Il dragone sputa fuoco. Altro che tregua, Pechino sgancia un’altra poderosa stretta all’export


La Cina vende sempre di più. Ma non vuol dire che voglia vendere tutto, a tutti. Il paradosso dell’economia cinese è tutto qui: mentre le esportazioni corrono e trascinano ormai da sole la crescita sostenuta del prodotto interno lordo, Pechino alza nuove barriere proprio su alcuni dei prodotti e delle tecnologie che rendono il Dragone indispensabile per il resto del mondo. Dalle macchine per scavare tunnel e gallerie alle tecnologie per l’intelligenza artificiale, passando per droni e macchinari industriali, Pechino stringe i rubinetti dell’export. E lo fa mentre è ancora fresca la tregua commerciale con Washington e Bruxelles festeggia l’intesa raggiunta con il commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič. Dietro le rassicurazioni diplomatiche, però, Pechino continua a giocare una partita in cui il controllo delle tecnologie strategiche è insieme una leva geopolitica e uno strumento per difendere il proprio vantaggio industriale.

I numeri raccontano una potenza manifatturiera in piena accelerazione. Nel terzo trimestre del 2026 il Pil cinese è salito del 4,5% su base annua, oltre le attese degli analisti, ferme al 4,4%, e in ripresa rispetto al 4,3% dei tre mesi precedenti. Nei primi nove mesi dell’anno la crescita ha raggiunto il 4,6%, in linea con l’obiettivo annuale di Pechino, fissato tra il 4,5% e il 5%. A settembre la produzione industriale è aumentata del 5,5% e le esportazioni sono balzate del 36% su base annua. Il surplus commerciale mensile ha toccato il record di 133,5 miliardi di dollari, portando l’avanzo accumulato dall’inizio dell’anno oltre i 938 miliardi. La Cina si appresta così a superare il primato di 1.200 miliardi di dollari registrato nel 2025. A trainare sono soprattutto semiconduttori, elettronica, veicoli a nuova energia e apparecchiature per i data center dedicati all’intelligenza artificiale.

Il problema è che la locomotiva dell’export corre molto più dei consumi. A settembre le vendite al dettaglio sono cresciute appena dell’1,1%, mentre gli investimenti fissi sono diminuiti del 7,2% nei primi nove mesi dell’anno e quelli immobiliari continuano a sprofondare, con un calo del 20,6%. La crisi del mattone, arrivata al quinto anno, pesa sulla ricchezza delle famiglie e sulla loro propensione a spendere. “La crescita resta trainata dalle esportazioni e dallo Stato. La domanda interna non è ancora autosufficiente”, osserva Andy Ji, analista di ITC Markets. La debolezza dei consumi spinge le imprese a cercare clienti fuori dai confini, mentre l’eccesso di offerta alimenta le tensioni con i partner commerciali. È anche in questo squilibrio che si spiega la volontà di Pechino di conservare il controllo sulle tecnologie e sulle produzioni che sostengono la competitività cinese.

Le nuove mosse cinesi si inseriscono in questo quadro. Il 9 ottobre, al termine di due giorni di colloqui con il ministro cinese del Commercio Wang Wentao, Šefčovič aveva annunciato un’intesa per contenere le esportazioni di auto ibride cinesi verso l’Unione europea, migliorare l’accesso delle imprese europee al mercato cinese e facilitare ulteriormente le licenze per l’esportazione di terre rare. “Un primo passo”, aveva precisato il commissario. Ma i numeri invitano alla cautela. Il tetto concordato è di 350mila vetture l’anno, con un aumento del 6% annuo per quattro anni, contro le 302mila importate nel 2025. Il dimezzamento evocato da Bruxelles riguarda invece le circa 800mila auto attese quest’anno secondo le proiezioni della Commissione. Non un taglio delle importazioni rispetto ai volumi effettivi dell’anno scorso, dunque, ma un contenimento della crescita prevista.

L’intesa, del resto, non ha fermato le tensioni commerciali. I dati di settembre hanno mostrato un aumento di oltre il 200% su base annua dei disavanzi commerciali di Germania e Francia con la Cina, mentre Bruxelles valuta nuove misure di contenimento. Pechino, dal canto suo, ha già avvertito Londra: se il Regno Unito dovesse seguire l’Unione europea introducendo restrizioni sui veicoli elettrici cinesi, la risposta sarà pesante. Il ministero del Commercio ha invitato il governo britannico a “pensarci due volte” prima di seguire la linea europea, minacciando contromisure a tutela delle imprese cinesi. Sul tavolo c’è anche il tentativo britannico di ottenere accesso al programma europeo Made in Europe, che potrebbe penalizzare le aziende del Regno Unito se Londra restasse fuori dal perimetro delle preferenze industriali comunitarie.

