Donare sangue significa compiere un gesto volontario, gratuito e spesso decisivo per la vita di qualcun altro. Ma significa anche costruire una cultura della solidarietà capace di durare nel tempo. È questa la sfida di FIDAS Verona ODV, che sul territorio provinciale conta 81 sezioni e oltre 11mila donatori. A raccontarla è il presidente provinciale Nicola Martelletto, donatore da più di vent’anni, che parla del necessario ricambio generazionale, dei falsi miti ancora da sfatare e di una donazione che non deve essere legata soltanto alle emergenze, ma diventare un impegno costante durante tutto l’anno.
Nicola, tu sei donatore da più di vent’anni. Che cosa ti ha spinto a iniziare?
Nel mio caso è iniziato tutto in famiglia. Sono stato letteralmente portato in macchina da mio zio, che era presidente della sezione del mio paese. Prima di lui, mio nonno aveva fondato quella stessa sezione molti anni prima. Mio nonno era il farmacista del paese e da lì era nato questo impegno. Per me, quindi, la donazione è stata qualcosa che ho respirato in famiglia. Poi, come accade a molti donatori, una volta iniziato subentra l’entusiasmo e soprattutto la consapevolezza di fare qualcosa di utile per gli altri. Ed è questo che porta a continuare nel tempo.
Quante volte riesci a donare in un anno?
Di solito parto da un minimo di quattro donazioni all’anno, ma in qualche occasione sono riuscito ad arrivare anche a otto, che rappresentano il massimo possibile in determinate condizioni. Essendo presidente cerco naturalmente anche di dare il buon esempio.
Hai assunto da poco la presidenza provinciale in un momento segnato da un calo delle donazioni. Quanto è preoccupante questa situazione?
Il calo purtroppo sta continuando anche quest’anno. Nei primi nove mesi abbiamo registrato una riduzione di circa il 2,7% delle donazioni da parte dei nostri associati. È un fenomeno diffuso e quindi è qualcosa su cui dobbiamo lavorare tutti insieme. Sul territorio stiamo cercando di fare il massimo. Le nostre sezioni, distribuite in tutta la provincia, sono molto attive. Durante l’estate, per esempio, sono state presenti nelle sagre e in moltissimi eventi: dall’AperiFidas alle marce, fino ai motoraduni e alla 24 Ore del Donatore alle Terme di Giunone. Cerchiamo però di fare in modo che questi appuntamenti non siano fini a se stessi. L’obiettivo è portare il messaggio della donazione dentro la quotidianità delle persone. Se un ragazzo ci incontra a scuola, poi ci rivede alla sagra del paese e qualche mese dopo partecipa a un nostro evento, FIDAS smette lentamente di essere qualcosa di estraneo e diventa parte della sua comunità. È proprio questo che vogliamo: far percepire la donazione come qualcosa di vicino e alla portata di tutti.
Ci sono ancora molti falsi miti che frenano chi vorrebbe donare?
Sì, e a questo proposito mi viene in mente la storia di un nostro donatore, Flavio Daldosso, che quest’anno ha raggiunto le cento donazioni. È un professore dell’Istituto Calabrese Levi e quando, molti anni fa, gli proposero per la prima volta di donare il sangue, la sua risposta fu: “Ho paura di svenire”. Quella era la sua grande paura. Oggi ha festeggiato la centesima donazione ed è diventato a sua volta un nostro volontario. Nella scuola sostiene la sezione FIDAS e ogni giorno è lui a chiedere ai ragazzi: “Perché non ci provi?”. È un esempio molto significativo. Alla fine le vere limitazioni sono poche: bisogna essere maggiorenni, pesare più di cinquanta chili ed essere in buona salute. Ci sono quindi moltissime persone che potrebbero donare. L’importante è informarsi e provare.
Il ricambio generazionale è oggi una delle sfide principali?
Assolutamente sì. Noi non vogliamo cercare i donatori soltanto quando si presenta un’emergenza. L’obiettivo è esattamente l’opposto: evitare che l’emergenza si verifichi, facendo in modo che la donazione diventi periodica e distribuita durante tutto l’anno. Prevenire l’emergenza significa anche chiedersi chi saranno i donatori tra cinque o dieci anni. Per questo andiamo ogni giorno nelle scuole e iniziamo a sensibilizzare i ragazzi fin dalla scuola elementare. A quell’età magari tornano a casa e chiedono ai genitori: “Ma tu sei donatore di sangue?”. È già un primo seme. Poi, quando arrivano agli ultimi anni delle superiori, il nostro obiettivo è accompagnarli verso la prima donazione, anche grazie ai volontari che lavorano direttamente all’interno degli istituti scolastici.
Non c’è bisogno soltanto di sangue, ma anche di plasma. Perché è così importante parlarne?
