Romano (UNI Finance): L’Europa ha bisogno di investimenti!




EU Inc., Romano (UNI Finance): «L’Europa ha bisogno di investimenti, non di deregolamentazione. La competitività non si costruisce indebolendo i diritti»

Allo Steering Group di UNI Finance, riunito a Bruxelles l’8 ottobre, Anna Maria Romano ha presentato un’analisi delle implicazioni della proposta europea EU Inc. per il settore finanziario, mettendo al centro i rischi per il lavoro, la stabilità finanziaria e l’autonomia economica dell’Europa.

L’8 ottobre, a Bruxelles, Anna Maria Romano, Presidente di UNI Finance e Coordinatrice di UNI Europa Finance per la regolamentazione europea, ha partecipato allo Steering Group dell’organizzazione sindacale internazionale, presentando un approfondimento dedicato a EU Inc., il cosiddetto 28° regime societario europeo, proposto dalla Commissione europea per facilitare la costituzione e l’attività delle imprese nel mercato unico.

L’intervento si inserisce nel percorso di confronto avviato già nell’aprile scorso con la Direzione generale per la stabilità finanziaria, i servizi finanziari e l’Unione dei mercati dei capitali (DG FISMA) della Commissione europea, quando UNI Finance aveva sollevato una serie di interrogativi sulle possibili conseguenze della nuova disciplina.

La proposta, presentata dalla Commissione il 18 marzo, prevede un quadro giuridico societario comune, facoltativo e alternativo ai diversi ordinamenti nazionali, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la frammentazione del mercato europeo, semplificare gli adempimenti e favorire la crescita delle imprese.

Ma semplificare non significa necessariamente rafforzare l’economia europea. E soprattutto non può significare deregolamentare.

È questo il punto centrale dell’analisi presentata da Romano.

«Non neghiamo che l’Europa abbia un problema di frammentazione, né che le imprese europee abbiano bisogno di crescere e di accedere più facilmente ai capitali. Ma la semplificazione è uno strumento, non una strategia economica. La questione è capire quale modello di sviluppo stiamo costruendo e con quali garanzie per il lavoro, per l’economia reale e per la società».

Non soltanto diritto societario: chi finanzierà e chi controllerà le imprese europee?

Uno degli aspetti più significativi della presentazione ha riguardato la necessità di superare una lettura esclusivamente giuridica della proposta.

EU Inc. viene infatti presentata soprattutto come una modalità per rendere più semplice e veloce la costituzione di nuove società, anche attraverso procedure digitali e tempi ridotti fino a 48 ore.

Ma le imprese hanno bisogno di capitali, si indebitano, emettono azioni, vengono acquistate e vendute. E operano in un sistema finanziario nel quale assumono un peso crescente il private equity, il venture capital e gli intermediari finanziari non bancari.

«Dobbiamo guardare all’intera catena: costituzione, finanziamento e proprietà delle imprese. Perché rendere più facile acquistare imprese europee non significa necessariamente rendere l’Europa più capace di finanziarle».

Il rischio evidenziato è che una nuova forma societaria particolarmente flessibile possa favorire l’acquisizione delle imprese europee da parte di grandi investitori internazionali, senza garantire che il controllo, il valore prodotto e i benefici economici rimangano in Europa.

Una contraddizione evidente rispetto all’obiettivo, più volte dichiarato dalle istituzioni europee, di rafforzare l’autonomia strategica dell’Unione.

Il rischio dell’arbitraggio finanziario e della perdita di controllo

Accanto alle preoccupazioni sindacali per il possibile indebolimento dei diritti del lavoro, della contrattazione collettiva e della partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori, Romano ha richiamato l’attenzione su un ulteriore rischio: quello dell’arbitraggio regolamentare e finanziario.

La possibilità di scegliere regimi societari e giurisdizioni più convenienti potrebbe infatti incentivare comportamenti orientati ad aggirare le normative più rigorose, tanto sul piano sociale quanto su quello finanziario.

In particolare, una maggiore diffusione di strutture di finanziamento private e non bancarie pone interrogativi sulla trasparenza degli assetti proprietari, sui livelli di indebitamento, sulla vigilanza e sui rischi per la stabilità del sistema.

«Già ad aprile avevamo posto alla Commissione una domanda molto semplice: chi vigila su che cosa? Oggi questa domanda è ancora più importante, soprattutto al confine tra finanza regolamentata e non regolamentata».

Il punto, dunque, non riguarda soltanto la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori, ma anche la capacità delle istituzioni pubbliche di conoscere, controllare e governare i processi economici e finanziari.

Il paradosso dell’Unione del risparmio e degli investimenti

Un ulteriore elemento di riflessione ha riguardato il rapporto tra EU Inc. e la Savings and Investments Union (SIU), l’iniziativa europea che punta a mobilitare il risparmio privato verso gli investimenti.

Romano ha sottolineato una possibile contraddizione: da un lato l’Europa intende utilizzare il risparmio europeo per finanziare la crescita delle proprie imprese; dall’altro rischia di favorire un sistema nel quale proprietà, controllo e valore economico possono trasferirsi sempre più facilmente verso grandi operatori finanziari globali.

A questo si aggiungono le preoccupazioni sindacali per una strategia che potrebbe indirizzare anche il piccolo risparmio verso prodotti e mercati finanziari complessi, senza sufficienti garanzie di trasparenza e controllo.

«Dobbiamo porci tre domande fondamentali: capitali di chi? A beneficio di chi? Secondo quali regole? Non basta mobilitare risorse finanziarie: bisogna sapere dove vanno, chi ne beneficia e quale valore producono per la collettività».

Un’altra idea di competitività europea

Nella parte conclusiva dell’intervento, Romano ha proposto cinque criteri attraverso i quali valutare la proposta EU Inc.: trasparenza, tutela della rappresentanza dei lavoratori, prevenzione dell’arbitraggio regolamentare, sviluppo di capitali europei di lungo periodo e salvaguardia della stabilità finanziaria.

Non si tratta di opporsi all’innovazione o all’integrazione europea, ma di chiedere che queste siano accompagnate da regole capaci di rafforzare il modello sociale europeo, anziché indebolirlo.

La prospettiva sindacale deve essere quella di un’armonizzazione verso l’alto, che garantisca diritti del lavoro, partecipazione, responsabilità delle imprese, vigilanza efficace e investimenti produttivi.

«L’Europa non ha semplicemente bisogno di più investimenti. Ha bisogno di investimenti socialmente responsabili, capaci di creare valore non soltanto per il capitale, ma per l’intera società. Investimenti che sostengano occupazione di qualità, lavoratrici e lavoratori, comunità e territori».

Una riflessione che assume un significato ancora più rilevante nel contesto delle mobilitazioni sindacali europee contro i rischi di deregolamentazione contenuti nella proposta EU Inc.

La discussione sul 28° regime non riguarda dunque soltanto la possibilità di costituire una società in tempi più rapidi. Riguarda una scelta ben più profonda: quale economia europea vogliamo costruire e quale ruolo devono avere il lavoro, la finanza e le istituzioni pubbliche nel determinarne il futuro.

«Non dobbiamo confondere la deregolamentazione con l’integrazione, la liquidità finanziaria con gli investimenti produttivi, né l’accesso ai capitali globali con l’autonomia finanziaria europea».

«La vera sfida non è creare imprese più rapidamente, ma fare in modo che possano crescere in Europa, investire in Europa, creare lavoro e produrre valore in Europa. Perché costruire una nuova forma societaria europea e costruire un’economia europea più forte non sono necessariamente la stessa cosa».




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