Oggi, 28 settembre 2026, l’Ufficio Studi della CGIA, rappresentato dal Segretario Renato Mason e Daniele Nicolai, ha illustrato per CONFAGRICOLTURA VERONA, il 2° REPORT 2026 “ECONOMIA, AGRICOLTURA E AGROALIMENTARE”.
In Veneto, nel 2025, il valore della produzione agricola ha superato 8,2 miliardi di euro, in crescita del 7,4% rispetto al 2024, facendolo salire al 2° posto nella graduatoria nazionale, superando l’Emilia-Romagna e collocandosi alle spalle della sola Lombardia. Ed è sempre la provincia di Verona il traino principale della regione, dato che il valore aggiunto in agricoltura, cioè la ricchezza creata dal settore, ha segnato un +7,8% rispetto al +3,2 del Veneto, e si prevede che nel 2026 segnerà un ulteriore incremento del 1,6%.
È uno dei dati più significativi contenuto nel 2° Report 2026 “Economia, agricoltura e agroalimentare” di Confagricoltura Verona, realizzato in collaborazione con l’Ufficio Studi Cgia di Mestre, presentato oggi alla Camera di Commercio a Verona, con i dati a consuntivo del 2025 e le prime proiezioni del 2026.
Nel 2025 Verona rafforza ulteriormente il proprio ruolo di riferimento nazionale per l’agricoltura e l’agroalimentare, distinguendosi sia per la crescita del valore aggiunto sia per le dimensioni dell’export. A preoccupare, tuttavia, è la nuova fase di rialzo dei prezzi dei fertilizzanti e l’escalation di quelli energetici, favorita anche dalle nuove tensioni geopolitiche internazionali.
Verona si conferma la principale provincia agricola veneta con oltre 1,3 miliardi di euro di valore aggiunto stimata, pari a oltre il 28% del totale regionale, collocandosi tra le prime province italiane del settore. Anche sul fronte occupazionale Verona mantiene una posizione di assoluta leadership con oltre 30 mila addetti, pari a circa il 35% dell’occupazione agricola veneta.
L’export agroalimentare raggiunge quasi 4,8 miliardi di euro (+5,1%), rappresentando circa il 46% dell’intero export agroalimentare veneto e il 6,6% del totale nazionale. Dal 2007 il valore delle esportazioni agroalimentari veronesi è quasi triplicato e oggi supera stabilmente il 30% dell’export complessivo provinciale. Nel 2025 Verona è in seconda piazza a livello nazionale, appena dietro a Cuneo, grazie alla notevole diversificazione produttiva: prodotti agricoli, carni lavorate, lattiero-caseari, prodotti da forno, alimentazione animale e soprattutto bevande, trainate dall’export vitivinicolo.
Sul piano delle destinazioni dell’export agroalimentare la Germania si conferma il principale mercato di sbocco (27,4%), mentre gli Stati Uniti rappresentano soltanto la sesta destinazione, con un’incidenza inferiore al 5% del totale esportato. La limitata esposizione al mercato statunitense riduce l’impatto potenziale derivante dall’inasprimento delle politiche commerciali e dei dazi.
Per quanto riguarda i costi dei mezzi di produzione, il 2025 evidenzia una fase di sostanziale stabilizzazione. L’indice generale cresce appena dello 0,8% rispetto all’anno precedente, interrompendo la forte dinamica inflattiva che aveva caratterizzato gli anni successivi allo scoppio della guerra in Ucraina. Nonostante questo rallentamento, i costi rimangono ancora nettamente superiori ai livelli pre-Covid. Rispetto al 2019 i mezzi correnti di produzione risultano più elevati del 28%, con incrementi particolarmente marcati per sementi (+50%), concimi (+43%), energia (+36%) e mangimi (+26%).
Analogamente si osserva una ripresa dei prezzi dell’energia e del gas naturale. Nei primi quindici giorni di settembre i prezzi dell’energia elettrica e del gas sono letteralmente schizzati all’insù, raggiungendo rispettivamente valori medi di 210 euro e di 80 euro per megawattora. Inoltre, la nuova escalation del prezzo del petrolio ha portato in settembre il diesel al di sopra dei 2,20 euro per litro nonostante le riduzioni delle accise da parte del Governo italiano.
Commenta Alberto De Togni, presidente di Confagricoltura Verona: “Il 2025 è stata un’annata buona per l’agricoltura, che ha restituito il primato agricolo all’Italia per valore aggiunto con 42,5 miliardi di euro, davanti alla Spagna. Bene anche il Veneto, secondo in Italia per valore della produzione agricola, con Verona sempre seconda nell’export agroalimentare con il 46% della regione e il 6,5% dell’export nazionale. Bene le produzioni industriali, dal tabacco alla soia, e i cereali, oltre alle produzioni vitivinicole. I costi intermedi, pur avendo segnato un ridimensionamento rispetto agli anni precedenti, rimangono però ancora elevati. Inoltre, nel 2026 ci sono parecchi segnali negativi dovuti soprattutto alle turbolenze geopolitiche mondiali, che hanno portato a forti incrementi nei costi dell’energia e del gasolio, per non parlare di concimi e fitofarmaci. In quest’annata pesano anche i cambiamenti climatici, con temperature altissime per tempi prolungati e i ripetuti disastri creati dal maltempo, in primis grandine e trombe d’aria. Le prospettive per il 2026, anche se con le previsioni di una leggera crescita del 1,6%, sono quindi di una notevole flessione per quanto riguarda la quantità e la qualità dei prodotti. Idem per i prezzi, perché le principali commodities segnano una flessione stabile, a meno di una ripresa nell’ultima parte del 2026, che ci auguriamo avvenga”.
Aggiunge Renato Mason, segretario di Cgia-Mestre: “L’aumento dei tassi di interesse deciso dalla Banca Centrale Europea (Bce), a giugno e a settembre di quest’anno, rappresenta un’ulteriore fonte di preoccupazione per il settore agricolo, già alle prese con il forte rincaro dei mezzi di produzione. Del resto, il costo dei finanziamenti alle imprese aveva iniziato a salire già nella prima parte del 2026, nonostante la stabilità dei tassi di riferimento ufficiali. Con la doppia stretta monetaria di quest’estate da parte della Bce che ha innalzato il tasso di rifinanziamento principale dal 2,15% al 2,65% (+50 punti base), per le aziende agricole ricorrere al credito diventerà ancora più costoso. Una situazione particolarmente penalizzante per un comparto che, per aumentare produttività e competitività, ha invece bisogno di investire. È quindi fondamentale che il sistema bancario continui a sostenere le imprese agricole, evitando che il caro-denaro si trasformi in un freno alla modernizzazione del settore. Proprio in questa fase, infatti, l’agricoltura italiana avrebbe bisogno di accelerare gli investimenti in nuovi macchinari, tecnologie, efficientamento energetico e innovazione”.
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