È un tema fondamentale, anche perché a livello nazionale non siamo autosufficienti nella produzione dei farmaci plasmaderivati e siamo ancora costretti ad acquistarne dall’estero. La cultura della donazione di plasma sta crescendo e anche quest’anno abbiamo registrato un piccolo aumento. È un segnale positivo, ma dobbiamo fare di più. In passato la donazione di plasma veniva quasi considerata una donazione di serie B, destinata magari a persone sottopeso o con determinate caratteristiche. Oggi non è più così. Bisogna iniziare a considerarla una modalità di donazione fondamentale. Richiede un po’ più di tempo perché durante la procedura viene separato il plasma e la parte cellulare del sangue viene restituita al donatore. Ma dai plasmaderivati si ottengono farmaci che sono vere e proprie terapie salvavita. La medicina continua a fare progressi e Verona, da questo punto di vista, è un esempio di buona sanità. Ma tutti questi progressi rischiano di essere vani se alla base non c’è la disponibilità di sangue e plasma necessari a produrre determinati farmaci. Dobbiamo quindi smettere di collegare la donazione soltanto all’idea dell’emergenza, della grande emorragia o dell’intervento chirurgico. Oggi più che mai bisogna pensare anche alle terapie quotidiane di tante persone che senza questi prodotti non potrebbero continuare a vivere normalmente.
Quanto è radicata FIDAS sul territorio provinciale?
Abbiamo 81 sezioni e più di 11mila donatori. Nei primi nove mesi del 2026 abbiamo già superato le 14mila donazioni.
Sono numeri importanti, che raccontano soprattutto l’impegno di moltissime persone. Tutti coloro che vediamo sul territorio impegnati nella promozione sono volontari. Ed è proprio la presenza capillare delle sezioni a fare la differenza. È fondamentale essere inseriti nel proprio territorio e riuscire ad arrivare il più vicino possibile alle persone. Non potremmo ottenere lo stesso risultato lavorando soltanto dalla sede provinciale. Le sezioni vivono dentro le loro comunità, ne conoscono le persone e partecipano alle attività locali. Per questo il loro ruolo è essenziale e credo che lo sarà sempre di più.
Dietro il gesto volontario del donatore c’è però anche un sistema sanitario che deve funzionare. Quali sono le principali difficoltà organizzative?
Negli ultimi anni sono stati fatti molti progressi. Oggi abbiamo una programmazione strutturata e delle agende attraverso le quali è possibile prenotare la donazione. Il tempo trascorso in ospedale si è ridotto moltissimo rispetto a quando ho iniziato io più di vent’anni fa. Il sistema è decisamente più ottimizzato. Naturalmente possono sempre verificarsi inconvenienti, soprattutto perché ormai tutto è informatizzato e quando ci sono problemi tecnici ne risentiamo anche noi. Nel complesso, però, oggi la struttura funziona bene e permette di ottenere buoni risultati.
Ci sono molte storie di donatori che hanno superato le cento donazioni. Ce n’è una che ti ha colpito particolarmente?
Mi viene in mente una storia molto recente, quella di Paolo Galbero. È un nostro donatore che ha superato le cento donazioni, arrivando a 108. Per molto tempo è stato dalla parte di chi dona, ma recentemente, a causa di una malattia, si è trovato dall’altra parte del lettino: oggi è lui a essere un ricevente .La sua storia ci ha ricordato in modo molto concreto quanto sia importante il gesto del donatore. Quando una persona dona non sa mai a chi arriverà il suo sangue. E non può sapere se un giorno, dall’altra parte, potrebbe esserci lui stesso, un suo familiare, un figlio, un genitore o un amico. È proprio questo uno degli aspetti più belli della donazione. Non sai dove andrà il tuo gesto, ma sai con certezza che da qualche parte c’è qualcuno che ne ha bisogno. È un gesto totalmente disinteressato.
Come vorresti vedere FIDAS Verona nei prossimi dieci, venti o trent’anni?
Al termine del mio mandato mi basterebbe poter dire di lasciare una FIDAS capace di comunicare con le nuove generazioni. Vorrei però che questo avvenisse mantenendo intatta la sua identità: quella di un’associazione fondata sul volontariato, sulla passione e su una storia che è stata costruita da tante persone nel corso degli anni. È necessario cambiare il modo di comunicare, perché cambiano le generazioni, ma senza perdere ciò che FIDAS rappresenta.
Qual è allora l’appello che vuoi rivolgere a chi non ha mai donato?
Non dico alle persone di decidere oggi stesso di diventare donatori. Dico semplicemente: pensateci, informatevi e provate. Abbiamo parlato di persone che hanno raggiunto cento e più donazioni, ma anche loro hanno iniziato dalla prima. E quella prima donazione potrebbe essere stata fondamentale per la vita di un’altra persona. È da lì che comincia tutto.
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