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A poche settimane dalle elezioni statunitensi di medio termine del 3 novembre, il rialzo del dollaro mette in evidenza una delle principali contraddizioni dell’agenda economica di Donald Trump.
L’amministrazione vuole rilanciare il settore manifatturiero, aumentare la competitività delle esportazioni e ridurre il deficit commerciale. Un dollaro in apprezzamento produce però effetti opposti:
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rende più costosi i prodotti statunitensi per i compratori stranieri;
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riduce il valore in dollari dei ricavi realizzati all’estero dalle multinazionali;
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rende più convenienti le importazioni;
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incentiva le imprese a produrre fuori dagli Stati Uniti;
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ostacola la riduzione del disavanzo commerciale.
La forza della valuta può essere interpretata come un segnale di fiducia nell’economia americana, ma rappresenta contemporaneamente un ostacolo agli obiettivi industriali e commerciali della Casa Bianca.
Un’economia forte, ma elettori sempre più insoddisfatti
Trump arriva alle elezioni con un’economia ancora in crescita e un mercato del lavoro relativamente solido. La percezione delle famiglie è però molto meno favorevole.
I dazi hanno aumentato il costo di diversi beni importati, mentre la guerra contro l’Iran ha provocato un forte rincaro dell’energia e, in particolare, del diesel.
L’inflazione rimane elevata, i rendimenti dei Treasury hanno raggiunto i livelli più alti da quasi un quarto di secolo e la crescita dei prezzi ha superato quella dei salari.
L’apprezzamento del dollaro può contenere in parte il costo delle importazioni, ma non risolve il problema dei prodotti energetici e riduce la competitività dell’industria americana.
Si tratta quindi di un vantaggio disinflazionistico limitato, accompagnato da conseguenze negative per manifattura ed esportazioni.
Questa combinazione contribuisce a spiegare il deterioramento dei giudizi degli elettori sulla gestione economica dell’amministrazione e il rischio che i Repubblicani perdano il controllo della Camera, ed eventualmente anche del Senato.
Il deficit commerciale continua ad ampliarsi
In teoria, l’aumento del deficit commerciale e le preoccupazioni sui conti pubblici americani dovrebbero indebolire la valuta.
Le importazioni statunitensi hanno invece raggiunto livelli record, sostenute anche dagli acquisti di semiconduttori, apparecchiature elettriche e beni necessari alla costruzione delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale.
Il deficit commerciale, pari all’inizio dell’anno a circa il 2,7% del PIL, potrebbe avvicinarsi al 4% nel 2027. È un andamento in evidente contrasto con l’obiettivo dell’amministrazione di ridurre la dipendenza dalle importazioni e riportare una quota maggiore della produzione negli Stati Uniti.
Eppure il dollaro continua ad apprezzarsi. La ragione è che i tassi di cambio non misurano la solidità assoluta di un’economia, ma quella relativa rispetto alle alternative disponibili.
Il dollaro come “vaso di ferro tra i vasi di coccio”
Gli Stati Uniti presentano problemi rilevanti: deficit fiscale elevato, debito vicino ai 40.000 miliardi di dollari e rendimenti in forte aumento. Le alternative principali non appaiono però più solide.
In Europa le preoccupazioni si concentrano soprattutto sulla Francia. Gli investitori temono che la frammentazione politica impedisca al governo di adottare misure sufficienti per riportare sotto controllo deficit e debito. Le vendite sui titoli francesi e sull’euro hanno quindi indirettamente sostenuto il dollaro.
Il Giappone presenta un problema differente ma altrettanto complesso. L’aumento dei tassi mette sotto pressione un Paese con un debito pubblico enorme, mentre lo yen rimane vicino ai minimi storici.
Il dollaro sta dunque vincendo anche per esclusione. A questo elemento si aggiungono:
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rendimenti statunitensi superiori a quelli di molte altre economie avanzate;
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aspettative di nuovi rialzi della Federal Reserve;
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domanda di attività considerate liquide e difensive;
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afflussi di capitale verso tecnologia e intelligenza artificiale;
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necessità di dollari per finanziare scambi e debiti internazionali.
La forza della valuta non indica quindi l’assenza di problemi negli Stati Uniti. Segnala che, al momento, gli investitori giudicano più difficili o meno remunerative le alternative.
L’AI sostiene il dollaro ma complica l’agenda industriale
Il ciclo dell’intelligenza artificiale genera un effetto apparentemente contraddittorio.
