Il 6 marzo 2013 David Rossi, responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, precipita dalla finestra del suo ufficio nella sede storica della banca. La magistratura archivierà per due volte la vicenda come suicidio. Oggi, a tredici anni di distanza, la seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sostiene che Rossi sia stato vittima di un omicidio e le nuove perizie avvalorano questa ricostruzione.
Il 19 ottobre 2026 il presidente della Commissione, Gianluca Vinci, ha indicato Giuseppe Mussari, già presidente del Monte dei Paschi, come presunto mandante di un’intimidazione che avrebbe poi avuto un esito mortale, e Gabriele Ceccherelli come presunto organizzatore dell’azione. Entrambi respingono ogni coinvolgimento.
Non sappiamo perché qualcuno avrebbe voluto intimidire Rossi sappiamo però che la sua morte avvenne nel pieno di un’inchiesta che stava facendo emergere le gravissime condizioni del Monte dei Paschi legate all’acquisizione di Antonveneta.
Rossi era uomo di fiducia di Mussari, con il quale aveva lavorato fin dai tempi della Fondazione MPS. Il 19 febbraio 2013, appena quindici giorni prima della morte, la Guardia di Finanza aveva perquisito il suo ufficio e la sua abitazione nell’ambito delle indagini sulla banca. Rossi non era indagato.
Che cosa sapeva? Aveva informazioni che avrebbero potuto compromettere qualcuno? Sono domande ancora senza risposta. Ma per comprendere perché il caso Rossi potrebbe incrociare quello di Antonveneta occorre ricostruire una delle operazioni più controverse della storia bancaria italiana.
Un’acquisizione da nove miliardi
Nell’ottobre 2007 il consorzio formato da Santander, Royal Bank of Scotland e Fortis acquisisce il gruppo olandese ABN AMRO, che aveva a sua volta acquistato Antonveneta dopo la scalata del 2005, conclusasi con lo scandalo che aveva travolto l’allora governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio.
Nella ripartizione delle attività di ABN AMRO, Antonveneta finisce al Banco Santander. Poche settimane dopo, l’8 novembre 2007, il Monte dei Paschi, presieduto da Mussari, delibera l’acquisto della banca veneta per circa 9 miliardi di euro.
Un prezzo spropositato. Secondo la stessa Banca d’Italia, ben 6 miliardi sono attribuibili all’avviamento, cioè alle aspettative di redditività futura e alle sinergie dell’acquisizione. In sostanza, MPS paga una cifra che è circa tre volte il patrimonio netto della banca acquisita.
Ma non basta. L’operazione richiede anche di sostituire circa 9,5 miliardi di finanziamenti precedentemente concessi ad Antonveneta dalla sua controllante. Complessivamente MPS deve quindi trovare le risorse per sostenere un’operazione che comporta impegni finanziari dell’ordine di 18,5 miliardi. Per farlo programma aumenti di capitale per 6 miliardi, emissioni obbligazionarie per altri 2 miliardi, finanziamenti ponte e cessioni di attività.
Il tutto senza aver effettuato, prima di impegnarsi nell’acquisto, una due diligence indipendente ossia quella verifica approfondita che normalmente precede un’acquisizione aziendale di tali dimensioni. Senza questa due diligence come ha potuto la Banca d’Italia autorizzare l’operazione?
Che cosa sapeva Bankitalia?
Nel gennaio 2008 MPS presenta la richiesta di autorizzazione. Il 17 marzo il Direttorio della Banca d’Italia, allora governata da Mario Draghi, autorizza l’operazione, subordinandone il perfezionamento al rafforzamento patrimoniale previsto.
Il 26 marzo vengono comunicate ulteriori prescrizioni, compresa la richiesta di raggiungere entro l’anno un Total capital ratio del 10%.
Fin qui sembrerebbe una normale, sia pure complessa, procedura di vigilanza.
Senonché, nell’audizione parlamentare del 22 novembre 2017, Carmelo Barbagallo, allora capo della Vigilanza bancaria di Bankitalia, ricostruisce alcuni fatti che meritano di essere riletti.
Primo fatto. Nel dicembre 2006 la stessa Banca d’Italia aveva concluso un’ispezione su Antonveneta con un giudizio «in prevalenza sfavorevole»: 4 su una scala di gravità da 1 a 5.
