di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Ad agosto la fiducia di consumatori e imprese italiane è tornata a salire, con un balzo particolarmente marcato nel comparto delle costruzioni. È un dato che merita di essere raccontato senza trionfalismi ma anche senza il pregiudizio, spesso ingiustificato, con cui si tende a liquidare ogni notizia positiva sull’economia italiana come un episodio isolato destinato a esaurirsi rapidamente. I numeri diffusi dall’Istat fotografano un’estate in cui il clima di aspettative, dopo mesi difficili segnati dall’incertezza sui dazi internazionali e dalle tensioni geopolitiche, ha mostrato segnali di stabilizzazione.
Il rialzo nelle costruzioni, in particolare, non è casuale: riflette l’effetto combinato di alcuni interventi infrastrutturali in corso, della tenuta del mercato immobiliare in diverse aree del Paese e di una domanda privata che, pur tra mille cautele, non si è fermata. Per le piccole e medie imprese del comparto edile e dell’indotto, dai materiali da costruzione agli impianti, si tratta di un segnale da non sottovalutare, soprattutto dopo un biennio in cui l’esaurimento progressivo degli incentivi fiscali aveva fatto temere un brusco rallentamento del settore.
Allo stesso tempo, sarebbe un errore leggere questi dati come la prova che le difficoltà strutturali dell’economia italiana siano superate. Gli stessi osservatori che registrano il miglioramento della fiducia avvertono che il vero banco di prova arriverà a settembre, quando si concentreranno le decisioni più rilevanti per l’autunno: la definizione della manovra di bilancio, l’evoluzione dei tassi d’interesse, l’andamento dell’export in un contesto internazionale reso instabile dalle tensioni commerciali e dalla crisi dell’automotive europeo. La fiducia rilevata in agosto, in altre parole, è un’aspettativa, non ancora un dato consuntivo: misura ciò che imprese e famiglie si attendono, non ciò che effettivamente accadrà.
Vale la pena ricordare, in questo senso, che il rapporto tra fiducia e comportamenti economici reali non è mai automatico. Un imprenditore può dichiararsi ottimista sulle prospettive generali del Paese e al tempo stesso rinviare un investimento, in attesa di segnali più chiari sul costo dell’energia, sulla stabilità normativa o sulla effettiva disponibilità di credito bancario. È qui che si gioca la differenza tra un miglioramento congiunturale, per quanto benvenuto, e una vera ripresa strutturale: nella capacità delle istituzioni di trasformare il clima di fiducia in condizioni concrete che permettano alle imprese di tradurre le aspettative in decisioni di investimento e di assunzione.
Per questo motivo, il dato Istat va accolto con il giusto equilibrio: come un segnale incoraggiante, che testimonia una capacità di tenuta del sistema produttivo italiano superiore a quanto talvolta si è disposti a riconoscere, ma anche come un invito a non abbassare la guardia. Le prossime settimane diranno se il miglioramento del clima di fiducia troverà conferma nei dati sulla produzione industriale, sugli ordinativi e sull’occupazione, oppure se resterà un episodio isolato, destinato a essere riassorbito dalle incertezze di un autunno che si annuncia comunque complesso. Le piccole e medie imprese, che meglio di chiunque altro percepiscono in tempo reale i cambiamenti del ciclo economico, saranno probabilmente le prime a fornire un giudizio più affidabile di quello, per sua natura provvisorio, offerto dai sondaggi sulla fiducia.
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