Da un lato, le aziende statunitensi importano enormi quantità di chip, componenti e apparecchiature, contribuendo all’allargamento del deficit commerciale. Dall’altro, la leadership americana nel settore attira capitali internazionali verso azioni, obbligazioni e investimenti diretti denominati in dollari.
Gli investitori che vogliono partecipare alla crescita dell’AI statunitense devono prima acquistare dollari.
Gli afflussi finanziari possono così sostenere la valuta anche mentre il saldo commerciale peggiora.
Per la Casa Bianca il risultato è scomodo: l’AI rafforza l’economia e attira capitali, ma contribuisce contemporaneamente all’aumento delle importazioni e all’apprezzamento della moneta.
Il progetto di un “Accordo di Mar-a-Lago”
La preferenza di Trump per una valuta meno forte non è nuova. Il presidente sostiene da tempo che la sopravvalutazione del dollaro penalizzi il settore manifatturiero e favorisca i partner commerciali degli Stati Uniti.
Questa impostazione è stata sistematizzata da Stephen Miran nel documento A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System. Secondo la tesi di Miran, l’ordine commerciale e finanziario internazionale dovrebbe essere riorganizzato per ridurre la sopravvalutazione del dollaro, rendere più competitive le esportazioni americane e favorire la ricostruzione della capacità manifatturiera nazionale.
Il progetto è stato informalmente definito “Accordo di Mar-a-Lago”, in analogia con l’Accordo del Plaza del 1985, quando le principali potenze economiche coordinarono i propri interventi per ridurre il valore del dollaro.
La situazione attuale è però molto diversa. Negli anni Ottanta esisteva una maggiore disponibilità alla cooperazione multilaterale. Oggi la dottrina America First, i dazi e i conflitti commerciali rendono molto più difficile convincere Europa, Giappone e Cina a partecipare a un intervento coordinato.
Perché Trump non può semplicemente ordinare un dollaro più debole
Il valore del dollaro non dipende soltanto dalle dichiarazioni della Casa Bianca. È il risultato di diversi fattori:
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politica monetaria della Federal Reserve;
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differenziale tra i rendimenti americani e quelli esteri;
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flussi internazionali di capitale;
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domanda di attività rifugio;
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condizioni economiche e politiche delle altre aree;
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fiducia nel mercato finanziario statunitense.
La Fed è inoltre formalmente indipendente. Se l’inflazione rimane elevata, la banca centrale non può ridurre i tassi soltanto per favorire esportazioni e industria.
Trump potrebbe intervenire attraverso il Tesoro, incoraggiare azioni coordinate con singoli Paesi o utilizzare dazi e accordi commerciali come leva negoziale.
Gli interventi unilaterali rischierebbero però di essere assorbiti rapidamente da un mercato valutario molto più grande delle risorse impiegabili dalle autorità.
La difficoltà principale è quella indicata da Stephen Jen: indebolire il dollaro senza spaventare i mercati dei capitali.
Se gli investitori interpretassero l’intervento come un tentativo di manipolare la valuta o ridurre artificialmente il valore degli asset americani, potrebbero chiedere rendimenti ancora più elevati sui Treasury. Il risultato sarebbe un aumento dei costi di finanziamento per governo, famiglie e imprese.
Dollar Index: respinta dalla resistenza a 102,80-103
Il grafico mostra che la tesi del dollaro strutturalmente forte non è ancora definitivamente confermata.
Il Dollar Index ha recuperato con decisione dal minimo di inizio 2026 in area 95,50, costruendo una sequenza di minimi crescenti all’interno di un canale rialzista.

Il recupero ha consentito di superare:
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il 23,6% di ritracciamento del precedente ribasso, in area 99;
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il 38,2%, vicino a 101-101,20.
L’indice ha quindi raggiunto il 50% di ritracciamento, collocato nell’area 102,80-103, ma è stato respinto dopo un massimo settimanale a 102,945, terminando a 101,837.
La candela mostra quindi che la resistenza è attiva. La forza del dollaro osservata negli ultimi mesi è reale, ma deve ancora superare la prova tecnica più importante.
Lo scenario rialzista sopra 103
Una chiusura confermata sopra 102,80-103 completerebbe il superamento del 50% del precedente ribasso e renderebbe più credibile la prosecuzione verso:
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104-104,50, dove convergono il lato superiore del canale crescente e il 61,8% di ritracciamento;
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106-106,50, area attraversata dalla trendline ribassista di lungo periodo;
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109,50-110, massimi di fine 2024 e inizio 2025.
