Il primo numero è quello che colpisce: fino al 9% in meno di acquisti di prodotti italiani negli Stati Uniti dopo nove mesi dallo shock tariffario. Ma per l’industria italiana il problema più serio potrebbe arrivare dopo, e avere una natura molto diversa. Perché un dazio non significa soltanto vendere meno. Se resta abbastanza a lungo, può cambiare la convenienza economica di produrre in Italia per vendere negli Stati Uniti e spingere le imprese a trasferire oltreoceano una parte delle attività. È questo il rischio di medio-lungo periodo messo in evidenza dal Centro Studi Confindustria nel rapporto “Export italiano tra fratture e nuove rotte”: la perdita di importanti attività manifatturiere qualora diventasse più conveniente trasferire negli Stati Uniti parte delle catene produttive, soprattutto nelle fasi più a valle. Il punto, dunque, non è soltanto quanto Made in Italy possa sparire dagli scaffali americani, ma quanto della sua produzione possa smettere di essere fatto in Italia. Confindustria aveva già stimato che le vendite negli Usa attivano direttamente e indirettamente quasi il 7% della produzione manifatturiera italiana, circa 90 miliardi di euro.
È questo il passaggio che trasforma la questione dei dazi da problema commerciale a problema industriale. Nel breve periodo un’impresa può cercare di assorbire il maggior costo, ridurre i margini, ritoccare i prezzi o accettare una parte della perdita di domanda. Nel medio periodo, però, se la barriera tariffaria diventa strutturale, la domanda fondamentale diventa un’altra: conviene ancora produrre in Italia e spedire negli Stati Uniti oppure conviene produrre direttamente sul mercato americano? Per un’azienda la risposta può essere puramente economica. Per il sistema italiano, invece, significa decidere dove resteranno investimenti, occupazione, competenze e capacità produttiva.
Gli Stati Uniti erano già un motore dell’export italiano
La vulnerabilità è tanto più importante perché gli Stati Uniti rappresentano il principale mercato extra-Ue per le merci italiane. Nel 2025 l’export italiano verso gli Usa ha sfiorato i 70 miliardi di euro, con una crescita del 7,2%. Ma anche questo dato, preso da solo, può essere fuorviante: secondo il Centro Studi Confindustria, al netto della farmaceutica e di alcune commesse eccezionali nel comparto degli altri mezzi di trasporto, le esportazioni verso gli Stati Uniti erano invece diminuite del 5,7%. La farmaceutica ha registrato nel 2025 un balzo del 54% delle vendite negli Usa, mentre gli acquisti americani di prodotti farmaceutici italiani sono aumentati del 100%. La presenza di queste componenti ha quindi sostenuto fortemente il dato complessivo.
Il problema è che proprio la composizione dell’export rende evidente la diversa capacità dei settori di assorbire lo shock. La farmaceutica, minacciata da forti aumenti tariffari ma rimasta in larga parte indenne, ha continuato a espandere gli scambi oltreoceano e nel 2025 è stata il primo settore per contributo alla crescita dell’export italiano. Molti comparti manifatturieri, invece, hanno già accusato perdite pesanti nella prima parte del 2026: autoveicoli, metalli di base, mobili, computer e prodotti di elettronica, bevande e prodotti chimici. È qui che il dazio comincia a produrre effetti che vanno oltre la semplice dogana: modifica il prezzo relativo dei prodotti e, quindi, la convenienza delle decisioni industriali.
Quando il dazio diventa una spinta a produrre negli Usa
Per capire la portata del rischio bisogna guardare al comportamento possibile delle imprese. Un’azienda che esporta dagli stabilimenti italiani verso gli Stati Uniti sostiene un costo legato al trasporto, alla logistica e, ora, alla tariffa. Un concorrente che produce direttamente negli Usa non sopporta lo stesso onere. Se il differenziale diventa sufficientemente ampio e permane nel tempo, l’incentivo a localizzare negli Stati Uniti una parte della produzione aumenta. Non necessariamente l’intera fabbrica: può essere sufficiente trasferire le fasi più vicine al consumatore finale, l’assemblaggio, alcune lavorazioni o una parte della catena di fornitura.
