Il nuovo premier britannico Andy Burnham fra la devolution e le spinte autonomiste di Scozia, Galles e Irlanda del Nord


Da gennaio, prendere un autobus in Inghilterra non dovrebbe costare più di due sterline. Sulle bollette dell’elettricità, invece, il governo ha eliminato l’IVA, con un risparmio medio di 45 sterline l’anno. Sono due delle prime misure con cui Andy Burnham sta cercando di affrontare il problema che continua a dominare le preoccupazioni dei britannici: il costo della vita.

Nel Regno Unito i prezzi sono aumentati complessivamente di oltre il 30 per cento dall’inizio del 2021 e, a giugno, l’88 per cento dei cittadini indicava il costo della vita tra i problemi più importanti del paese, contro il 78 per cento per il servizio sanitario nazionale. A luglio l’inflazione è risalita dal 2,6 al 2,9 per cento, spinta soprattutto dall’aumento dei prezzi di gas ed elettricità.

Ma autobus e bollette sono soltanto il punto di partenza di un discorso più ampio. Nella sua prima apparizione alla Camera dei Comuni da Primo Ministro, il 1° settembre, ha ricostruito una serie di «svolte sbagliate» compiute dal Regno Unito a partire dagli anni Ottanta: la centralizzazione del potere politico, la privatizzazione di quello economico e la deindustrializzazione di ampie parti del paese. A queste si sono aggiunte l’austerità, che secondo Burnham ha svuotato le amministrazioni locali della capacità di intervenire, e la Brexit, arrivata alla vigilia di un decennio segnato dalla bassa crescita.

È la traduzione, una volta arrivato al governo, della critica ai «quarant’anni di neoliberismo» che Burnham aveva già messo al centro della propria proposta politica. Il punto, nella sua lettura, non è soltanto che alcuni servizi siano stati privatizzati: è che potere e capacità di decisione sono stati progressivamente sottratti alle comunità. Le conseguenze sono visibili, sostiene, nel declino dei centri cittadini, nelle infrastrutture insufficienti e in servizi essenziali – dall’acqua all’energia e ai trasporti – diventati costosi senza essere necessariamente più efficienti.

La risposta che Burnham propone parte quindi da una redistribuzione del potere: da Westminster verso città e regioni e, nei servizi essenziali, dal mercato verso forme più forti di controllo pubblico. Nel discorso del 1° settembre ha promesso la più ampia devoluzione di poteri mai realizzata nel paese, maggiore controllo pubblico sui servizi essenziali, un’espansione dell’edilizia pubblica e una politica industriale costruita maggiormente intorno alle economie regionali. Una promessa che, da Primo Ministro, lo porta però a confrontarsi anche con il rapporto tra Westminster e Scozia, Galles e Irlanda del Nord, dove proprio in questi giorni sono tornate in primo piano le richieste di un cambiamento dell’attuale assetto costituzionale, dall’indipendenza di Scozia e Galles alla riunificazione dell’Irlanda.

Il giorno successivo il governo ha istituito tre gruppi di lavoro trasversali dedicati al costo della vita, al controllo pubblico dei servizi essenziali e alla rigenerazione delle comunità. Quello sul controllo pubblico dovrà concentrarsi in particolare su casa, acqua, energia e trasporti, valutando come aumentare il ruolo dello Stato e delle amministrazioni locali in settori che Burnham considera centrali per modificare il modello economico britannico.

Burnham ha definito il proprio esecutivo un«governo del costo della vita» (cost of living government). L’espressione che Burnham utilizza è breathing space: dare alle famiglie un po’ di respiro. Non sostiene che il tetto agli autobus o il taglio dell’IVA sull’elettricità possano risolvere da soli la crisi del costo della vita. Il messaggio è piuttosto che, anche dentro vincoli economici molto più grandi, il governo conserva uno spazio per intervenire.