Bankitalia, dunque, conosceva la situazione problematica della banca che MPS intendeva acquistare.
Secondo fatto. L’acquisizione non era preceduta da una due diligence indipendente. Bankitalia lo sapeva, ma nella sua ricostruzione precisa che tale verifica non era obbligatoria secondo la normativa di vigilanza.
Terzo fatto. Il piano presentato da MPS prevedeva, dopo l’acquisizione, un Total capital ratio dell’8,4%, appena quattro decimi di punto sopra il minimo regolamentare dell’8%.
Insomma, la Vigilanza aveva di fronte una banca che intendeva comprarne un’altra pagandola circa tre volte il suo patrimonio netto, senza un’analisi indipendente preventiva, con problemi gestionali già conosciuti e con margini patrimoniali molto contenuti. Eppure l’acquisizione fu autorizzata.
Bankitalia ha sempre sostenuto che, secondo la normativa allora vigente, il prezzo rientrava nella responsabilità degli amministratori e che il suo compito fosse verificarne la sostenibilità patrimoniale e finanziaria.
Ma siamo sicuri che la vigilanza prudenziale possa limitarsi a verificare il rispetto di coefficienti e prescrizioni senza interrogarsi sufficientemente sulla rischiosità complessiva dell’operazione?
Non si tratta di stabilire se il prezzo fosse conveniente. Si tratta di chiedersi se un’acquisizione con quelle caratteristiche potesse compromettere la stabilità della banca acquirente. E i fatti successivi dimostreranno che il problema esisteva.
I contratti nascosti e le false comunicazioni
C’è poi un altro capitolo, forse ancora più significativo. Per finanziare l’acquisizione, MPS ricorre anche a un’operazione strutturata con JP Morgan, denominata FRESH, per circa un miliardo di euro.
Il meccanismo avrebbe dovuto consentire di rafforzare il capitale primario della banca. Ma perché ciò fosse possibile occorreva che le risorse rappresentassero l’effettivo capitale di rischio e non un debito sostanzialmente garantito.
Nel settembre 2008 Bankitalia contesta la piena computabilità dello strumento nel patrimonio primario. Senza il riconoscimento integrale del FRESH, il coefficiente patrimoniale complessivo di MPS al 30 giugno risultava del 7,8%, inferiore al minimo dell’8%.
La Vigilanza chiede quindi modifiche contrattuali e precise attestazioni sull’assenza di ulteriori accordi. MPS comunica di aver adeguato i contratti. Nell’ottobre 2008 Bankitalia ne prende atto. Ma successivamente emergono accordi collaterali che non erano stati comunicati.
E qui conviene riportare un passaggio testuale dell’audizione di Barbagallo del 2017: «Come si scoprirà dopo, la dichiarazione di MPS circa l’inesistenza di altri contratti inerenti all’operazione era falsa».
I contratti non comunicati, tra i quali accordi di indennizzo con JP Morgan e Bank of New York, alteravano la valutazione prudenziale dell’operazione. Soltanto grazie alle successive indagini della magistratura e agli approfondimenti della Vigilanza quei documenti vennero alla luce. Nel 2013 Bankitalia concluse procedimenti sanzionatori relativi al FRESH per 3,4 milioni di euro.
Perché consentire il perfezionamento dell’acquisizione prima di aver concluso la verifica tecnica di uno strumento finanziario così importante per il capitale della banca?
Il conto pagato dagli azionisti e dai contribuenti
Nel 2011 MPS registra una perdita consolidata di circa 4,7 miliardi, accompagnata da consistenti svalutazioni degli avviamenti. Seguono nuovi aumenti di capitale, interventi pubblici e, nel 2017, l’ingresso dello Stato nel capitale della banca attraverso la ricapitalizzazione precauzionale.
Antonveneta non è stata l’unica causa della crisi del Monte. Ma ne ha rappresentato un fattore determinante, perché ha assorbito risorse e ridotto i margini di sicurezza proprio prima di una stagione di crisi.
Intanto la Fondazione MPS, che aveva cercato di mantenere il controllo della banca, aveva eroso il proprio patrimonio e si era indebitata per sostenere la partecipazione. Una vicenda nella quale si intrecciano scelte industriali, potere locale, finanza strutturata e controlli pubblici.
