Non esiste una definizione ufficiale di pensione buona. In questo articolo usiamo due misure. La prima è l’importo: prendiamo come riferimento i 2.000 euro al mese, la soglia che nei dati Inps separa le fasce più alte. La seconda è il tasso di sostituzione, cioè il rapporto tra l’assegno e l’ultimo stipendio. Per chi ha lavorato una vita è questo secondo numero a dire se il tenore di vita si mantiene.
Il confine dei 2.000 euro è una scelta nostra, non una norma. Va tenuto presente anche un’altra cosa: gli importi Inps sono in genere lordi, mentre il tasso di sostituzione che citiamo più avanti è netto.
Oggi: chi supera i 2.000 euro
Secondo l’Osservatorio Inps sul casellario dei pensionati, in Italia ci sono 16,3 milioni di pensionati. Ecco come si distribuiscono:
- Sotto i 1.000 euro al mese: circa 4,6 milioni, il 28,1% del totale.
- Tra 1.000 e 2.000 euro: il 34,2%.
- Oltre 2.000 euro: il 37,7%, che assorbe il 63,5% della spesa pensionistica.
- Oltre 5.000 euro: il 2,8%, circa 450mila persone.
Tradotto in numeri assoluti, i pensionati con più di 2.000 euro sono circa 6,1 milioni (stima nostra dalla percentuale). Più di uno su tre ce la fa, dunque, ma va ricordato che molti pensionati cumulano più prestazioni: la quota di pensioni sotto i 1.000 euro è del 53,9%, mentre quella dei pensionati è del 28,1%.
Guardando alle pensioni appena liquidate, l’importo medio è di 1.216 euro per quelle con decorrenza 2025 e 1.264 euro nel primo semestre 2026. Gli uomini hanno 1.506 euro, le donne 1.048: una differenza di 458 euro al mese (dati parziali per il 2026).
Quanto serve di stipendio per avere 2.000 euro
Il tasso di sostituzione netto, secondo le stime della Ragioneria generale dello Stato riportate da Previdenza Cooperativa (rapporto 2023), per un dipendente del settore privato con 38 anni di contributi scende così:
Con questi tassi possiamo fare una simulazione. Per ottenere una pensione netta di 2.000 euro, in euro di oggi, serve un ultimo stipendio netto di:
- circa 2.450 euro con il tasso del 2020 (81,5%);
- circa 2.620 euro nel 2030 (76,4%);
- circa 2.940 euro nel 2040 (68,1%).
In altre parole, per avere lo stesso assegno servirà guadagnare quasi 500 euro netti in più al mese al momento dell’uscita, rispetto a oggi. Non è una previsione sul mercato del lavoro: è l’effetto aritmetico del metodo contributivo, che lega l’assegno ai contributi versati e alla speranza di vita.
L’effetto dell’inflazione
C’è poi il tema del potere d’acquisto. Ipotizzando un’inflazione costante del 2% annuo (assunzione nostra: negli ultimi mesi le stime sono state più alte), 2.000 euro di oggi equivalgono a circa 2.440 euro tra 10 anni e a circa 2.970 euro tra 20 anni. Chi punta a una pensione “buona” tra vent’anni dovrà quindi pensare a una cifra nominale vicina ai 3.000 euro, anche solo per restare allo stesso livello.
Il quadro cambia molto se l’inflazione è più alta. Ecco cosa diventano 2.000 euro di oggi in euro nominali:
| Inflazione annua | Tra 10 anni | Tra 20 anni |
|---|---|---|
| 2% | 2.440 euro | 2.970 euro |
| 3% | 2.690 euro | 3.610 euro |
| 4% | 2.960 euro | 4.380 euro |
L’inflazione riporta una stima di settembre al 4,1% per l’Italia, dal 3,2% di agosto: un dato di breve periodo, non una previsione per i prossimi vent’anni, ma che mostra quanto sia delicato il calcolo. Le pensioni già in pagamento sono rivalutate ogni anno con regole che cambiano nel tempo, mentre per chi non è ancora in pensione l’effetto si sente soprattutto sul valore reale dei risparmi accumulati.
