di Giovanni Talente
Nei primi quattro mesi del 2026 le principali categorie del made in Italy alimentare hanno registrato sul mercato statunitense una contrazione complessiva vicina al 25% a valore, secondo i dati dell’Us Census Bureau elaborati da Agrisole. Il vino scende da 840 a 605 milioni di dollari, meno 28% a valore e meno 18% a volume. L’olio d’oliva perde il 40% a valore, fermandosi a 223 milioni, e il 33% in quantità. I formaggi cedono il 16% a valore e il 15% nei volumi, la pasta il 16% a valore e il 14% nelle movimentazioni, mentre le conserve e i derivati del pomodoro limitano la flessione al 2%. Nello stesso periodo, dall’altra parte dell’Atlantico, secondo l’analisi PwC su dati Numerator il 21% delle famiglie americane comprendeva un utilizzatore corrente di farmaci agonisti del recettore GLP-1, contro il 9% del gennaio 2025, e la spesa alimentare per nucleo familiare di questi consumatori risulta inferiore del 5,5%.
La spiegazione tariffaria, che in Italia ha occupato quasi per intero il dibattito, si è nel frattempo indebolita proprio dove sembrava più grave. Il 4 settembre 2025 il Dipartimento del commercio statunitense aveva fissato in via preliminare margini di dumping medi ponderati del 91,74% su tredici marchi di pasta italiana, prospettando un’imposizione complessiva superiore al 100% una volta sommata la tariffa di base del 15%. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso aveva definito le accuse “infondate e prive di basi economiche concrete”. Nella decisione finale pubblicata il 12 marzo 2026 il margine è sceso al 7% per Garofalo, al 2,65% per La Molisana e al 5,21% per le altre undici aziende coinvolte. “Abbiamo raggiunto un ulteriore obiettivo molto positivo per l’export italiano”, ha commentato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Lo scenario catastrofico è stato scongiurato. Quanto alla tariffa di base, la sua storia recente è a sua volta accidentata: il 20 febbraio 2026 la Corte suprema statunitense ha dichiarato illegittimi i dazi introdotti sulla base dell’International Emergency Economic Powers Act, compresi quelli concordati con l’Unione europea, e l’amministrazione ha reagito reintroducendoli su una base giuridica diversa, a sua volta contestata dalla Corte per il commercio internazionale l’8 maggio. Il tetto del 15% inclusivo del dazio della nazione più favorita resta comunque applicato alle merci europee, e l’attuazione europea dell’accordo è arrivata con i regolamenti pubblicati il 30 giugno 2026. In mezzo a tutto questo, la pasta italiana continua a perdere il 16% a valore.
Una parte del calo ha una spiegazione contabile e non commerciale. Il 2025 era stato gonfiato dal front loading, cioè dall’anticipo degli acquisti da parte degli importatori americani in vista delle nuove tariffe: oltre 351mila tonnellate di pasta importate per un valore di 728 milioni di dollari, con formazione di scorte elevate lungo la filiera distributiva statunitense. Il primo trimestre 2026 sconta lo smaltimento di quel magazzino, con importazioni giù del 12% a volume. Il punto è che le scorte prima o poi finiscono, mentre la domanda sottostante è una questione diversa, e su quella nessuno in Italia sta guardando i dati che arrivano dal lato del consumatore.
Quei dati dicono che il carrello americano si sta ricomponendo in modo asimmetrico. Secondo l’indagine PwC condotta dal 4 al 9 maggio 2026 su 3.089 consumatori, il 61% degli utilizzatori compra meno dolci e il 56% meno snack salati, mentre il 44% acquista più frutta e verdura fresca e il 35% più proteine confezionate. Nel primo anno di terapia i surgelati subiscono il calo più marcato tra tutti i comparti del confezionato, con tre punti percentuali di spesa in meno. Crescono invece yogurt greco a più 6,8%, carne essiccata a più 7,9%, barrette nutrizionali tra il 3% e il 4%. Sulla ristorazione veloce la spesa per famiglia cala dell’8,7% dopo sei-otto mesi, ma la scomposizione per categoria è più eloquente della media: la pizza perde il 22,2%, il pollo l’11,6%, caffetteria e prodotti da forno l’8%, gli hamburger il 6,4%, i panini il 4,5%. Nella lettura di PwC questi farmaci riducono “il rumore di fondo del cibo”, quella negoziazione continua con lo snack successivo che ha alimentato per decenni la crescita dell’alimentare confezionato, delle bevande zuccherate e del fast food.
