Intervento del Presidente Meloni all’Assemblea Generale Assolombarda 2026


Buongiorno a tutti, e grazie davvero per questo invito.

Saluto il Presidente La Russa, il Presidente Orsini, il Presidente Fontana, il Sindaco Sala, tutte le Autorità, i rappresentanti delle categorie economiche e sociali che sono presenti oggi in questa sala.

E voglio ringraziare davvero il Presidente Biffi e tutti gli imprenditori associati ad Assolombarda per l’invito. Sono qui perché credo che in un tempo particolarmente vorticoso come quello nel quale noi operiamo, confrontarsi e ragionare con chi ogni giorno tiene acceso il motore di questa Nazione sia indispensabile. 

E chiaramente quale potrebbe essere un luogo migliore per farlo dell’Assemblea degli imprenditori che rappresenta il cuore produttivo di questa Nazione? E non lo dico a voi, che lo sapete meglio di me, ma lo dico a chi dovesse ascoltarci fuori da qui: il territorio che Assolombarda rappresenta esprime una parte fondamentale della nostra manifattura, del nostro export, della nostra capacità di innovare e di intraprendere. Parliamo di oltre 7 mila aziende e circa 450 mila addetti che arrivano a generare il 12% del valore aggiunto italiano. E sono numeri impressionanti, che raccontano il contributo decisivo che questa realtà offre all’Italia nel suo complesso, contributo per il quale, a nome della Nazione, voglio ringraziarvi.  

Grazie per il vostro lavoro, per la vostra intraprendenza, per il vostro dinamismo. Grazie perché se l’Italia è autorevole, forte, ammirata nel mondo, il merito è soprattutto delle sue imprese e dei suoi lavoratori. Il merito è di chi sa trasformare l’incertezza in decisione, l’ambizione in traguardo, la crisi in opportunità. È di chi non accetta di accontentarsi, perché sa che in un mondo che corre sempre di più, rischia di non esserci spazio per chi tentenna o per chi indietreggia.

Ho trovato questo approccio coraggioso, l’ho ritrovato anche nell’intervento del Presidente Biffi, che ho ascoltato con molto interesse. Il Presidente di Assolombarda non si è limitato, diciamo così, a fare una semplice “lista della spesa”, cioè ad elencare e a presentare al Governo, e alle Istituzioni, le istanze di una categoria, come accade di solito legittimamente. Il Presidente Biffi ha deciso di tratteggiare una visione di sviluppo, e di suggerire anche possibili strumenti concreti per realizzare quella visione. 

E io accetto la sfida, e tenterò, nel mio intervento, di seguire lo stesso filo logico, per ragionare insieme e per provare a dare anche qualche risposta nel merito.

Però a monte voglio dire una cosa. L’anno scorso, da questo stesso palco, vi siete chiesti come ripensare l’industria. Era la domanda di chi deve riorganizzarsi, di chi deve adattarsi, di chi deve in qualche modo resistere. Quest’anno avete deciso di alzare l’asticella, e quella che mettete al centro di questa assemblea è per l’appunto una “rising industry”.

Cioè quella che scegliete di rappresentare non è più un’industria che si difende, ma è un’industria che rialza la testa, che vuole aggredire – passatemi il termine -, che punta più in alto: sui mercati, sull’innovazione, sul lavoro di qualità. Io lo considero un cambio di approccio importante, e sono pronta a condividerne con voi l’obiettivo e anche, e soprattutto, l’impegno. Perché un’industria che vuole crescere ha certamente bisogno di volontà, ma ha anche bisogno di uno Stato che la accompagni, che la consideri un alleato, e che non la consideri invece un mero soggetto da tassare, quando non direttamente da controllare o addirittura da ostacolare.

Dopodiché bisogna prima fotografare la realtà nella quale operiamo. E qui il Presidente Biffi coglie due punti centrali. 