Il superamento di 104,50 rappresenterebbe una conferma particolarmente forte. In quel caso il recupero non potrebbe più essere considerato soltanto una correzione del ribasso precedente.
La rottura della trendline di lungo periodo, attualmente vicina a 106,50, completerebbe infine una vera inversione rialzista strutturale.
Un Dollar Index sopra 103-104,50 rafforzerebbe l’intera storia descritta:
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capitali internazionali diretti verso gli Stati Uniti;
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euro e yen strutturalmente deboli;
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difficoltà per la manifattura americana;
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pressione sui mercati emergenti;
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possibili revisioni negative degli utili esteri delle multinazionali statunitensi.
Senza breakout, lo scenario può ridimensionarsi
La mancata rottura di area 102,80-103 imporrebbe invece maggiore prudenza.
Una nuova discesa sotto 101-101,20 riporterebbe il Dollar Index al di sotto del 38,2% di ritracciamento e potrebbe favorire un ritorno verso 99,80-100 e successivamente verso 99, dove transitano la base del canale rialzista e un importante supporto.
La perdita di quota 99 indebolirebbe sensibilmente la struttura crescente sviluppata dai minimi di inizio anno. Sotto 97,50-98 aumenterebbe il rischio di un ritorno verso 95,50.
In questo scenario, la forza recente del dollaro si dimostrerebbe una fase di recupero importante ma non l’avvio di una nuova tendenza strutturale.
La mancata conferma tecnica potrebbe riflettere:
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una stabilizzazione dei rendimenti americani;
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un atteggiamento meno restrittivo della Fed;
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una riduzione delle tensioni geopolitiche;
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un recupero dell’euro o dello yen;
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interventi valutari più incisivi;
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un ridimensionamento degli afflussi verso il settore AI.
Le implicazioni per i mercati
La rottura di 103 avrebbe conseguenze che andrebbero oltre il mercato valutario.
Borse statunitensi
Un dollaro molto forte penalizza i ricavi esteri delle multinazionali e riduce, una volta convertiti, gli utili realizzati fuori dagli Stati Uniti. Tecnologia, industria, beni di consumo globali e materiali sarebbero tra i settori più esposti.
Mercati emergenti
La forza del dollaro aumenta il costo del debito denominato nella valuta americana e tende a provocare deflussi di capitale. Sarebbe quindi coerente con la recente debolezza dell’MSCI Emerging Markets.
Materie prime
A parità di condizioni, un dollaro forte tende a rappresentare un ostacolo per le materie prime quotate nella valuta statunitense.
Nella fase attuale, tuttavia, petrolio e prodotti energetici sono sostenuti da problemi di offerta e tensioni geopolitiche sufficienti a compensare l’effetto valutario.
Obbligazioni
Se il rialzo del dollaro dipendesse da rendimenti americani ancora più elevati, la pressione sui prezzi dei Treasury potrebbe proseguire. Se derivasse invece dalla ricerca di sicurezza, dollaro e obbligazioni potrebbero apprezzarsi contemporaneamente.
Europa
Una moneta più debole favorisce gli esportatori europei, ma aumenta il costo delle importazioni energetiche e alimenta l’inflazione. Per la BCE sarebbe un ulteriore elemento di difficoltà.
La resistenza decide se la contraddizione diventerà strutturale
Trump vorrebbe un dollaro più debole per sostenere manifattura ed esportazioni, ma le sue stesse politiche contribuiscono indirettamente a mantenerlo forte.
Dazi, inflazione e aumento dei rendimenti attirano capitali verso la valuta americana.
La guerra con l’Iran sostiene il prezzo dell’energia e limita la possibilità della Fed di allentare la politica monetaria.
Il ciclo dell’intelligenza artificiale amplia le importazioni, ma contemporaneamente richiama investimenti finanziari negli Stati Uniti.
Il grafico, però, invita a non considerare ancora definitiva questa dinamica.
La resistenza a 102,80-103 è il vero spartiacque. La sua rottura confermerebbe una nuova fase di forza del dollaro e renderebbe ancora più difficile il raggiungimento degli obiettivi industriali di Trump.
Una nuova respinta, seguita dalla perdita di 101 e soprattutto di 99, ridimensionerebbe invece lo scenario e potrebbe offrire alla Casa Bianca proprio quell’indebolimento della valuta che finora il mercato le ha negato.
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