politica del mondo resta fatta di recinti nazionali.
La conclusione: dopo le nazioni
La conclusione, breve e dichiaratamente speculativa, sostiene che è venuto il tempo di una nuova concezione della cittadinanza, della legge e dell’economia, corrispondente alla nostra condizione globalizzata ed ecologicamente fragile. Dasgupta non disegna un governo mondiale: indica una direzione fatta di convivialità, cooperazione, rispetto della natura e un nuovo rapporto tra individuo, Stato, religione e pianeta. Se lo Stato-nazione è stato inventato — di recente, per ragioni precise e spesso inconfessabili — allora ciò che è stato fatto può essere ripensato. E il principio guida, dichiarato fin dall’introduzione, è il principio essenziale di ogni creatività politica: la speranza, non la disperazione.
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