Il primo è che la crescita italiana è ancora troppo debole. Ha ragione, è vero. Dall’altra parte, però, è vero anche che l’economia italiana ha dimostrato in questi anni di saper reggere l’onda d’urto di uno degli scenari più complessi e incerti di sempre. I dati per primi 6 mesi di quest’anno ci dicono che la crescita per il 2026 può arrivare all’1%, in linea con le principali economie europee, e anche stavolta oltre le previsioni. Perché si sa, noi italiani veniamo spesso sottovalutati. Solo che quando ci sottovaluta l’Unione Europea, beh, ci siamo abituati, ma quando veniamo invece sistematicamente sottovalutati dai nostri stessi organismi un po’ dispiace. Ma tant’è: quello che voglio dire è che questi risultati devono incoraggiarci. Non è una crescita che ci soddisfa, non potrebbe esserlo, però è un segnale che non va neanche sminuito. È, invece, qualcosa su cui insieme possiamo costruire. 

Il secondo punto è che la bassa produttività è un ostacolo alla crescita. Anche qui il Presidente Biffi ha ragione. È un problema che l’Italia si trascina da oltre vent’anni, e ha due cause principali. La prima è l’identità stessa del nostro sistema produttivo, che è fatta soprattutto di piccole e piccolissime imprese, che per certi versi potrebbe essere considerato un limite ma è anche una delle ragioni per cui abbiamo retto nei momenti di crisi. La seconda sono gli investimenti insufficienti che per decenni sono stati dedicati alla ricerca, all’innovazione, al capitale umano. Ed è invece su questo che si può e che si deve intervenire ancora meglio. 

È quello a cui abbiamo lavorato in questi anni: migliorare le condizioni di sistema in cui le imprese lavorano e competono. E ci abbiamo lavorato seguendo molte delle direttrici che ho sentito tratteggiare nell’intervento del Presidente Biffi: innovazione, apertura ai mercati internazionali, capitale e crescita delle aziende. Con una precondizione che chiaramente le tiene tutte insieme, che è il costo dell’energia.

Io voglio partire e soffermarmi soprattutto sul tema sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale e l’innovazione.  L’intelligenza artificiale ormai è entrata prepotentemente nella vita di tutti i giorni, è destinata a rivoluzionare tutto, compresi i processi produttivi e industriali. I numeri dell’indagine di Assolombarda sono numeri molto importanti: in meno di 2 anni le imprese con progetti attivi sull’IA sono passate dal 21 al 49 per cento. Significa che le imprese sono estremamente aperte all’innovazione, e allora il nostro compito è fornire loro la cornice -chiaramente cornice di regole -, le infrastrutture e gli strumenti per aiutarle a far correre quell’innovazione ed essere più competitive.

Sulle regole. L’Italia è stata la prima Nazione in Europa a dotarsi di una legge nazionale sull’intelligenza artificiale, per accompagnare l’applicazione dell’AI ACT europeo e per declinare un approccio che mantenesse al centro la persona senza però ingabbiare la competitività e il dinamismo delle imprese. Abbiamo cioè fatto del nostro meglio per sviluppare i vantaggi e contrastare i rischi, perché l’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare la più radicale tra le rivoluzioni che l’uomo ha conosciuto, e se noi fossimo così superficiali da farci ammaliare dalle sue potenzialità senza interrogarci su tutto quello che il suo avvento può comportare, a mio avviso, rischieremmo di pagare un prezzo molto alto. Io ho in altre occasioni elencato i rischi che vedo, in termini di impatto sulle democrazie, in termini di impatto sul mercato del lavoro, in termini di impatto sul concetto stesso di responsabilità. Aggiungerei, dopo l’intervento che ho ascoltato del sindaco Sala, anche di impatto sulle disuguaglianze.  Perché non è vero, sindache, che le disuguaglianze sono l’unica cosa che non si sta rivoluzionando: rischia di essere al centro di questa rivoluzione, amplificando qualcosa che noi abbiamo già visto con accadere con la globalizzazione. Quando ci si diceva che il libero mercato senza regole avrebbe naturalmente distribuito la ricchezza e ha finito per verticalizzarla. L’impatto dell’intelligenza artificiale può verticalizzare e concentrare quella ricchezza ancora di più. E noi dobbiamo sapere di che cosa stiamo parlando perché altrimenti non riusciamo a governare il fenomeno. 

E questo, come il dibattito delle ultime settimane, ci conferma che una governance dell’intelligenza artificiale è urgente e che chiaramente è un tema che va affrontato a livello globale. L’Italia, come ricorderete, è stata tra le prime Nazioni a porre questa questione. Lo ha fatto mettendo il tema dell’intelligenza artificiale al centro della sua Presidenza G7, chiamando a parlare di questo tema Papa Francesco addirittura. Chiaramente anche per questo non possiamo che guardare con grande interesse a tutte le iniziative che vanno in questa direzione, a maggior ragione se nascono da Milano, che a buon diritto può essere considerata l’hub italiano dell’IA. 