È questa la logica che Burnham prova a tradurre nelle prime misure del suo governo. In un video di meno di un minuto le mette in fila: il tetto di due sterline per gli autobus in Inghilterra, il taglio dell’IVA sulle bollette dell’elettricità, nuove risorse contro il rough sleeping (le persone costrette a dormire per strada), una riduzione del 20 per cento delle business rates per i pub, 159 nuovi centri di salute mentale. Poi maggiori risorse ai sindaci, un investimento da 8,4 miliardi di sterline nel programma dei sottomarini nucleari Dreadnought, legato a un piano che punta a creare 22mila apprendistati nel settore entro il 2035, agevolazioni ferroviarie per i più giovani e una stretta sui falsi sconti.

«E questo è solo l’inizio», conclude. Burnham riconosce che non esistono soluzioni immediate, ma promette di «fare le cose diversamente», dare alle persone un po’ di respiro e riportare speranza.

Sono interventi, in alcuni casi, limitati. Quarantacinque sterline in meno sulla bolletta non risolvono la crisi del costo della vita e un biglietto dell’autobus più economico non risolve i problemi del trasporto pubblico inglese. Ma rendono l’intervento del governo immediatamente riconoscibile nella vita quotidiana.

Di cosa parliamo in questo articolo:

Tra devolution e spinte autonomiste

Non è un approccio nato nelle ultime settimane. Per nove anni, da sindaco di Greater Manchester, Burnham ha costruito buona parte della propria popolarità intorno a problemi concreti: autobus, persone senza dimora, servizi pubblici, infrastrutture e rapporto tra il Nord dell’Inghilterra e Westminster.

L’esempio più conosciuto è la Bee Network. Il sistema non consiste, come a volte viene raccontato, nella semplice nazionalizzazione degli autobus: gli operatori privati continuano a svolgere il servizio, ma attraverso concessioni nelle quali l’autorità pubblica stabilisce tariffe, percorsi e frequenze. Un sistema frammentato tra operatori differenti è così diventato una rete riconoscibile, con tariffe integrate e una maggiore capacità dell’amministrazione locale di decidere come deve funzionare il trasporto.

Burnham ha portato quell’esperienza con sé a Downing Street. Il suo governo ha promesso maggiore controllo pubblico sui servizi essenziali e ha aperto a Manchester un “No 10 North”, da cui il Primo Ministro ha presieduto il nuovo National Economic Council insieme a ministri e sindaci regionali. L’obiettivo è trasferire poteri da Whitehall (l’importante viale di Londra che collega Trafalgar Square a Parliament Square, noto storicamente e politicamente come il cuore del governo britannico) alle regioni inglesi su trasporti, casa e sviluppo economico.

È il principio della devolution: spostare una parte dei poteri del governo centrale verso i territori. Nel Regno Unito, però, la questione non riguarda soltanto le regioni inglesi. Dalla fine degli anni Novanta Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno propri parlamenti o assemblee e governi, e qui il dibattito su quanto potere debba restare a Westminster si intreccia da tempo con quello sul futuro stesso del Regno Unito.

A maggio la vittoria di Plaid Cymru in Galles ha creato una situazione inedita: i primi ministri delle tre nazioni devolute appartengono oggi a partiti che vogliono cambiare, in modi diversi, l’attuale assetto del Regno Unito. In Scozia John Swinney guida lo Scottish National Party (SNP), il partito indipendentista scozzese; in Galles Rhun ap Iorwerth è leader di Plaid Cymru, il partito nazionalista gallese favorevole all’indipendenza; in Irlanda del Nord Michelle O’Neill è vicepresidente di Sinn Féin, il partito repubblicano irlandese che sostiene la riunificazione dell’Irlanda.

Oggi, lunedì 14 settembre, i tre si sono incontrati a Cardiff, insieme alla presidente di Sinn Féin Mary Lou McDonald, in veste di leader di partito e non in rappresentanza dei rispettivi governi per firmare un accordo che chiede a Westminster di preparare, pianificare e facilitare” un eventuale cambiamento costituzionale in Scozia, Galles e Irlanda del Nord.

