Cinquemila trapianti non sono soltanto un numero Cinquemila potrebbe apparire come una cifra qualunque. Alle Molinette di Torino, invece, equivale a 5.000 nuove possibilità di vita. Il Centro trapianti di rene “A. Vercellone” dell’ospedale Molinette, Città della Salute e della Scienza, ha superato la soglia dei 5.000 interventi, primo in Italia e tra gli otto in Europa a toccare questo traguardo. Una storia cominciata il 7 novembre 1981, con il primo trapianto renale.
Quarantacinque anni più tardi, al 1° ottobre 2026, gli interventi effettuati sono 5.057. Ma il valore di questo primato non risiede nella graduatoria: sta nelle persone. Un trapianto riuscito, per chi lo riceve, significa tornare a immaginare un’esistenza non più scandita dalla malattia, dalle terapie e dalla dialisi.
La donna del 5.000esimo trapianto
Il simbolo di questo percorso è la paziente che ha ricevuto il rene numero 5.000: una donna di 63 anni, in dialisi dal 2024 per una nefropatia ereditaria che aveva compromesso progressivamente la funzione renale fino alla grave insufficienza. L’intervento è riuscito e oggi la paziente presenta ottimi indici di funzionalità renale e, soprattutto, una vita affrancata dalla dialisi.
È qui che una ricorrenza clinica diventa una vicenda umana: dietro la parola “trapianto” ci sono tempo recuperato, autonomia ritrovata, libertà di movimento e una quotidianità di nuovo possibile. Il record delle Molinette, prima ancora che scientifico, è un primato di storie individuali.
5.057 interventi, ma soprattutto una medicina sempre più complessa I numeri raccontano anche l’evoluzione della trapiantologia. Dei 5.057 trapianti registrati al 1° ottobre 2026, 4.755 provengono da donatore deceduto e 302 da vivente. Sono stati eseguiti 223 doppi trapianti, 184 interventi da donatori a cuore fermo e ben 726 reinterventi (secondi, terzi, quarti o quinti trapianti).
La casistica testimonia inoltre un’ampiezza crescente: 72 trapianti combinati rene-pancreas, 108 rene-fegato, cinque rene-cuore e uno rene-polmone. In 86 casi il trapianto di rene è stato effettuato in pazienti già portatori di un altro organo. Otto interventi sono stati condotti su pazienti con grave compromissione respiratoria mantenuti svegli grazie all’anestesia peridurale: un esempio di personalizzazione della cura quando il percorso standard non è praticabile.
Quando la malattia ritorna anche nel rene trapiantato Una delle sfide più insidiose è la recidiva della patologia renale di base sull’organo trapiantato.
Secondo i dati del Centro, il 23% dei trapianti renali può andare incontro, nel tempo, alla perdita del graft per la ricomparsa della malattia originaria, spesso nell’ambito di nefriti immunomediate associate a malattie rare.
In questo ambito, l’esperienza delle Molinette ha un respiro nazionale: il Centro segue pazienti ad alto rischio di recidiva provenienti da diverse regioni e ha maturato competenze specifiche nella gestione della glomerulosclerosi focale e segmentaria (FSGS) e della nefropatia da IgA.
La ricerca è parte integrante dell’attività clinica: un grande centro non è solo luogo di interventi, ma anche di domande su perché un trapianto possa fallire e su come prevenire nuove perdite d’organo.
Il segreto non è una singola équipe
Un risultato di tale portata non nasce in un’unica sala operatoria né dal lavoro di pochi. Alle Molinette il percorso coinvolge la Nefrologia Dialisi e Trapianto, la Chirurgia vascolare, la Clinica urologica e l’Anestesia, integrate in una rete ampia di competenze.
A supporto operano il Coordinamento regionale dei Trapianti, il laboratorio di Immunogenetica e Biologia dei Trapianti, il Coordinamento regionale dei prelievi, il Centro trasfusionale, l’Anatomia patologica, la Radiologia, i laboratori, la Farmacia e molte altre discipline.
