Luci ed ombre nell’evoluzione socio-economica dell’Italia. L’economia glocal in Italia unisce le radici del territorio locale con i mercati globali valorizzando le eccellenze del Made in Italy. La forza produttiva poggia su distretti industriali, artigianato e prodotti a chilometro zero. Le piccole e medie imprese (pmi) e le mid-cap riescono a competere e a esportare con successo fuori dai confini nazionali. Il modello unisce la prossimità dei mercati interni con la spinta dell’export, portando l’Italia a posizionarsi tra i maggiori esportatori globali. In particolare il settore alimentare, manifatturiero e farmaceutico dimostrano una forte dinamicità sui mercati esteri. Le tensioni geopolitiche e la frammentazione dei mercati internazionali rappresentano un freno e una fonte di rischio per la stabilità delle imprese. Sul territorio i segnali sono tra loro discordanti. L’Emilia-Romagna, per esempio, registra un saldo attivo di 2.255 imprese nel secondo trimestre del 2026, segnando il miglior risultato primaverile degli ultimi quattro anni. Durante la primavera, si sono contate 6mila nuove iscrizioni, a fronte di 3.745 cessazioni: un numero, questo, che rappresenta il livello minimo toccato nel trimestre negli ultimi cinque anni.
Evoluzione in numeri
Movimprese è l’analisi statistica trimestrale della nati-mortalità delle imprese condotta da InfoCamere, per conto dell’Unioncamere, sugli archivi di tutte le Camere di Commercio italiane. L’archivio sul Web, attivo dal 1997, consente l’accesso ai dati in formato elettronico a partire dal primo trimestre 1995. Le elaborazioni di Unioncamere Emilia-Romagna sono realizzate sui dati Movimprese derivanti dal Registro delle Camere di commercio. Il saldo netto regionale (+0,53%) si posiziona in linea con la media nazionale (+0,56%) e si colloca, nel confronto centro-settentrionale, tra le performance di Lombardia (+0,58%) e Toscana (+0,60%) e quelle di Veneto (+0,50%) e Piemonte (+0,45%). A trainare la crescita, sono stati principalmente i servizi, con un incremento di 1.862 unità (+0,74%, guidati, tra gli altri, da ristorazione, servizi finanziari e immobiliare), e le costruzioni, con più 526 imprese. L’industria tiene con un saldo stagionale di +105 unità, mentre si attenua la flessione dell’agricoltura (-21 imprese). Sotto il profilo delle forme giuridiche, continua il rafforzamento guidato dalle società di capitale (+1.446 unità, +1,1%), affiancato dal recupero delle ditte individuali (+1.037 unità). Calano invece le società di persone (-218). Oltre la metà dei collaboratori richiesti dalle imprese altoatesine è di difficile reperimento. È quanto emerge dai nuovi dati del Sistema Informativo Excelsior-Unioncamere, che evidenziano una carenza strutturale di candidati trasversale a più settori, dai tecnici agli operai specializzati, dagli autisti ai meccanici, con picchi superiori al 60% nell’industria del legno e metalmeccanica. Sulla situazione pesano il calo demografico e la concorrenza europea.

Nodo-reclutamento
Il presidente di Confindustria Alto Adige, Alexander Rieper, richiama l’attenzione sulla stabilità del settore manifatturiero locale, che nei primi sei mesi del 2026 ha registrato il 91,5% di contratti a tempo indeterminato, contro una media provinciale del 73,8%. Per incrementare l’attrattività del territorio, gli industriali chiedono misure urgenti sul fronte dei costi abitativi e del cuneo fiscale: tra le priorità figurano il reperimento di alloggi in affitto a prezzi sostenibili, il taglio dell’addizionale regionale Irpef e una riduzione dell’Irap. Proposta infine la creazione di un welcome center per favorire l’inserimento di lavoratori da fuori provincia e politiche per l’occupazione femminile e l’invecchiamento attivo. Intanto, proseguendo nella rilevazione delle differenze locali nel tessuto produttivo, emerge che ai sardi piace la birra: sia produrla, sia consumarla. Alla fine del 2025 le aziende censite dalle Camere di Commercio, erano 45, di cui 20 artigiane. Rispetto al 2021 si contano 9 attività in più, 3 artigiane. L’occupazione diretta stimata è di circa 300 addetti. Con l’indotto si arriva a quota ottocento. Sono i dati che emergono da un report realizzato dall’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese Sardegna, su fonte UnionCamere-Infocamere 2026. E sono 750 mila sardi che hanno consumato (raramente, stagionalmente o tutti i giorni) birra, spendendo oltre 70milioni di euro per l’acquisto (industriale o artigianale), pari a circa 90 euro a famiglia all’anno. Mentre sono circa 4 i milioni di litri prodotti nell’isola. In Italia sono 802 i birrifici totali; 313 sono quelli artigianali. La classifica territoriale è capeggiata dalla Lombardia con 110 birrifici mentre la classifica nazionale dei birrifici esclusivamente artigiani è aperta dal Piemonte con 34, con l’a Sardegna che occupa il settimo posto. “Come certificano questi numeri- spiega Giacomo Meloni, presidente di Confartigianato Sardegna-il settore cresce di giorno in giorno. Un mondo, quello dei piccoli birrifici, che arricchisce il territorio sardo, dove qualità e artigianato sono le coordinate fondamentali in cui s’inseriscono metodo di lavorazione, materie prime impiegate nonché professionalità, passione ed eccezionale competenza dei maestri birrai artigiani. Quindi, un vero e proprio fenomeno culturale e un settore in espansione, ricco di opportunità e buone prospettive, che Confartigianato Sardegna ritiene sia il volano di una crescita di filiera, evoluta e dinamica, con impatti e ricadute benefiche trasversali che vanno dal mondo dei coltivatori sino all’indotto del turismo enogastronomico ed esperienziale”.

Strumenti specifici
Dalla Sardegna alla Sicilia: trend parimenti in crescita. “I dati del secondo trimestre del 2026 ci consegnano un segnale incoraggiante per l’artigianato siciliano e in particolare per Palermo, che con un saldo positivo di 107 imprese guida la crescita regionale. È la dimostrazione della vitalità di un comparto che rappresenta un patrimonio economico, professionale e umano fondamentale per la Sicilia”, dichiara l’assessore regionale ale Attività produttive della Sicilia, Edy Tamajo commentando i dati del report Movimprese di Unioncamere e InfoCamere, che registra nel secondo trimestre del 2026 un saldo positivo di 211 imprese artigiane in Sicilia, con complessivamente 69.814 attività attive. “Come assessorato alle Attività produttive – prosegue Tamajo – stiamo facendo il possibile per sostenere concretamente la categoria, mettendo in campo una serie di bandi e di strumenti specifici. Vogliamo favorire gli investimenti, l’innovazione, la competitività e la crescita di un settore che continua a creare lavoro e a custodire competenze preziose nei nostri territori. Il nostro metodo è quello dell’ascolto e del confronto costante. Manteniamo un rapporto stretto con le associazioni di categoria e con gli artigiani, perché le politiche migliori nascono dalla conoscenza dei problemi reali e dalla capacità di costruire insieme le risposte. I risultati positivi ci fanno piacere, ma sappiamo che bisogna continuare a lavorare, soprattutto laddove emergono ancora segnali di difficoltà. Lavorare, ascoltare e portare risultati è la migliore arma di una politica di qualità. Continueremo a farlo al fianco degli artigiani e di tutte le imprese siciliane“.
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