Il vertice arriva in un momento delicato per Burnham. Pochi giorni fa, alla Camera dei Comuni, gli è stato chiesto perché in Irlanda del Nord esista un meccanismo per indire un referendum sulla riunificazione con l’Irlanda e in Scozia non sia prevista una possibilità analoga per decidere sull’indipendenza. Burnham ha risposto che per la Scozia dovrebbe valere «esattamente la stessa situazione». Il primo ministro scozzese John Swinney ha interpretato le sue parole come un’apertura e gli ha chiesto di tradurre quel principio in un meccanismo legale per un nuovo referendum. 

È qui che la promessa di cedere potere ai territori incontra un limite che Burnham non aveva dovuto affrontare da sindaco di Manchester. Per le regioni inglesi, devolution significa soprattutto trasferire competenze e risorse da Westminster alle amministrazioni locali. SNP, Plaid Cymru e Sinn Féin pongono una questione diversa: chi debba avere l’ultima parola sul futuro costituzionale di Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Dopo aver costruito la propria carriera chiedendo a Westminster di avere meno potere, Burnham deve ora stabilire fin dove sia disposto a spingere lo stesso principio.

Anche la campagna contro il rough sleeping riprende direttamente l’esperienza di Manchester. Da sindaco Burnham aveva promesso di porre fine al fenomeno dei senza fissa dimora senza riuscirci completamente, ma durante il suo mandato il numero delle persone costrette a dormire per strada era diminuito di circa un quarto. Ad agosto il governo ha aggiunto 102 milioni di sterline ai 340 già stanziati, con l’obiettivo di garantire entro Natale un’alternativa alla strada per chi dorme all’aperto.

Nell’autunno del 2025, quasi 4.800 persone risultavano dormire per strada in Inghilterra in una singola notte e il fenomeno è legato a problemi che una sistemazione temporanea non può risolvere: dalla scarsità di alloggi accessibili alle difficoltà nel garantire assistenza continuativa. Offrire un letto entro Natale è un obiettivo molto più facile da comunicare che garantire che nessuno torni per strada sei mesi dopo.

Da Starmer a Burnham

È un’impostazione diversa da quella dei primi mesi del governo Starmer. Dopo la vittoria del 2024, Starmer e l’allora cancelliera Rachel Reeves avevano insistito sul “buco” di 22 miliardi di sterline ereditato dai conservatori e sulla necessità di prendere decisioni dolorose per rimettere in ordine i conti pubblici. Era un modo per preparare il paese a scelte difficili, ma significava anche costruire il rapporto con gli elettori intorno alla riduzione delle aspettative.

Burnham ha scelto di partire dal lato opposto: non da ciò che il governo non può fare, ma da ciò che può fare. Ed è qui che il confine tra politica e comunicazione diventa meno netto. Un tetto di due sterline è quasi una comunicazione politica già pronta: c’è un prezzo prima, un prezzo dopo e una decisione del governo nel mezzo. Lo stesso vale per il taglio dell’IVA sull’elettricità o per una norma che rende più semplice cancellare un abbonamento.

Il problema di Starmer, del resto, non era soltanto la mancanza di carisma. Il suo governo aveva aumentato il salario minimo, rafforzato alcune tutele dei lavoratori e degli inquilini e cominciato a ridurre le liste d’attesa dell’NHS, il sistema sanitario. Eppure questi risultati avevano faticato a modificare la percezione dell’azione di governo. Obiettivi, indicatori e regole fiscali possono misurare l’efficacia di un governo, ma difficilmente stabiliscono da soli un legame tra una decisione presa a Westminster e la vita quotidiana.

È anche qui che emerge la differenza con Burnham. Le misure elencate nel video delle prime settimane vengono tradotte in risultati semplici da individuare: una tariffa che scende, una tassa che viene eliminata, un servizio che apre, un’agevolazione che si estende.