E poi c’è il tema delle infrastrutture. Questo Governo, come sapete, ha introdotto una procedura autorizzativa unica, che consente di semplificare le procedure, tagliare i tempi per costruire sul nostro territorio i data center e le relative connessioni, perché sappiamo quanto la capacità di calcolo rappresenti un nuovo asset strategico per competere in questo ambito. Allo stesso modo, lavoriamo a livello europeo perché l’Italia possa ricoprire un ruolo da protagonista in questo segmento. Lo stiamo facendo anche grazie alla collaborazione dei nostri partner internazionali, come dimostra la preziosa sinergia che abbiamo intessuto proprio con gli Emirati Arabi Uniti, che ci consentirà di far nascere non molto lontano da qui, in provincia di Pavia, un campus per data center da 500 megawatt. Il primo passo verso un’infrastruttura su larga scala dedicata all’intelligenza artificiale capace di distribuire sul territorio italiano una potenza complessiva di un gigawatt. 

Ma quello di Ferrera Erbognone non è l’unico investimento prioritario che il Governo ha riconosciuto e che sta portando avanti sul fronte dei data center. Sono arrivati già a sette, per un valore complessivo di 25 miliardi di euro, i programmi di investimento che il Consiglio dei Ministri ha dichiarato come strategici e che ci consentiranno di realizzare queste infrastrutture su tutto il territorio nazionale, da Nord a Sud. 

La Lombardia è già la prima Regione italiana per investimenti in questo campo e può certamente svolgere il ruolo di traino, ma io credo che tutto il territorio italiano possa contribuire a questo successo, che dobbiamo chiaramente riuscire a costruire anche in modo sostenibile, rispettoso dei territori, capace di garantire la tenuta della rete elettrica e di ridurre il consumo di acqua.

Dopodiché, la legge nazionale sull’IA ha messo a disposizione anche un miliardo di euro di investimenti nelle imprese che sviluppano intelligenza artificiale, cybersicurezza, tecnologie abilitanti. Un primo segnale per dire che non vogliamo che l’Italia rimanga indietro, al quale ora ne vorremmo aggiungere un altro. Come avevo già detto in occasione dell’Assemblea di Confindustria, rispondendo al Presidente Orsini, che saluto ancora e ringrazio, considero di buon senso trovare il modo per promuovere anche gli investimenti in software utilizzati tramite i contratti di cloud. Quindi, voglio annunciare che col Ministro Giorgetti stiamo lavorando per introdurre nella Legge di bilancio una misura di carattere fiscale per agevolare gli investimenti in questa tipologia di beni. 

Anche perché l’orizzonte che il Presidente Biffi ha indicato con molta chiarezza è quello della Physical AI: l’intelligenza artificiale che esce dagli schermi, come veniva detto, entra nelle macchine, nei robot, nelle linee di produzione. Una sfida tanto più impegnativa perché, parliamoci chiaro, noi non partiamo in vantaggio, noi come Europa proprio. Stati Uniti e Cina hanno su questo investito risorse enormi, e sui grandi modelli generalisti la partita per ora si gioca altrove.

Però la Physical AI è un terreno diverso. Perché qui gli algoritmi non bastano, qui servono le macchine, servono i sensori, serve la meccatronica e serve la conoscenza profonda dei processi produttivi, quella che si accumula in decenni di fabbrica. Ed è esattamente quello che l’Italia ha. Noi siamo tra i principali produttori al mondo di macchine e automazione industriale, abbiamo filiere che presidiano ogni fase della produzione, un patrimonio di competenze che in pochi possono vantare. Per questo, io sono convinta che l’Italia possa dire la sua, non inseguendo gli altri sul loro terreno, ma portando l’intelligenza artificiale dentro quello che noi sappiamo fare meglio. 

È questa la via italiana all’intelligenza artificiale. Un’intelligenza artificiale che nasce dalla manifattura lavora con le persone e non al loro posto. Che rende più competitive le nostre imprese, anche le più piccole, e più qualificato il lavoro. 