Sovrapporre le due mappe è un esercizio che vale la pena fare. Il paniere agroalimentare italiano negli Stati Uniti è composto in prevalenza da prodotti a base di carboidrati e ad alta densità calorica, o comunque legati all’idea di concessione: pasta, prodotti da forno, formaggi, salumi, olio. Sono esattamente le voci che nella rilevazione americana arretrano. All’interno degli stessi dati doganali si legge una divergenza interna difficile da spiegare con le sole tariffe, che colpiscono l’intero comparto in modo uniforme: le conserve di pomodoro, categoria a bassa densità calorica e assimilata al fresco, cedono il 2%, la pasta il 16%. Va detto che l’olio d’oliva, con il suo meno 40%, ha dinamiche proprie legate ai prezzi e alle campagne di raccolta, e non va arruolato in questa lettura.
C’è poi una richiesta esplicita che riguarda il formato prima ancora del prodotto. Sempre secondo PwC, il 35% degli utilizzatori chiede porzioni più piccole a un prezzo proporzionalmente ridotto e il 32% mezze porzioni o piatti condivisi senza sovrapprezzo, mentre circa l’85% ritiene che le aziende non stiano rispondendo ai propri bisogni. Per un’industria che sul mercato americano ha costruito il proprio posizionamento sul formato famiglia e sull’idea di abbondanza, è un problema di prodotto e non di barriera commerciale: un dazio si negozia, una porzione va riprogettata.
Sul mercato interno italiano l’effetto è per ora marginale, e la ragione è contabile. Nella guida pubblicata il 18 maggio 2026 l’Agenzia italiana del farmaco ricorda che Wegovy, Saxenda e Mounjaro nell’indicazione per la gestione del peso sono in classe C, quindi interamente a carico del cittadino, mentre il rimborso riguarda il diabete di tipo 2 secondo i criteri della nota 100. Le confezioni di semaglutide rimborsate sono passate da circa 322mila nel 2020 a oltre 4 milioni nel 2024, quelle acquistate privatamente da circa 29mila a oltre 326mila. Nella stessa guida l’agenzia avverte che questi medicinali “non sono una scorciatoia per perdere peso” e che l’uso fuori indicazione a fini estetici può causare carenze per i pazienti diabetici. L’esposizione italiana, quindi, non è dal lato del consumo interno ma da quello dell’export.
Tre elementi delimitano la lettura. Nessuna delle fonti citate stabilisce un rapporto causale tra diffusione dei farmaci e andamento dell’export agroalimentare italiano: i dazi e lo smaltimento delle scorte spiegano una quota consistente e documentata del calo, e le rilevazioni PwC sono indagini su dichiarazioni di consumatori, non misurazioni di scontrini. Il posizionamento italiano resta solido, con una produzione di pasta superiore a 4,2 milioni di tonnellate nel 2024 secondo Unione Italiana Food e gli Stati Uniti primo mercato extraeuropeo con oltre 650 milioni di euro, e l’export agroalimentare nazionale ha superato i 67 miliardi di euro nel 2025. Resta però il rilievo dell’analisi Agrisole sulla redditività: una parte dei maggiori costi viene trasferita ai consumatori, ma “una quota rilevante continua a gravare su produttori e operatori della distribuzione”, e ciò comprime i margini proprio nei segmenti premium che degli Stati Uniti avevano fatto lo sbocco privilegiato. Se una parte della domanda che si sta perdendo è fisiologica e non tariffaria, il negoziato che il comparto sta conducendo a Washington risolverà solo metà del problema.
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