La vita a Gaza è ancora segnata dalla fame, dalla sete, dalla distruzione e dallo sfollamento. Dopo quasi tre anni di guerra, la popolazione palestinese deve ancora fare i conti con la devastazione di case e infrastrutture, la mancanza di servizi essenziali e condizioni di vita che restano insostenibili. Eppure, l’ingresso degli aiuti umanitari e dei materiali indispensabili per ripristinare le infrastrutture vitali continua a essere pesantemente ostacolato dalle autorità israeliane.
Per questo abbiamo lanciato la petizione “Stop al blocco”, per chiedere alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al governo italiano di impegnarsi concretamente affinché gli aiuti possano raggiungere la popolazione in sicurezza, senza ostacoli e nel rispetto del diritto internazionale umanitario e la popolazione palestinese sia messa in condizione di iniziare a ricostruire il proprio futuro.
Gaza, una popolazione intrappolata in condizioni disumane
Dall’ottobre 2023, le restrizioni imposte da Israele hanno compromesso gravemente l’ingresso di cibo, acqua potabile, carburante, medicinali e forniture necessarie a riparare le infrastrutture essenziali. Anche la circolazione all’interno della Striscia è sottoposta a forti limitazioni, che rendono più difficile per le organizzazioni umanitarie raggiungere le persone che hanno bisogno di assistenza.
Oggi circa 1,9 milioni di persone, pari al 90% della popolazione totale della Striscia, sono sfollate e costrette a vivere in spazi sempre più ristretti, spesso privi di ripari adeguati, acqua potabile e servizi igienico-sanitari.
Le condizioni sono ulteriormente aggravate dalla progressiva riduzione delle aree in cui la popolazione può vivere e muoversi. L’esercito israeliano controlla circa il 70% della Striscia e continua a spostare sempre più ad ovest il confine delle zone controllate, restringendo lo spazio abitabile dalla popolazione palestinese e raggiungibile dalle organizzazioni umanitarie. Quasi due milioni di palestinesi sono costretti a vivere nel territorio restante, in condizioni di sovraffollamento e senza standard minimi di abitabilità.
Senza acqua e servizi essenziali, non c’è futuro
L’accesso all’acqua è uno degli aspetti più drammatici della crisi. Prima dell’ottobre 2023, le infrastrutture idriche di Gaza erano già gravemente compromesse da decenni di occupazione, blocco e mancati investimenti. La guerra ha aggravato ulteriormente la situazione, danneggiando reti di distribuzione, pozzi e impianti di trattamento.
Ad aprile 2026, la produzione di acqua era scesa a circa 130.000 metri cubi al giorno, contro una capacità superiore a 354.000 metri cubi prima della guerra: una riduzione di oltre il 60%. Nel primo trimestre del 2026, circa 1,5 milioni di persone dipendevano dall’acqua trasportata con le autobotti e l’82% delle famiglie viveva in condizioni di insicurezza idrica.
La scarsità di acqua pulita, unita al deterioramento delle condizioni igienico-sanitarie, aumenta il rischio di malattie e colpisce in particolare bambini, donne, anziani e persone con disabilità.
Da ottobre 2023 a luglio 2026, insieme ai partner locali, Oxfam ha raggiunto oltre 1,5 milioni di persone a Gaza e in Cisgiordania. Abbiamo distribuito acqua attraverso le autobotti, ripristinato reti idriche e fognarie, installato impianti di desalinizzazione, docce e latrine, oltre a fornire cibo e assistenza alle persone più vulnerabili.
Ma per garantire alla popolazione un’assistenza effettivamente adeguata ai bisogni e avviare la ricostruzione è indispensabile che le organizzazioni umanitarie possano operare senza restrizioni e raggiungere chi ne ha bisogno, con le risorse e i materiali necessari.
Le organizzazioni umanitarie devono poter operare
Nonostante i bisogni enormi, le organizzazioni umanitarie continuano a incontrare gravi ostacoli nel portare aiuti nella Striscia. I controlli sui convogli, il numero limitato di valichi autorizzati e il respingimento di camion rendono difficile garantire forniture adeguate e continuative.