E non è un’ipotesi estratta perché questa via in parte voi la state già tracciando. L’ecosistema forgIA, la zona di innovazione e sviluppo dedicata all’intelligenza artificiale a Milano, il Polo per la Physical AI al MIND, il ponte con la Silicon Valley di Officina Italia sono la prova che il tessuto produttivo italiano è pronto a passare da utilizzatore a produttore. Ne ha le competenze, il coraggio, l’ambizione. E lo Stato è pronto a sostenervi in questa sfida. 

La seconda direttrice è di un approccio sbagliato, quello di chi è abituato a considerare la politica estera fatta di cerimonie e comunicati, qualcosa che è lontano dalla vita dei cittadini. 

Voi e io sappiamo che non è così. In un mondo in cui il commercio globale si frammenta, i dazi tornano a essere uno strumento di pressione, le grandi potenze trattano da Stato a Stato, nessuna impresa, per quanto forte, può negoziare da sola l’accesso a un mercato, la rimozione di una barriera, la sicurezza di una rotta commerciale. Lo può fare un governo. E lo fa tanto meglio quanto più è presente, credibile e considerato un interlocutore affidabile. 

Quando un’impresa italiana bussa alla porta di un partner internazionale, porta con sé anche la reputazione della sua Nazione. Se quella Nazione è stabile e rispettata e capace di mantenere gli impegni, quella porta si aprirà più facilmente. Vale per le nostre imprese che operano all’estero e vale per le imprese straniere che operano in Italia. Perché più si hanno rapporti solidi, più sarà facile ottenere anche da quelle imprese la capacità di fare gioco di squadra. Penso che lo abbiamo visto molto recentemente con la azera IP, con la qwaitiana Q8 e con la libica Tamoil. 

Ecco perché, per me, la politica estera non è un’alternativa alla politica interna, ma è uno dei suoi strumenti più efficaci. Ogni relazione che stringiamo, ogni accordo che firmiamo spiana la strada a chi viene dopo: le imprese, i lavoratori, i prodotti italiani. E alla fine si traduce in crescita, in lavoro, in benessere dentro i nostri confini nazionali. 

Per questo mi ha fatto piacere che il Presidente Biffi abbia ricordato gli accordi e i progetti che Asso Lombarda sta costruendo negli Stati Uniti, in Canada, in America Latina, nel Golfo. Perché questo è un gioco di squadra in cui ognuno fa la propria parte, il Governo cerca di aprire le porte e poi, una volta costruite o rafforzate le relazioni, le associazioni portano le imprese sul campo e trasformano quelle relazioni in investimenti, lavoro e valore per le nostre filiere. Senza di voi il mio lavoro sarebbe inutile, senza il mio lavoro probabilmente voi non raggiungereste i risultati che riuscite a raggiungere. La squadra è questo. Credo che una differenza in questo la possa fare anche saper vedere opportunità dove gli altri non ne vedono, e qui penso soprattutto al nostro Piano Mattei per l’Africa. Perché è facile vedere opportunità negli Stati Uniti, è facile vedere opportunità nei paesi del Golfo. Ringrazio le rappresentanze di quei Paesi amici che sono qui oggi. Forse un po’ più difficile può essere vedere opportunità in Africa, ma parliamo del continente più giovane del pianeta, continente ricco di materie prime e energia, tra i mercati che cresceranno di più nei prossimi decenni. Esserci oggi significa non lasciare ad altri un’opportunità che può essere soprattutto nostra. 

La terza direttrice è quella del capitale e della crescita delle imprese ed è la risposta più diretta al tema della produttività da cui siamo partiti. Le nostre piccole e medie imprese sono una forza, però per competere su mercati sempre più grandi e su tecnologie che sono sempre più costose, molte di loro hanno bisogno di crescere. Non per smettere di essere quello che sono, ma per poter fare di più e per poterlo fare meglio. 

Con la Legge Capitali e la riforma del Testo Unico della Finanza, abbiamo semplificato la vita delle società quotate, semplificato le regole per quotarsi in Borsa, reso il mercato dei capitali più accessibile alle aziende, anche a quelle di dimensioni minori. E abbiamo avuto il coraggio di andare oltre la logica che ispirava misure come l’ACE per tracciare una strada alternativa, con strumenti capaci di orientare la crescita del capitale verso investimenti qualificati e nuova occupazione. È quello che abbiamo fatto con la super deduzione del costo del lavoro al 120% secondo il principio del “più assumi meno paghi”, con la detassazione degli utili per gli investimenti e delle reti d’impresa. 

