La campagna elettorale è cominciata ufficialmente con la decisione a sorpresa di eliminare il bollo auto. In attesa di conoscere se saremo in grado o no di uscire dalla procedura per eccesso di deficit (il dato Istat, definitivo, si saprà domani, 22 settembre) il quadro di finanza pubblica appare alleggerito dalla flessibilità concessa per investimenti nell’energia e nella sicurezza. Ciò trasmette una sensazione di impalpabile esuberanza. O quantomeno di avere minori vincoli di bilancio. Entrambi gli schieramenti — uno certo e tormentato, l’altro precario e in allestimento — sono inclini a promettere molto di immediato, di sicura presa popolare, come appunto il taglio del bollo e sussidi vari. Poche le idee per aumentare il prodotto potenziale del Paese, cioè per creare ricchezza senza la quale non si distribuisce nulla. I temi assai noiosi della competitività italiana, nonostante l’enfasi celebrativa dei rapporti Letta e Draghi, scivolano in secondo piano. Non portano voti, anzi rischiano di toglierli. Il successo indubbio del nostro export contribuisce poi ad accantonarli, a non ritenerli urgenti. Non sfugge però agli osservatori più avveduti che le sfide dell’innovazione tecnologica, dell’Intelligenza artificiale (Ai), della transizione energetica, pongono il made in Italy davanti al bivio drammatico tra ulteriore crescita e internazionalizzazione e precoce e rapido declino.
Uno studio dell’Osservatorio delle imprese, dell’Università La Sapienza, individua dieci ritardi strutturali del nostro Paese. Il think tank di specialisti si offre idealmente ai governi delle prossime quattro legislature. Perché i ritardi sono tutti colmabili, ma ci vuole tempo. Oltre a costanza e coerenza bipartisan. L’Italia, nella classifica Imd (World competitiveness ranking), è scesa quest’anno al quarantacinquesimo posto su settanta Paesi. È appena entrato il Vietnam, superandoci. L’Unione europea, ovviamente, non c’è. Ma, calcola l’Osservatorio, se fosse unita sarebbe solo trentacinquesima. Dieci le aree critiche italiane: mercato del lavoro, processi gestionali, quadro sociale, diritto delle imprese, infrastrutture di base, tecnologiche, Fisco, finanza pubblica, sanità e ambiente, attitudini e valori. In questa legislatura, l’Italia è migliorata nell’interscambio commerciale, negli investimenti internazionali, nell’occupazione, nella governance istituzionale e nel quadro sociale.
«Se queste dieci aree critiche funzionassero almeno quanto la media dell’Europa o addirittura come i Paesi membri nordici più competitivi — spiega Riccardo Gallo, coordinatore della ricerca — l’Italia otterrebbe benefici economici e sociali compensativi dell’assenza di politiche europee, e potrebbe ridurre la spesa pubblica corrente per indennizzi e bonus. Oltre che a risanare la finanza pubblica, ripensare la politica fiscale, cose altrimenti impossibili». Colpisce nella classifica Imd che l’Italia, nelle infrastrutture di base, sia ben ventidue gradini sotto la media europea, scavalcata quest’anno da Bulgaria, Croazia, Polonia, Sud Africa e Slovenia.
«La scarsa competitività delle infrastrutture di base — prosegue Gallo — è conseguenza di insufficienti investimenti di rinnovo e potenziamento. Scarsi perché l’autofinanziamento delle società di rete, seppur cospicuo grazie a utili generati da tariffe generose, è da troppi anni decurtato da immani dividendi distribuiti agli azionisti, di cui il Tesoro (socio indiretto di riferimento) è responsabile ultimo. Questo vale per le società di Reti: gas (Snam), autostradale (Aspi), elettrica (Terna), ferroviaria (Rfi), che hanno distribuito dividendi per dieci miliardi negli ultimi quattro anni. Se queste società avessero investito tutte le risorse autogenerate, il potenziamento delle reti gas e autostradale sarebbe stato più alto di un cinquanta per cento, quello della rete elettrica più elevato di un terzo, la rete ferroviaria più di un quarto». Questi dati sono drammatici.
Il governo dovrebbe premere sulle aziende perché facciano gli investimenti, non inseguire la chimerica tassazione degli extraprofitti.
Dal rapporto emerge che nei progetti per data center, cloud e supercalcolo, l’Italia è tra i Paesi europei con «il maggior potenziale di sviluppo della capacità computazionale». Secondo Umberto Nanni e Pierre Zanin «in questo nuovo paradigma la competitività dipenderà dalla capacità di integrare reti, energia, ricerca, capitale umano e infrastrutture digitali all’interno di una coerente politica della computazione». «L’Italia eccelle nel produrre e regolare l’Intelligenza artificiale (Ai), ma è in ritardo nel tradurla in concreto» sostengono nel loro approfondimento Riccardo Marzano e Daniele Nardi. «Nell’industria questo stato di cose è molto evidente — scrive Francesco Costantino — le aziende adottano cloud, software gestionali e robotica, ma restano deboli nell’uso dei dati, nelle competenze digitali». Una specie di greenwashing dell’innovazione tecnologica. Dotarsi di strumenti trascurando le capacità aziendali di gestirli, come segnala nella sua parte del rapporto Antonio D’Alessandro.
Secondo Giulio Di Gravio «nel 2026 l’Italia ha rafforzato gli investimenti per digitalizzazione e innovazione, ma fatica ancora a trasformare la ricerca in crescita e competitività industriale. Il principale limite è la debolezza dell’integrazione tra ricerca, imprese e mercato».
Un sistema troppo frammentato, poche le collaborazioni tra pubblico e privato, limitato il trasferimento tecnologico soprattutto a beneficio delle piccole e medie imprese». Giuseppe Ceci e Michela Iannotti attribuiscono il quarantatreesimo posto italiano nei processi gestionali non a un deficit di talenti, ma piuttosto alla debolezza dell’infrastruttura organizzativa e alla minor resa degli investimenti tecnologici.
Nel ranking 2026 l’Italia è al quarantaduesimo posto per attitudini e valori. È forse il dato più preoccupante del capitolo curato da Luisa De Vita e Mauro Gatti. C’è una crescente sfiducia verso le istituzioni, una resistenza al cambiamento, una diffidenza radicata nel sistema con il quale le aziende riconoscono o premiano il merito. Il capitale sociale tende a disperdersi e non solo per la “fuga dei cervelli” ma anche e soprattutto per il venir meno della fiducia in se stessi. E qui non c’è dotazione tecnologica che conti.
Per tentare di colmare almeno in parte i dieci ritardi Gallo propone un maggiore e più efficace coordinamento tra amministrazioni e una più vasta applicazione delle nuove conoscenze. Siamo un Paese pieno di eccellenze ma frammentato, in cui il dialogo è nella sostanza scarso. E che deve ritornare ad «avere la voglia di imparare». Anche perché quando lo fa lo fa benissimo.
P.s. Gli altri contributi: Domenico Borello, Giuseppe Cantisani, Gianfranco Caruso, Roberto Cusani, Luigi Martirano, Francesco Napolitano, Cristiana Piccioni e Stefano Ricci per le infrastrutture di base. Stefano Bellomo e Gianluca Giampà per il lavoro. Vincenzo Caridi per il diritto delle imprese. Giuseppe La Torre per salute e ambiente. Paolo Di Caro per la finanza pubblica.
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