Quanto bisogna mettere da parte: tre esempi
Prendiamo tre lavoratori privati con 38 anni di contributi e fissiamo un obiettivo: un assegno pari all’80% dell’ultimo stipendio netto. Con il tasso attuale (81,5%) l’obiettivo è già raggiunto. Con il tasso del 2040 (68,1%) ecco cosa manca, in euro di oggi:
| Ultimo stipendio netto | Pensione al 68,1% | Mancano al mese per l’80% |
|---|---|---|
| 1.500 euro | 1.022 euro | 178 euro |
| 1.800 euro | 1.226 euro | 214 euro |
| 2.200 euro | 1.498 euro | 262 euro |
Per colmare quel divario per 20 anni di pensione servirebbe un capitale di circa 39mila, 47mila e 57mila euro (con un rendimento reale dell’1% annuo, ipotesi prudente). Per accumularlo bisognerebbe versare in un fondo pensione, per 20 anni e con un rendimento reale del 2%, circa 132, 158 e 194 euro al mese. Se si parte soltanto 10 anni prima del traguardo, la rata sale a 293, 351 e 430 euro.
Sono simulazioni semplificate: ignorano tasse sui rendimenti, costi dei prodotti, carriere discontinue e variazioni dei tassi. Servono a dare un ordine di grandezza, non una consulenza.
Chi riuscirà a raggiungerla
Le proiezioni indicano che non tutti partono dallo stesso punto. Secondo il rapporto della Ragioneria sulle tendenze di lungo periodo, il tasso di sostituzione lordo dei lavoratori dipendenti nel 2070 sarebbe del 58,8%, mentre per gli autonomi scenderebbe sotto il 50%, circa il 47%. L’età di pensionamento dei dipendenti salirebbe a 67 anni e 5 mesi, quella degli autonomi a 70 anni e 2 mesi.
Altri fattori giocano contro chi inizia a lavorare tardi o con carriere discontinue. Chi nasce nel 2000, secondo le stesse stime, potrebbe avere una pensione netta inferiore al 67% dell’ultimo stipendio. Anche il divario di genere, già oggi di 458 euro sulle nuove pensioni, è un fattore che resta aperto.
I limiti di questi numeri e cosa si può fare adesso
Prima di trarre conclusioni, tre avvertenze. Il tasso di sostituzione vale per un lavoratore tipo con 38 anni di contributi e una carriera continua: chi ha buchi contributivi, part-time o periodi di precarietà avrà un risultato più basso. Le stime della Ragioneria si basano su ipotesi demografiche ed economiche che vengono riviste ogni anno. Infine, la nostra soglia di 2.000 euro è un riferimento utile per confrontare le fasce, ma ognuno ha spese, famiglia e patrimonio diversi: per un pensionato con casa di proprietà e senza mutuo, 1.500 euro possono bastare, per un altro 2.500 no.
La prima mossa è sapere a che punto si è. L’estratto conto contributivo e la simulazione “La mia pensione futura” dell’Inps permettono di stimare l’assegno. La seconda è capire il divario tra ultimo stipendio e pensione prevista. La terza, per chi ha tempo, è valutare la previdenza complementare: partire presto vale più che versare molto tardi, come mostra il confronto tra 20 e 10 anni.
Dal 1° gennaio 2027 l’età per la vecchiaia sale a 67 anni e un mese, con altri due mesi dal 2028. Lavorare più a lungo aumenta l’assegno, ma non basta a garantire la stessa copertura.
In estrema sintesi
Una pensione buona oggi è, per chi supera i 2.000 euro, una condizione che riguarda poco più di un pensionato su tre. Tra 10-20 anni lo stesso risultato richiederà stipendi finali più alti, una cifra nominale vicina ai 3.000 euro e, per molti, un secondo pilastro previdenziale. Per i giovani e per gli autonomi la sfida sarà ancora più alta.
Dott.ssa Serena Benedetti
La dott.ssa Serena Benedetti è un’esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell’assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all’analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi…
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