E mi fa molto piacere che si sia ricordata l’efficacia del Piano Transizione 5.0, del nuovo iperammortamento che abbiamo introdotto con l’ultima Legge di bilancio e che mette a disposizione delle aziende un plafond che arriva a quasi 10 miliardi di euro. È una misura che il tessuto produttivo chiedeva da tempo, che abbiamo scelto di impostare su un orizzonte pluriennale, cioè da qui al 2028, perché sappiamo quanto sia importante per le imprese poter programmare nel tempo gli investimenti senza dover rincorrere di volta in volta le scadenze annuali e la politica. È un provvedimento che abbiamo già semplificato rispetto al passato ma che vogliamo migliorare ancora, in particolare consolidando le indicazioni applicative, uniformando perizie e attestazioni. Il ministro Urso, che ringrazio, è in procinto di pubblicare una nuova circolare per snellire procedure e processi.

Tuttavia, io invito tutti voi a segnalare ogni proposta operativa utile che possa rendere questo strumento sempre più efficace. È nel nostro, come nel vostro, interesse: è fondamentale per tutti far funzionare meglio una misura che già riscuote successo, atteso che sono oltre 22 mila le domande presentate, per più di 6,7 miliardi di euro di investimenti innovativi reali. 

E poi è stata citata la ZES, altra opportunità che almeno per la parte di semplificazione burocratica, vogliamo riuscire a estendere a tutto il territorio nazionale. E c’è il tema del capitale umano. Non voglio dilungarmi, conoscete il lavoro che ha fatto il Governo sia in tema di formazione, sia con il Piano Casa, sul quale ricordo che il ruolo e la compartecipazione anche del capitale privato possono fare assolutamente la differenza. E, come ricordava correttamente il Presidente Biffi, ci stiamo oggi interrogando anche su come riuscire a favorire, a dare maggiori opportunità soprattutto ai lavoratori giovani e alle persone qualificate.

Però, nessun motore corre senza carburante. E qui arrivo all’energia: la precondizione che tiene insieme tutto, e il capitolo che più di tutti incide sulla competitività delle nostre imprese.

In questi anni abbiamo stanziato oltre 60 miliardi di euro per proteggere gli italiani dal caro energia. Abbiamo ridotto gli oneri in bolletta, abbiamo eliminato il differenziale tra il prezzo del gas italiano e quello europeo, costruito strumenti come il gas release e l’energy release, che consentono alle imprese di acquistare gas e elettricità a prezzi calmierati, sfruttando la garanzia dello Stato. Quando le tensioni in Medio Oriente e lungo le rotte del Golfo hanno fatto schizzare i prezzi dei carburanti, siamo intervenuti con il taglio delle accise, il meccanismo delle accise mobili, l’abolizione poi del bollo auto sulle macchine più utilizzate dalle famiglie e in città. E poi abbiamo rivolto a tutte le principali società energetiche un appello per calmierare i prezzi dell’energia, carburanti e non solo. Appello a cui diverse compagnie e società hanno risposto positivamente, le ringrazio ancora per questo.

Però questa è la gestione dell’emergenza, se noi non costruiamo risposte strutturali e di lungo periodo, rischiamo di essere sempre più in balia dell’emergenza, atteso lo scenario che vediamo svilupparsi attorno a noi. Anche su questo abbiamo lavorato parecchio in questi anni, anche se ne parla poco, perché in Italia le strategie non fanno grande notizia. Ma abbiamo lavorato per aumentare la potenza installata con le rinnovabili, che infatti è cresciuta di quasi il 40%, abbiamo rilanciato la produzione nazionale di petrolio e gas, perché non è sensatissimo comprarli a migliaia di chilometri da qui quando una parte la possiamo estrarre in Italia, e – come sapete – abbiamo varato la legge che consente di riprendere dopo 40 anni il cammino del nucleare.

