Il conto è salato. Le ondate di calore potrebbero costare all’Unione europea 180 miliardi di euro solo nel 2026, mentre la siccità prolungata minaccia l’Italia con perdite fino a 74 miliardi e il rischio di veder svanire quasi un milione di posti di lavoro.
I recenti studi di Triodos Bank, Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici e Politecnico di Milano delineano una preoccupante situazione di crisi che colpisce tutti i settori produttivi mettendo a rischio Pil nazionale e salute pubblica.
La crescita “bruciata” dalle ondate di calore
Il meccanismo attraverso cui il calore estremo danneggia l’economia è complesso e stratificato. Triodos Bank stima che gli effetti combinati di ondate di calore, incendi boschivi e siccità potrebbero ridurre il Prodotto interno lordo dell’Ue di circa l’1%. Questo dato è particolarmente critico se confrontato con le stime di crescita ufficiali: la Commissione Europea aveva previsto per l’anno in corso un incremento del Pil dell’1,1%, mentre il Fondo monetario internazionale si attestava sullo 0,9%. In sostanza, il cambiamento climatico sta “mangiando” l’intera crescita annuale prevista.
Le perdite, sostiene l’istituto di credito dei Paesi Bassi specializzato in finanza sostenibile, non sono distribuite uniformemente, ma colpiscono settori vitali. Tra i fattori aggravanti si segnalano l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, la contrazione della produzione energetica con conseguente impennata dei prezzi dell’elettricità, e pesanti interruzioni nella logistica stradale, ferroviaria e fluviale.
Le ripercussioni climatiche sulla produttività del lavoro
Il fattore più rilevante, sebbene difficile da quantificare con precisione, è il calo della produttività del lavoro, che da solo potrebbe ridurre il Pil europeo dello 0,6%. La ricerca indica che la capacità lavorativa diminuisce sensibilmente quando le temperature superano la soglia dei 25-30 °C. Sebbene i lavori all’aperto e quelli fisicamente impegnativi siano i primi a risentirne, nemmeno il lavoro d’ufficio è immune: il calore compromette la qualità del sonno e le capacità cognitive, riducendo l’efficienza complessiva.
Un’analisi di Allianz citata nello studio rivela un dato impressionante: per ogni grado sopra i 30°C che si mantiene costante per diversi giorni, si stima una perdita del 3% della produzione per ora lavorata. Nonostante l’adozione di misure di adattamento possa mitigare questi danni di circa il 40%, il problema resta strutturale e le stime attuali sono considerate dagli esperti come ipotesi “prudente”.
L’Italia è tra i Paesi più esposti
In questo scenario, l’Italia emerge come uno degli Stati membri destinati a pagare il prezzo più alto. Il danno immediato stimato per il nostro Paese è di circa 22 miliardi di euro, una cifra paragonabile all’intera entità di una manovra di bilancio nazionale. Sebbene l’Italia e la Spagna beneficino di decenni di adattamento climatico che attenuano l’impatto dei singoli eventi, la combinazione di una forza lavoro altamente esposta e di un numero crescente di giorni torridi rende la situazione precaria.
Altrove in Europa, la Francia potrebbe essere il Paese più colpito in termini relativi, con una riduzione del Pil dell’1,4% che potrebbe portare a una contrazione annua dello 0,6%. I Paesi Bassi vedrebbero svanire 0,8 punti di crescita, mentre la Polonia, pur avendo avuto un’estate più fresca, resta vulnerabile a causa della scarsa diffusione di impianti di climatizzazione.
Il costo umano e ambientale
Oltre ai numeri economici, c’è un bilancio umano drammatico. Si stima che solo nel mese di giugno si siano verificati circa 20.400 decessi legati al caldo tra Francia, Germania, Spagna e Italia. Considerando l’intera estate e i termini di “anni di vita persi”, il costo sociale ed economico di queste perdite umane oscilla tra 1,5 e 7 miliardi di euro.
Sul fronte ambientale, gli incendi hanno già devastato oltre 500.000 ettari in tutta l’Unione Europea, una superficie che supera di oltre due volte la media degli ultimi vent’anni (197.000 ettari). La perdita dei servizi ecosistemici legata a questi roghi è valutata fino a 4,6 miliardi di euro.
L’incubo della siccità prolungata
Se l’impatto immediato del calore è preoccupante, le prospettive a lungo termine sulla siccità sono definite come un possibile “collasso economico”. Uno studio condotto dalla Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici e dal Politecnico di Milano ha analizzato cosa accadrebbe se la storica siccità del 2015-2018 si ripetesse in un mondo più caldo di 2 gradi rispetto all’era pre-industriale.
In questo scenario, le perdite per l’Europa raddoppierebbero, arrivando a 760 miliardi di euro (-5,21 punti percentuali di crescita) e 10,8 milioni di posti di lavoro a rischio. Per l’Italia, l’impatto sarebbe catastrofico: un costo di 74 miliardi di euro (pari a circa il 4% del Pil) e la potenziale perdita di 960.000 posti di lavoro. Gli investimenti potrebbero subire un tracollo del 15,59%, penalizzando la competitività futura del Paese per decenni.
I settori in ginocchio: agricoltura, edilizia e manifatturiero in crisi
L’agricoltura è il settore che subisce lo shock più immediato. Secondo Coldiretti, la siccità colpisce attualmente oltre il 60% del territorio italiano, con situazioni di allerta che vanno dal moderato al grave. Le filiere più colpite includono mais, riso, soia e pascoli, con una produzione di latte nelle stalle calata del 20%. In alcune aree, come l’Emilia-Romagna, si temono contrazioni fino al 50% nei raccolti di cereali.
Tuttavia, mentre l’agricoltura mostra una certa capacità di recupero in 2-3 anni grazie a nuove colture e assicurazioni, sono l’edilizia e il manifatturiero a preoccupare i ricercatori. Questi settori continuerebbero a perdere terreno molto tempo dopo la fine dell’emergenza idrica a causa del calo degli investimenti e della riduzione della produttività.
L’emergenza idrica
La crisi è già visibile nei corsi d’acqua nazionali. Il fiume Po ha registrato una portata media inferiore del 65%, con picchi dell’80% in alcune zone. In Piemonte, la situazione è talmente critica che la Regione ha dovuto richiedere assistenza idrica alla Valle d’Aosta e al Canton Ticino. Emergenza anche in Veneto e Friuli-Venezia Giulia. In Emilia-Romagna coltivazioni a rischio. Coldiretti teme un calo del foraggio e una contrazione fino al 50% nel raccolto di mais e cereali. Al contrario, alcune regioni del Mezzogiorno come Puglia, Molise e Basilicata hanno mostrato una maggiore resilienza grazie agli investimenti effettuati negli invasi, che hanno permesso di accumulare scorte idriche durante le piogge primaverili. Questo evidenzia un divario infrastrutturale che l’Italia deve colmare con urgenza. Negli ultimi quattro anni, gli eventi climatici estremi hanno già provocato danni per circa 20 miliardi di euro alla sola agricoltura italiana.
La Coldiretti ha rilanciato la necessità di un Piano nazionale degli invasi. Attualmente, l’Italia riesce a trattenere solo l’11% dell’acqua piovana, una quota del tutto insufficiente per far fronte ai nuovi regimi climatici.
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Carmelo Idà
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