orre Milano, perché sono stati assolti gli otto imputati


Nessun comportamento doloso, ma soltanto una «grande incertezza interpretativa» sulle norme statali, regionali e comunali che regolano il settore dell’urbanistica. È quanto si legge nelle quasi 120 pagine di motivazione della sentenza, depositata la scorsa settimana, con cui la giudice Paola Braggion ha assolto dall’accusa di abuso edilizio e lottizzazione abusiva gli otto imputati nel processo per la realizzazione della Torre Milano.

Costruttori e funzionari, in sostanza, hanno agito correttamente, potendo confidare nella legittimità delle procedure adottate e nell’interpretazione delle norme seguita per anni dagli uffici dell’amministrazione comunale. Un quadro nel quale, secondo il Tribunale, non è possibile individuare quella consapevole volontà di aggirare la legge che avrebbe dovuto sorreggere le accuse.

La prima sentenza dell’inchiesta sull’urbanistica milanese rischia ora di diventare un precedente decisivo per gli altri procedimenti ancora aperti, smontando il cuore dell’impianto accusatorio della Procura di Milano. Non si tratta, infatti, soltanto del giudizio su un singolo intervento edilizio: molte delle questioni affrontate dalla giudice riguardano procedure e interpretazioni applicate anche in altri cantieri finiti sotto la lente degli inquirenti.

La pm Marina Petruzzella aveva chiesto condanne fino a due anni e quattro mesi di carcere, oltre alla confisca del grattacielo. Per l’accusa, la Torre Milano era stata realizzata attraverso una procedura non adeguata, con una nuova costruzione presentata come ristrutturazione edilizia e con il ricorso a una Scia, la Segnalazione certificata di inizio attività, invece che a un piano attuativo accompagnato da una convenzione urbanistica.Secondo la Procura, realizzare un grattacielo di 82 metri dove prima esisteva un capannone avrebbe richiesto un piano urbanistico attuativo, necessario a valutare anche l’impatto dell’aumento dei carichi urbanistici sui servizi e sulle dotazioni pubbliche. L’utilizzo della Scia, sostenuto dal Comune e dai privati, avrebbe invece consentito di procedere attraverso il regime della ristrutturazione edilizia, evitando un iter amministrativo più complesso e articolato.

Per l’accusa, dunque, non si sarebbe trattato soltanto di un errore tecnico o di una controversa interpretazione delle norme, ma di un sistema costruito per aggirare le regole. La pm aveva parlato, a tal proposito, di una «operazione impietosa di sfregio al territorio» e di un asservimento degli uffici comunali agli interessi degli immobiliaristi. La giudice, però, non ha ritenuto provata questa ricostruzione.

Nelle motivazioni si legge infatti che non è emerso alcun elemento a sostegno della tesi di un «complotto» o di un accordo criminoso finalizzato a ottenere un titolo edilizio illegittimo, attraverso interpretazioni di comodo delle norme o la formazione di atti amministrativi irregolari. Le stesse divergenze interpretative, anche profonde, non possono essere automaticamente trasformate nella prova di un’intesa illecita fra soggetti pubblici e privati.La sentenza, come detto, non si è limitata a rilevare l’assenza di prove su un accordo criminoso, ma ha affrontato anche il tema della responsabilità individuale. Gli imputati sono stati infatti assolti perché il fatto non costituisce reato, in quanto è mancato l’elemento soggettivo, sia sotto il profilo del dolo sia sotto quello della colpa.

In altre parole, non è stata dimostrata né la volontà di violare le norme né una condotta colposa tale da rendere penalmente rimproverabile il loro comportamento. Tutti, prosegue Braggion, ritenevano di operare in conformità con il Piano di governo del territorio, con la legge regionale, con la giurisprudenza amministrativa e con i pareri dell’Avvocatura comunale. Un affidamento che, secondo la giudice, non poteva essere considerato irragionevole, alla luce della complessità della disciplina e delle interpretazioni maturate nel corso del tempo. Proprio la sovrapposizione fra norme statali, regionali e comunali avrebbe prodotto quella «grande incertezza interpretativa» incompatibile con l’attribuzione di una responsabilità penale. La sentenza affronta anche le altre contestazioni formulate dalla Procura.

Non è stato dimostrato, ad esempio, che i costruttori abbiano beneficiato di sconti impropri o di oneri di urbanizzazione e di costruzione sottostimati. Secondo il Tribunale, gli importi sono stati pagati in misura piena, come per una nuova costruzione, in conformità con la disciplina applicabile in quel periodo. Viene così meno un altro degli elementi sui quali l’accusa aveva fondato l’ipotesi di un indebito vantaggio economico riconosciuto ai privati.Anche le contestazioni relative alle distanze e al soleggiamento non hanno trovato conferma.

L’indagine, si ricorderà, era nata dall’esposto di un cittadino che, abitando a ridosso del cantiere, aveva visto diminuire le ore di luce nel proprio appartamento. Per la giudice, l’intervento aveva invece rispettato le distanze previste, senza compromettere illegittimamente le condizioni di soleggiamento degli edifici circostanti. La Procura dovrà adesso valutare il ricorso in appello.

La sentenza, intanto, arriva in un momento particolarmente delicato per Milano. Sono numerosi gli interventi immobiliari oggi bloccati o rallentati a causa delle inchieste, con una conseguente perdita di valore degli stessi e pesanti ricadute sugli operatori, sui proprietari e su chi aveva acquistato immobili ancora in costruzione. Lo stallo dei cantieri ha inoltre alimentato un duro scontro politico sul governo della città, che ha avuto ripercussioni anche a Roma e che entrerà inevitabilmente nella campagna elettorale per il sindaco del prossimo anno. Da questo punto di vista, la sentenza sulla Torre Milano supera i confini del singolo processo: rimette al centro il tema della certezza delle regole e del confine, sempre più controverso, fra illecito penale, scelta amministrativa e interpretazione di una normativa urbanistica divenuta nel tempo sempre più complessa.


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