Il provvedimento appena approvato in Parlamento mette a disposizione una cornice completa: la piattaforma nazionale per il nucleare sostenibile, la delega al Governo, il rafforzamento dell’ispettorato per la sicurezza nucleare, la governance dell’intero ciclo di vita degli impianti. Sono tutte condizioni utili per avviare un percorso che ha un obiettivo ambizioso ma necessario: arrivare ad avere la prima produzione di energia da nuovo nucleare entro il prossimo decennio. Chiaramente, se ci si continuerà a lavorare.

Dopodiché, particolarmente in tema di energia, una parte significativa della materia non si risolve a livello nazionale. Noi possiamo introdurre in Italia tutte le misure che vogliamo, anche le più efficaci, anche le più penetranti, ma rischiamo di non raggiungere comunque lo scopo se parallelamente non c’è su questo fronte un deciso cambio di passo anche in Europa.

Prendiamo il tema degli ETS, questo meccanismo che gonfia artificialmente i prezzi, che crea squilibri tra gli Stati membri, che danneggia le nostre imprese manifatturiere, particolarmente nella loro capacità di competere in un mercato globale nel quale i nostri principali concorrenti non sono neanche lontanamente sottoposti allo stesso livello di costo del carbonio e agli stessi vincoli. 


Il che produce un paradosso incredibile. Perché se un’acciaieria chiude in Lombarda e quell’acciaio andiamo a comprarlo dall’altra parte del mondo, prodotto con standard ambientali molto più bassi, il pianeta non ci guadagna nulla, anzi ci perde.  Quindi, da una parte noi perdiamo competenze, perdiamo lavoro, perdiamo filiere, e dall’altra non abbiamo neanche meno emissioni globali. 

Non è questa la strada giusta per restituire all’Europa autonomia strategica, forza, peso economico. Perché l’autonomia strategica è fatta di acciaierie, di cartiere, di impianti chimici, di fonderie: di tutto ciò che serve per non dipendere dagli altri. Se l’ETS li rende insostenibili l’Europa non diventa più verde. Diventa più debole e più dipendente. E questo francamente non ce lo possiamo permettere. Eppure, si continua a non percepire l’urgenza di questa materia.

Anche per questo, come sapete, stiamo cercando di allargare il fronte delle Nazioni che chiedono interventi radicali su ETS, ma non solo, a difesa della nostra industria e della competitività europea. E questo è anche il senso del lavoro che abbiamo fatto nelle ultime settimane. Penso a quello che abbiamo fatto con il Primo Ministro ceco Babiš, con cui abbiamo messo a punto un pacchetto di proposte concrete, dalle modifiche al funzionamento della Market Stability Reserve, a una maggiore tutela dei settori più esposti, fino al rinvio dell’entrata in vigore di ETS2 su edifici e trasporti. Non è e non sarà una trattativa facile – quando mai -, ma faremo come sempre la nostra parte. 

E sempre su questo fronte, sapete che con il decreto bollette avevamo avviato un confronto con Bruxelles per ridurre i costi per famiglie e imprese. Con la Commissione stiamo lavorando per costruire un meccanismo che consenta di contenere il prezzo del gas utilizzato per produrre energia elettrica. Il confronto è in fase avanzata, confidiamo di arrivare a breve a una soluzione condivisa.

E allo stesso modo, l’Europa deve prendere atto che la crisi in Iran, la chiusura di Hormuz, l’instabilità nel Mar Rosso, stanno facendo salire i costi dell’energia, delle materie prime e dei trasporti, e soprattutto alimentano un’inflazione che sfugge al nostro controllo, ma che pesa – e molto – sulle famiglie, sui sistemi produttivi e sui conti pubblici, ovviamente. 

L’Europa non può non tenerne conto, perché quando abbiamo approvato i piani nazionali di bilancio, l’Europa lo ha fatto basandosi su un’inflazione programmata dell’1,8%, ma oggi l’inflazione è molto più alta e in Italia, come in altre Nazioni, una parte importante della spesa si adegua automaticamente all’inflazione per legge: pensioni, assegno unico, potrei citarne molti. E potrei aggiungere il tema dei cantieri pubblici, dove l’aumento dei prezzi delle materie prime fa lievitare i costi di opere che sono già avviate. Significa miliardi di euro di spesa in più, senza che il Governo abbia preso nessuna decisione nuova decisione e per ragioni che non dipendono da noi. Eppure, quella spesa occupa lo spazio che le regole europee ci consentono e lo sottrae a tutto il resto: alle imprese, agli investimenti, alla crescita. 