È esattamente lo scenario che Confindustria considera più rischioso nel medio-lungo periodo. Il precedente Rapporto del Centro Studi aveva già indicato nello spostamento di fasi produttive negli Stati Uniti il principale rischio per la capacità produttiva europea, sottolineando che i settori maggiormente esposti includono farmaceutica, autoveicoli e macchinari. In un’altra simulazione, il CSC aveva stimato che con dazi americani al 30% su tutti i prodotti l’export italiano di beni verso gli Usa avrebbe potuto ridursi di circa 38 miliardi di euro, pari al 58% delle vendite italiane negli Stati Uniti e al 6% dell’export totale; considerando anche le connessioni indirette, l’impatto avrebbe riguardato il 4% della produzione manifatturiera italiana. Il Centro Studi sottolineava inoltre che l’effetto di medio-lungo periodo è quello nel quale diventa possibile lo spostamento di parti delle lavorazioni negli Usa.
La differenza rispetto alla semplice perdita di export è sostanziale. Un ordine perso può essere recuperato vendendo a un altro cliente o entrando in un altro mercato. Un impianto trasferito, una linea produttiva costruita negli Stati Uniti o un fornitore italiano sostituito da uno americano rappresentano invece decisioni industriali più difficili da invertire. Il rischio è dunque che una misura nata per proteggere la produzione americana finisca per rendere economicamente più conveniente per alcune imprese italiane produrre direttamente sul territorio statunitense.
Il 3,3% del 2025 nasconde una crescita concentrata
Eppure l’export italiano, nel complesso, ha chiuso il 2025 con una crescita del 3,3%. È proprio questa apparente contraddizione a rendere interessante il quadro tracciato da Confindustria. L’Italia continua a vendere molto all’estero e mantiene una capacità significativa di adattare la destinazione delle proprie merci. Ma una quota importante della crescita arriva da pochi mercati e da pochi comparti, rendendo più visibile la differenza tra chi beneficia della nuova domanda internazionale e chi invece subisce direttamente le barriere.
Il sistema produttivo italiano ha comunque mostrato una notevole capacità di ricomposizione degli scambi. Secondo il Centro Studi Confindustria, circa l’8% dei prodotti italiani cambia destinazione ogni anno, contro il 6% di quelli tedeschi. Negli ultimi anni la ricomposizione ha riguardato anche gli approvvigionamenti: l’import italiano aveva raggiunto un tasso di ricomposizione del 12% annuo nel 2022-2023, poi stabilizzatosi intorno al 9% nell’ultimo biennio, su livelli nettamente superiori a quelli tedeschi. Sul fronte dell’export, farmaceutica, macchinari e attrezzature hanno dato il maggiore contributo alla ricomposizione degli scambi.
È un elemento importante perché spiega perché la risposta italiana ai dazi non possa essere soltanto difensiva. Se alcuni mercati diventano più difficili, le imprese possono spostare una parte delle vendite altrove. Ma questa capacità di adattamento funziona molto meglio quando esistono mercati alternativi realmente accessibili e quando gli accordi commerciali riducono le barriere invece di aumentarle.
Il Mercosur diventa una risposta industriale, non solo commerciale
È qui che entra in scena il Mercosur, con numeri che mostrano già una dinamica significativa. Nei primi due mesi di applicazione dell’accordo, maggio e giugno, le esportazioni italiane verso l’area sono aumentate del 12,9% rispetto allo stesso periodo del 2025, oltre il doppio del +5,5% registrato verso il complesso dei Paesi extra-Ue. A maggio, primo mese di applicazione, l’export italiano verso il Mercosur era cresciuto del 21,1% su base annua. Nel 2025 le esportazioni italiane verso l’area avevano raggiunto 7,5 miliardi di euro.
L’interesse non riguarda soltanto l’aumento degli ordini. L’accordo prevede che il Mercosur elimini i dazi sul 91% dei prodotti importati dall’Ue, mentre l’Unione europea liberalizzerà il 95% delle linee tariffarie, fino alla completa abolizione dei dazi sui prodotti industriali. Per l’Italia, secondo Confindustria, il vantaggio tariffario a fine periodo di transizione sarà pari al 10,6% del valore esportato, contro il 10,1% della Germania e il 9,2% della media Ue, un beneficio quest’ultimo superiore ai 4 miliardi di euro.