A queste restrizioni si aggiungono le misure che minacciano la possibilità stessa per le organizzazioni internazionali di continuare a operare. Nel dicembre 2025, 37 organizzazioni umanitarie internazionali, tra cui Oxfam, hanno ricevuto dalle autorità israeliane l’ordine di cessare le proprie attività nel Territorio Palestinese Occupato entro la fine di febbraio, in base alle nuove norme israeliane sulla registrazione.
Limitare l’operatività delle organizzazioni umanitarie significa mettere ulteriormente a rischio la risposta ai bisogni della popolazione. Insieme alle agenzie delle Nazioni Unite e ai partner palestinesi, queste organizzazioni contribuiscono infatti a garantire una parte essenziale degli aiuti alimentari, dell’assistenza sanitaria, degli interventi per gli alloggi e dei servizi educativi di emergenza.
La Corte internazionale di giustizia ha inoltre ordinato a Israele, con le misure del 26 gennaio, 28 marzo e 24 maggio 2024, di garantire un accesso umanitario effettivo e senza ostacoli a Gaza. Le persistenti difficoltà nell’ingresso di cibo, acqua, medicinali e altri beni essenziali mostrano quanto sia urgente tradurre questi obblighi in condizioni concrete di accesso e assistenza.
Fermare il blocco per poter ricostruire
I Palestinesi oggi presenti a Gaza sono sopravvissuti a uno degli attacchi militari più punitivi e distruttivi a memoria d’uomo.
Almeno 73.000 loro familiari, amici e vicini sono stati uccisi come diretta conseguenza del genocidio in corso a Gaza ad opera di Israele. I luoghi che un tempo erano teatro della loro vita sono oggi ridotti a oltre 66 milioni di tonnellate di macerie, sotto le quali sono sepolti i resti di quasi 11.000 persone. La distruzione delle reti idriche, elettriche e fognarie, degli ospedali, delle scuole e delle strade compromette ogni possibilità di ripresa.
I 71,4 miliardi di dollari necessari per ricostruire Gaza equivalgono, in termini reali, a 7 volte il costo totale di tutte le ricostruzioni successive a ogni grande offensiva militare sulla Striscia degli ultimi 20 anni.
A queste perdite brutali e quantificabili se ne sommano altre più difficilmente valutabili ma con conseguenze non meno distruttive: disumanizzazione, lacerazione del tessuto sociale, delle reti sociali e della fiducia collettiva.
Ricostruire Gaza richiederà tempo e risorse enormi, ma senza la possibilità di far entrare liberamente aiuti e materiali indispensabili, anche gli interventi più urgenti rischiano di restare impossibili.
Stop al blocco: cosa chiediamo al governo italiano
Con la petizione “Stop al blocco”, chiediamo alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al governo italiano di assumere una posizione pubblica e di agire affinché Israele:
- Garantisca l’ingresso e la distribuzione degli aiuti umanitari, nel rispetto del diritto internazionale umanitario e dei principi di neutralità, imparzialità e indipendenza, con il coordinamento delle Nazioni Unite.
- Consenta alle organizzazioni umanitarie di operare senza ostacoli, garantendo l’accesso a cibo, acqua, cure mediche e carburante attraverso l’apertura di tutti i valichi necessari alla consegna degli aiuti.
- Permetta l’ingresso dei materiali e dei mezzi indispensabili per ripristinare le infrastrutture vitali, comprese le reti idriche, elettriche e fognarie, senza le quali non è possibile garantire servizi essenziali alla popolazione.
- Ponga fine all’assedio di Gaza, e che l’Italia e l’Europa si impegnino per una pace duratura, fondata su giustizia, dignità e un futuro per i popoli palestinese e israeliano.
Garantire l’ingresso degli aiuti a Gaza non è una concessione, è un obbligo giuridico. Senza acqua, elettricità, servizi sanitari e cibo, non può esserci una ripresa reale. E senza accesso umanitario, le organizzazioni che possono contribuire a renderla possibile non possono svolgere il proprio lavoro.
Gaza non può più aspettare
Firma la petizione “Stop al blocco” e chiedi al governo italiano di agire.
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