Ne ha discusso il Ministro Giorgetti all’ECOFIN di qualche giorno fa. Riproporrò personalmente la questione al Consiglio europeo che è previsto questo giovedì e venerdì. Si tratta, dal nostro punto di vista, di una proposta semplice, di buonsenso, oltre che di responsabilità. 

E già mesi fa avevamo fatto un’altra proposta di buon senso. Avevamo, cioè, chiesto che la flessibilità concessa per la difesa fosse estesa anche all’energia. In molti all’epoca avevano sostenuto che sarebbe stata una battaglia poco più che simbolica, che non avrebbe portato da nessuna parte. Invece, quella richiesta oggi è un’opportunità a disposizione di tutti gli Stati membri. Un’opportunità che, peraltro, il Governo è al lavoro per utilizzare nel migliore dei modi, a partire proprio dall’annosa questione del costo dell’energia per le imprese.

Però, lo dico soprattutto per ricordare a me stessa e a chiunque abbia a cuore questa Nazione, che l’Italia non siede al tavolo europeo per dire sempre sì. Siede lì per dire quello che va detto, quando va detto, anche se è scomodo, anche quando costa. Perché l’Italia è tra le Nazioni che l’Europa l’hanno fondata e ha il diritto e il dovere di dire quando qualcosa non va, non per indebolirla, ma esattamente per il contrario, per renderla più forte. 

È quello che stiamo facendo anche nel dibattito – veniva citato dal Presidente Biffi – sul Quadro finanziario pluriennale, anche noi vogliamo che vengano finanziate nuove priorità e certamente tra queste priorità c’è la competitività, ma non possiamo cercare risorse sulla competitività tagliando sulla Coesione o sulla Politica agricola. Perché Coesione e Politica agricola sono una precondizione di quello che noi stiamo cercando di costruire in Europa. Non si può costruire competitività se i territori non crescono e non corrono tutti alla stessa velocità, e non si può difendere l’autonomia strategica se si va tagliando sull’unica autonomia strategica che in Europa abbiamo, che è quella su quello che mangiamo. Quindi le cose devono camminare insieme. L’Italia, anche su questo, come sapete, è in prima fila. Abbiamo dato vita e promosso un documento, gli “Amici della Coesione”, che è stato sottoscritto da 22 Paesi membri su 27. E sono molte altre le battaglie che, con il nostro peso e con il nostro buon senso, possiamo portare avanti.

Cari amici di Assolombarda, cari imprenditori, 

noi viviamo in un tempo che non concede tregua. Gli equilibri che conoscevamo si stanno sgretolando, un’intera epoca si chiude senza che quella nuova abbia ancora preso forma. È un tempo difficile. Difficile è forse la parola che noi sentiamo pronunciare più spesso in questo tempo. Ma vi dirò una cosa: “difficile” viene dal latino e significa che “non si lascia fare”. Solo che noi siamo la Nazione del fare. La storia d’Italia è fatta da chi ha costruito, inventato, prodotto, proprio quando le cose non si lasciavano fare. Fare è la nostra cifra, significa che nessuno come noi può sfidare questo tempo difficile. E lo abbiamo fatto, lo avete fatto. Lo ha fatto e lo fa chi accende le luci del capannone prima dell’alba, chi ha tenuto aperta l’azienda negli anni della pandemia quando sarebbe stato più facile chiudere, chi ha continuato a investire mentre le bollette si moltiplicavano e il mondo sembrava impazzire, chi ha difeso i posti di lavoro dei propri dipendenti come se fossero il proprio. 

Allora io ho una sola cosa da chiedervi: continuate a fare quello che vi riesce meglio. Continuate a osare, a costruire, a credere in questa straordinaria avventura che si chiama Italia e io vi prometto da parte mia che farò lo stesso. Vi prometto che il Governo ci sarà quando serve e vi lascerà lavorare quando è quello che deve fare. Perché a volte il miglior aiuto che lo Stato può dare a chi produce è non mettersi di traverso. 

Questa Nazione non ha ancora mostrato al mondo tutto quello che sa fare. Possiamo provarci ora. E quando vi diranno che è troppo difficile voi reagite come avete sempre fatto, facendolo. 

Grazie e buon lavoro.

 


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