Il dato forse più interessante è però quello che arriva dalla missione organizzata da Confindustria e ICE in Argentina e Brasile a settembre: oltre 90 imprese italiane sono state coinvolte con l’obiettivo dichiarato non soltanto di aumentare le vendite, ma di trasformare l’accordo in investimenti, partnership industriali e nuove catene del valore. È esattamente il tipo di risposta che diventa necessario quando la concorrenza internazionale non si gioca più soltanto sui prodotti finiti, ma sulla localizzazione delle attività produttive e sull’accesso alle diverse aree economiche.
Il Golfo corre, ma la geopolitica resta nel conto
Un’altra area che ha assunto un peso crescente è quella dei Paesi del Golfo. Tra il 2019 e il 2025 le vendite italiane verso gli otto Paesi dell’area sono aumentate complessivamente del 76%, oltre il doppio rispetto al +33% registrato verso il complesso dei mercati extra-Ue. Nel 2025 l’Italia ha esportato verso questi Paesi 21,8 miliardi di euro, con un saldo commerciale positivo di 11,3 miliardi. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita rappresentano quasi i tre quarti delle vendite italiane nell’area e hanno visto raddoppiare gli acquisti dall’Italia negli ultimi sei anni.
Anche qui, però, la crescita non elimina il problema della vulnerabilità. Il rapporto Confindustria segnala l’esposizione dei mercati del Golfo alla volatilità geopolitica ed energetica e richiama la necessità di garantire continuità alle rotte marittime e stabilità dei costi energetici e logistici. Per dare la misura della struttura degli scambi, nel 2025 l’Italia ha importato dagli otto Paesi del Golfo 9,1 miliardi di euro, dei quali 7,6 miliardi, pari al 72%, erano costituiti da combustibili minerali e prodotti raffinati. Sul fronte delle esportazioni, i macchinari valevano 6 miliardi, pari al 28% del totale, mentre apparecchi elettrici, farmaceutici e metalli di base valevano circa 1,3 miliardi ciascuno.
Il messaggio è quindi duplice: ampliare la presenza internazionale serve, ma non basta spostare le vendite da un Paese all’altro. Bisogna anche considerare da dove arrivano energia e materie prime, attraverso quali infrastrutture viaggiano le merci e quanto siano esposte le catene di approvvigionamento.
La partita si gioca sulla base produttiva italiana
Alla fine, il vero numero da tenere d’occhio potrebbe non essere quel 9% di acquisti americani persi dopo nove mesi, pur rilevante. Il dato decisivo sarà capire quanta parte di quella perdita resterà una perdita commerciale e quanta invece si tradurrà in una diversa localizzazione della produzione. È una distinzione che cambia completamente la natura del problema.
Se un’azienda italiana perde una quota di vendite negli Stati Uniti ma la recupera in Brasile, in Arabia Saudita o in un altro mercato, il danno può essere contenuto. Se invece per continuare a servire i clienti americani costruisce negli Usa un impianto, sposta una linea produttiva, cambia fornitori e porta oltreoceano competenze e investimenti, la conseguenza per l’Italia è strutturalmente diversa. Il fatturato americano può magari essere salvato, ma una parte del valore aggiunto non viene più generata in Italia.
Per questo il rapporto del Centro Studi Confindustria mette in fila due esigenze che sembrano diverse ma in realtà sono strettamente collegate: aprire mercati e difendere la capacità produttiva. Il Mercosur, con il +12,9% delle esportazioni italiane nei primi due mesi di applicazione dell’accordo, rappresenta un esempio concreto di come l’abbattimento delle barriere possa creare spazio per le imprese. Gli Stati Uniti, con il rischio di un calo fino al 9% degli acquisti dopo nove mesi di shock tariffario, mostrano invece l’altra faccia della medaglia.
La questione per l’Italia, quindi, non è soltanto riuscire a vendere il prossimo macchinario, farmaco, mobile o componente negli Stati Uniti. È fare in modo che, anche quando cambia il prezzo per entrare in quel mercato, la risposta dell’impresa non diventi necessariamente spostare dall’Italia il pezzo di fabbrica che quel mercato continua a chiedere. È qui che la guerra dei dazi può trasformarsi in una partita molto più importante: quella sulla permanenza della manifattura italiana.
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