Cardiologia, Chirurgia generale, Chirurgia epatica, Cardiochirurgia, Microbiologia, Malattie infettive, Medicina d’urgenza, Psicologia ed Ematologia sono solo alcune delle specialità che possono entrare nel percorso. È l’immagine concreta della medicina ad alta complessità: un trapianto non è un singolo atto chirurgico, ma un itinerario che inizia prima dell’intervento e prosegue per anni.
Una storia di competenze tramandate nel tempo
C’è poi un fattore meno visibile, ma determinante: la continuità. Quarantacinque anni di attività significano un patrimonio costruito e trasmesso, con professionisti che hanno appreso dai predecessori per poi tramandare saperi ed esperienza. La tecnologia cambia, le tecniche evolvono, i farmaci si affinano. La competenza, però, non si improvvisa. Dietro ogni procedura ci sono medici, infermieri, tecnici, operatori sociosanitari, amministrativi e specialisti di discipline diverse: un meccanismo organizzativo che si misura in ciò che più conta, la salute del paziente.
Il record di Torino racconta un problema italiano
Il traguardo torinese non è soltanto una storia locale. Il trapianto di rene è una delle grandi sfide della sanità nazionale: le possibilità di cura sono aumentate, ma la disponibilità di organi resta decisiva. Nel 2025 in Italia sono stati eseguiti 2.367 trapianti renali, di cui 364 da donatore vivente.
A fine anno, 8.401 persone erano complessivamente in lista d’attesa per un trapianto d’organo; per il rene l’attesa media era di circa 20 mesi. Le liste d’attesa per il rene restano le più affollate. Ciò significa che, mentre un centro celebra i 5.000 interventi, migliaia di pazienti nel Paese continuano ad attendere.
La donazione da vivente: una strada da valorizzare
Tra le leve da potenziare c’è la donazione da vivente. Nel 2025 i trapianti renali da vivente sono stati 364, poco più del 15% del totale: una quota che, secondo il Centro nazionale trapianti, resta inferiore a quella registrata in alcuni Paesi nordeuropei e negli Stati Uniti, dove può raggiungere il 30-50%.
Non è una soluzione universale: ogni percorso richiede valutazioni mediche, immunologiche, chirurgiche, psicologiche ed etiche rigorose. Quando possibile, però, consente di ridurre o talvolta evitare la dialisi grazie ai trapianti pre-emptive. È una direttrice su cui la trapiantologia italiana può e deve investire.
La sfida è non lasciare indietro nessuno
Il professor Luigi Biancone ha indicato un obiettivo chiaro: “l’inclusività”. L’intento è che nessun paziente resti escluso dal percorso trapiantologico se non in presenza di controindicazioni assolute. Non è una missione semplice.
Da un lato, farmaci innovativi, tecniche chirurgiche avanzate e competenze specialistiche consentono oggi di trattare persone un tempo considerate troppo complesse; dall’altro, non tutti coloro che potrebbero beneficiare di un trapianto arrivano all’intervento.
Il futuro non è soltanto fare più trapianti, ma intercettare prima i pazienti, migliorare la valutazione, prevenire le complicanze, ampliare le opportunità di donazione, sviluppare la ricerca sulle recidive e garantire un follow-up sempre più su misura.
Cinquemila volte la stessa parola: vita
Alla fine, 5.000 è quasi un numero troppo stretto per contenere ciò che rappresenta: 45 anni di attività, 5.057 trapianti, centinaia di casi complessi, ricerca, innovazione, competenze e una rete di professionisti che continua a rendere possibile ciò che, fino a pochi decenni fa, era assai più difficile. Soprattutto, migliaia di persone: vite senza dialisi, autonomia riconquistata, la possibilità di tornare a guardare avanti senza che ogni giornata sia dettata dalla terapia.
C’è però un punto che nessun primato può oscurare: ogni trapianto comincia da una donazione. Prima del chirurgo, della tecnologia, della sala operatoria, c’è una scelta compiuta da qualcuno e dalla sua famiglia. Il senso profondo di “5.000 volte vita” non è soltanto celebrare ciò che le Molinette hanno costruito in 45 anni: è ricordare che la medicina può andare lontanissimo quando alla competenza degli specialisti si unisce la generosità di chi decide di donare. E allora quei 5.000 non sono più soltanto interventi: sono 5.000 nuove possibilità di vita.
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