C’era chi partiva in bicicletta, chi raggiungeva l’ospedale in motorino e chi, più fortunato, disponeva di un’automobile. Non esistevano le strutture organizzative di oggi, le procedure erano diverse e quando qualcuno aveva bisogno di sangue bisognava trovare in fretta una persona disponibile a donarlo. Spesso ci si affidava ai contatti personali, ai medici, al passaparola. E qualcuno, lasciato quello che stava facendo, si metteva in viaggio.
A Rivarolo Canavese la storia della donazione del sangue comincia così, nell’Italia appena uscita dalla Seconda guerra mondiale. È il 1945 quando alcuni cittadini iniziano a donare, anticipando di qualche mese la costituzione ufficiale del gruppo, avvenuta nel 1946. Da allora sono passati ottant’anni. Sono cambiate la medicina, le tecnologie, le normative sanitarie e persino il modo di intendere il volontariato. Non è cambiata, invece, la ragione per cui quelle persone avevano deciso di rimboccarsi le maniche: aiutare qualcuno che ne aveva bisogno.
Una storia che la FIDAS Rivarolo ha deciso di raccogliere in un opuscolo commemorativo, presentato venerdì 9 ottobre nella sala consiliare del Comune, nel corso della serata che ha aperto il fine settimana dedicato all’ottantesimo anniversario dell’associazione.
All’incontro hanno partecipato il sindaco Martino Zucco Chinà, la vicesindaca Marina Vittone, il presidente della FIDAS Rivarolo Giacomo Meaglia e Dario Tarizzo, donatore storico e autore della pubblicazione, che ha recuperato documenti, fotografie, testimonianze e ricordi di otto decenni di attività.
Il sindaco ha ricordato quanto l’associazione abbia inciso nella vita cittadina, andando ben oltre la raccolta del sangue. Per molte famiglie rivarolesi la FIDAS ha rappresentato uno dei primi incontri con il mondo del volontariato, un luogo in cui imparare, spesso fin da bambini, che la solidarietà non è soltanto una parola da pronunciare nelle occasioni ufficiali, ma qualcosa che si mette in pratica.
Un’esperienza educativa e sociale che ha attraversato le generazioni, creando legami tra persone di età e provenienze diverse. Zucco Chinà ha sottolineato anche il rapporto di collaborazione con il Comune, ricordando che l’attuale presidente Meaglia siede in Consiglio comunale e richiamando il riconoscimento ricevuto da due rappresentanti dell’amministrazione per la loro attività di donatori.
Ma il momento più interessante della serata è arrivato quando, lasciati da parte i saluti istituzionali, si è cominciato a parlare di chi, ottant’anni fa, quella storia l’aveva messa in piedi.
Dario Tarizzo ha accompagnato il pubblico indietro nel tempo, fino agli ultimi mesi del 1945. La guerra era appena finita, il Paese cercava faticosamente di ricostruirsi e la sanità non disponeva certamente dei mezzi e dell’organizzazione attuali. Eppure, proprio in quel contesto, alcuni rivarolesi avevano cominciato a mettersi a disposizione per donare il sangue.
Nel 1946 nasce ufficialmente il gruppo. Il primo presidente è Luigi Sacchi, che rimane alla guida dell’associazione fino al 1954. All’epoca non esistono uffici attrezzati o sistemi informatici. Sacchi custodisce direttamente nella propria abitazione gli schedari e la documentazione dei donatori, mantenendo i rapporti con i medici e gli ospedali.
Un’organizzazione che oggi può sembrare rudimentale, ma che per quegli anni rappresenta un riferimento importante. Quando arriva una richiesta, occorre individuare qualcuno con il gruppo sanguigno compatibile, contattarlo e organizzare il trasferimento. La conoscenza dei gruppi sanguigni non è diffusa come oggi e anche gli spostamenti possono trasformarsi in un problema.
È in queste condizioni che si costruisce, anno dopo anno, una rete di persone disposte a intervenire. Non per ricevere qualcosa in cambio, ma perché qualcuno, dall’altra parte, ha bisogno di loro.
L’opuscolo ripercorre anche il lavoro dei presidenti che si sono succeduti dopo Sacchi, dei componenti dei direttivi e dei tanti volontari che hanno contribuito alla crescita dell’associazione. Figure conosciute e meno conosciute, accomunate da un impegno che spesso si è svolto lontano dai riflettori.
Con il passare degli anni cambia anche il modo di promuovere la donazione. Nel 1981 la FIDAS Rivarolo avvia un’attività di sensibilizzazione nelle scuole superiori, ampliata nel 1982 con il coinvolgimento di altri istituti del territorio. Un’iniziativa destinata a proseguire nel tempo, con l’obiettivo di avvicinare i giovani alla donazione e garantire il ricambio generazionale.
Nel 1999 arrivano anche le donazioni di plasma, che ampliano ulteriormente il contributo dell’associazione alle necessità del sistema sanitario.
Sono alcune delle tappe ricostruite da Tarizzo attraverso fotografie, documenti e aneddoti. Materiale che rischiava, almeno in parte, di andare disperso e che oggi trova posto in una pubblicazione pensata per conservare la memoria di chi ha fatto la storia della FIDAS rivarolese.
Il presidente Giacomo Meaglia ha voluto rivolgere un ringraziamento particolare proprio ai fondatori, ricordando come la nascita del gruppo sia avvenuta in un periodo segnato da difficoltà economiche e sociali. Persone che avevano già abbastanza problemi a cui pensare, ma che avevano trovato il tempo e la disponibilità per occuparsi anche degli altri.
Per Meaglia, celebrare gli ottant’anni significa soprattutto riconoscere il lavoro di chi ha preceduto l’attuale direttivo e assumersi la responsabilità di continuarlo. L’opuscolo vuole quindi essere un omaggio ai presidenti, ai volontari e ai donatori che hanno permesso all’associazione di arrivare fino a oggi.
Il presidente ha insistito in particolare sulla necessità di coinvolgere le nuove generazioni. Perché, al di là dei progressi della medicina, il sangue continua a essere indispensabile per gli interventi chirurgici, le emergenze e la cura di numerose malattie. E le donazioni di sangue e plasma rimangono fondamentali per rispondere alle esigenze degli ospedali.
Da qui l’importanza di mantenere una rete di donatori volontari, periodici e consapevoli, capace di garantire continuità anche negli anni a venire.
Meaglia ha infine ringraziato il Comune per la collaborazione e i gruppi FIDAS del territorio per il sostegno reciproco, sottolineando il valore di un’organizzazione che non si esaurisce nei confini della singola città.
Ottant’anni dopo quei primi volontari che raggiungevano gli ospedali con i mezzi che avevano a disposizione, la FIDAS Rivarolo continua dunque la propria attività. Oggi non serve più partire in bicicletta alla ricerca di un medico o conservare gli schedari dei donatori in un cassetto di casa. Ci sono strutture, procedure, controlli e personale sanitario specializzato.
Ma c’è ancora bisogno di qualcuno disposto a tendere il braccio. Esattamente come nel 1946.
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