Sul piano giudiziario occorre ricordare che l’inchiesta senese del 2013 non accertò tangenti o arricchimenti personali nell’acquisto di Antonveneta. E che il principale processo milanese sulle operazioni FRESH, Alexandria, Santorini e Chianti Classico si è concluso nel 2023 con assoluzioni definitive, comprese quelle di Mussari e dell’ex direttore generale Antonio Vigni.
È possibile che la morte di Rossi abbia un collegamento con questa gigantesca operazione finanziaria? Possibile, dimostrato no. Sarebbe arbitrario affermare che Rossi sia stato ucciso per ciò che sapeva di Antonveneta.
Sarebbe però altrettanto sbagliato ignorare il contesto nel quale morì: una banca travolta da scandali, una gestione precedente sottoposta a indagini, operazioni finanziarie complesse e contratti non comunicati alle autorità di vigilanza.
Ma di là dell’esito delle indagini sulla sua morte, la vicenda Antonveneta pone una questione di interesse pubblico che non può essere archiviata insieme ai processi penali.
Qual è stata l’effettiva efficacia della vigilanza della Banca d’Italia?
Che cosa deve fare un’autorità di controllo quando una banca si prepara a un’acquisizione enorme, senza una verifica indipendente preventiva, con margini patrimoniali limitati e con informazioni già disponibili sulla problematicità dell’istituto da acquistare?
Può limitarsi a imporre alcune condizioni e a verificarne successivamente l’attuazione oppure deve valutare il rischio complessivo, anche attraverso scenari alternativi e verifiche più penetranti?
E soprattutto: quanti segnali di allarme devono manifestarsi prima che un’autorizzazione venga negata?
Nel caso Antonveneta, la Banca d’Italia ha documentato molti interventi, prescrizioni e successive ispezioni. Ma resta il fatto che un’operazione autorizzata nel 2008 contribuì a portare una delle principali banche italiane sull’orlo del dissesto, fino a richiedere il salvataggio pubblico.
La vicenda Rossi potrebbe forse aiutarci a comprendere qualcosa di più degli interessi che si muovevano dietro quelle operazioni.
La vicenda Antonveneta, invece, ci obbliga già oggi a interrogarci su un sistema di vigilanza, all’epoca guidato da Mario Draghi, che seppe individuare numerosi problemi, ma non impedì che quei problemi si trasformassero in una crisi bancaria di dimensioni nazionali.
Il 4 dicembre 2017, rispondendo alla richiesta del Movimento 5 Stelle di ascoltare Draghi, allora presidente della BCE, Casini dichiarò: «Non ne vedo il bisogno perché abbiamo tutti gli atti su Monte dei Paschi di Siena, durante gli anni in cui lui era Governatore della Banca d’Italia».
Aggiunse che intendeva tenere la Commissione al riparo dalla campagna elettorale e che la commissione non avrebbe dovuto essere istituita alla fine della legislatura. Già il 27 settembre 2017, all’insediamento della Commissione, il deputato M5S Alessio Villarosa aveva chiesto che venissero ascoltati Visco, Vegas e Draghi, ricordando proprio l’autorizzazione all’acquisizione Antonveneta senza due diligence.
Il 6 dicembre RaiNews confermava che l’audizione di Draghi figurava tra le richieste, ma che Casini e il PD si erano ripetutamente espressi contro. La Commissione ascoltò Carmelo Barbagallo, responsabile della Vigilanza, e Ignazio Visco, governatore in carica. Ma Draghi era il governatore quando il Direttorio di Bankitalia autorizzò l’acquisizione, il 17 marzo 2008.
Era quindi la persona più titolata a rispondere a questioni fondamentali:
- Perché autorizzare un’acquisizione da 9 miliardi senza una due diligence indipendente?
- Quale valutazione venne fatta della precedente ispezione sfavorevole su Antonveneta?
- Quali scenari di crisi erano stati considerati per verificare la sostenibilità dell’acquisizione?
- Perché consentire il perfezionamento dell’operazione prima della conclusione delle verifiche sul FRESH?
Non sappiamo come avrebbe risposto. E la responsabilità delle decisioni era collegiale, non esclusivamente sua. Casini ritenne superflua un’audizione che avrebbe potuto chiarire direttamente il processo decisionale della Vigilanza.
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