Pechino ha aperto un altro fronte: quello dei mezzi di produzione. Dal 18 novembre entreranno in vigore nuovi controlli sulle Tbm, le Tunnel Boring Machine, ossia le talpe meccaniche utilizzate per scavare gallerie ferroviarie, metropolitane e stradali, comprese quelle sottomarine. Il mercato mondiale vale oggi circa 8 miliardi di dollari e potrebbe superare i 12 miliardi entro il 2032. La Cina controlla circa il 70% del mercato globale, anche se la quota non trova conferme definitive. Nel 2025 il Paese ha esportato circa 793 milioni di dollari di macchinari per lo scavo di tunnel e il taglio di rocce. Tra i principali produttori figurano gruppi cinesi come China Railway Engineering Equipment Group, presente con le proprie macchine in 36 Paesi, e la tedesca Herrenknecht. Il valore strategico delle Tbm va ben oltre il prezzo, che può oscillare fra 15 e 100 milioni di dollari: questi impianti sono indispensabili per realizzare le grandi infrastrutture.

Il precedente è eloquente. Nel 2020, durante una fase di tensione con l’India, Pechino aveva bloccato le esportazioni di Tbm, colpendo anche le aziende straniere con stabilimenti in Cina. Ora le nuove regole impongono licenze per le macchine e i componenti interessati, soprattutto nelle esportazioni verso Paesi e territori con cui Pechino ha controversie. La stretta riguarda anche escavatori capaci di operare su terreni estremi, macchine per il calcestruzzo destinate alle aree d’alta quota e componenti per draghe, utilizzate anche nella costruzione di infrastrutture navali. Il ministero cinese giustifica questa stretta adducendo la natura “a duplice uso, civile e militare” dei prodotti.

La stessa motivazione accompagna l’inasprimento delle restrizioni sulle esportazioni di droni: dal 18 novembre serviranno licenze per determinate categorie di velivoli senza pilota, per i loro componenti e per tecnologie come i sistemi di pilota automatico e di navigazione. In parallelo, dal 19 ottobre Pechino ha rafforzato i controlli doganali sulle spedizioni, dall’e-commerce transfrontaliero ai bagagli dei passeggeri, fino agli invii postali e tramite corriere. Per individuare eventuali merci a duplice uso, le autorità potranno chiedere fatture, documenti tecnici e prove del trasporto.

Il giro di vite riguarda anche il patrimonio tecnologico più delicato. Il 16 ottobre il ministero cinese del Commercio ha messo sul tavolo una proposta per sottoporre a divieti o restrizioni all’export altre 40 tecnologie nei settori dell’intelligenza artificiale, della biomedicina e del fotovoltaico. Ventitré sono legate all’IA: dai modelli linguistici di grandi dimensioni agli agenti intelligenti, dalla progettazione dei chip ai sistemi di calcolo. La consultazione pubblica si chiuderà il 15 novembre, ma Pechino non aspetta il via libera definitivo per muoversi: nel frattempo ha già introdotto un obbligo temporaneo di registrazione per i trasferimenti di queste tecnologie oltre confine, comprese le licenze concesse all’estero e i passaggi di proprietà a soggetti stranieri. Fuori dal perimetro, almeno per ora, le tecnologie già entrate nel dominio pubblico attraverso pubblicazioni scientifiche o progetti open source. La giustificazione ufficiale è che l’intelligenza artificiale debba restare “sicura e controllabile”. Ma la posta in gioco è anche industriale: evitare che il sapere tecnologico accumulato dalle aziende cinesi alimenti i concorrenti stranieri. Non è la prima volta che Pechino invoca la sicurezza nazionale per fermare operazioni nel settore: ad aprile ha bloccato l’acquisizione da parte di Meta della startup di IA Manus, valutata 2 miliardi di dollari.

La sequenza arriva mentre resta in vigore la tregua commerciale con gli Stati Uniti, concordata il 28 settembre con la sospensione e la riduzione di dazi su merci per 60 miliardi di dollari. La pausa tariffaria, però, non significa che Pechino abbia rinunciato alla leva commerciale. Il governo cinese punta a consolidare il proprio vantaggio industriale, proteggere le tecnologie strategiche e conservare il potere negoziale che deriva dalla dipendenza di altri Paesi dalle forniture cinesi.


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