È una logica che si presta particolarmente bene ai social. Nella sua prima settimana a Downing Street, Burnham ha annunciato il tetto di due sterline agli autobus insieme a Bemi Orojuogun, la “Signora dell’autobus” diventata popolare su TikTok; per il taglio dell’IVA sull’elettricità ha ripreso una sequenza utilizzata pochi mesi prima dal sindaco di New York Zohran Mamdani. È andato a correre con Mo Farah, ex mezzofondista britannico e quattro volte campione olimpico, ha partecipato a Career Ladder, il popolare format del creator Max Klymenko in cui gli ospiti rispondono a una serie di domande mentre lui cerca di indovinarne il lavoro, e ha inoltre raccontato il suo primo giorno di governo tra un centro per persone senza dimora, la prima riunione dell’esecutivo e Downing Street.

Nel giro di poche settimane, i suoi account su TikTok e Instagram hanno superato complessivamente il milione di follower. Intanto, per la prima volta da oltre un anno, il Labour è tornato davanti a Reform UK nei sondaggi. È troppo presto per stabilire quanto il cambio di leadership abbia contribuito al recupero, ma il dato restituisce almeno il contesto in cui Burnham sta cercando di ricostruire il rapporto tra il partito e i suoi elettori.

Dentro e fuori Westminster

Nelle prime settimane da Primo Ministro, Burnham ha cercato di portare fuori da Manchester non soltanto alcune delle politiche sperimentate da sindaco, ma anche il rapporto con gli elettori costruito in quegli anni.

Ad agosto ha girato il paese con un tour pensato soprattutto per le aree in cui il Labour ha perso consenso e per quelle colpite dal declino industriale. L’obiettivo dichiarato è ascoltare territori e comunità lontani da Westminster prima della presentazione, in autunno, del piano decennale del nuovo governo.

È su questo terreno che la comunicazione di Burnham acquista un significato politico. La sua reputazione da man of the people non nasce sui social: ha legato il proprio nome a battaglie nelle quali cittadini comuni si erano trovati di fronte a istituzioni percepite come distanti o ostili, a partire dalla lunga richiesta di giustizia per le 97 persone morte nella strage di Hillsborough, la calca nello stadio di Sheffield in cui nel 1989 morirono 97 tifosi del Liverpool. Burnham si schierò con le famiglie nella battaglia per fare luce sulle responsabilità della tragedia, dopo anni in cui istituzioni e polizia avevano contribuito a scaricare la colpa sui tifosi.

Ma Burnham non è affatto un outsider. È entrato alla Camera dei Comuni nel 2001, è stato ministro della Cultura e della Sanità sotto Gordon Brown, si è candidato due volte alla leadership del Labour e ha trascorso buona parte della propria vita adulta dentro le istituzioni. La forza del personaggio politico costruito a Manchester sta anche in questa contraddizione: Burnham conosce Westminster abbastanza bene da poter sostenere che Westminster debba avere meno potere.

Questo pragmatismo rende difficile parlare, almeno per ora, di un vero “Burnhamismo”. Nel corso della carriera è stato accusato di essere uno shapeshifter, capace di adattare le proprie posizioni al momento politico. Il piano decennale promesso per l’autunno dovrebbe chiarire se devolution, maggiore controllo pubblico sui servizi essenziali e attenzione alle disuguaglianze territoriali compongano davvero un progetto coerente oppure una serie di priorità tenute insieme soprattutto dal pragmatismo.

Quando i problemi non hanno una soluzione da trenta secondi

Il problema è che non tutte le decisioni di governo possono essere trasformate in un video con un prima e un dopo.

Burnham ha promesso di costruire case popolari su una scala che il Regno Unito non vede dal dopoguerra. Vuole riformare il social care e avvicinarlo a un servizio universale, trasferire più poteri e risorse alle regioni e aumentare il controllo pubblico su acqua ed energia. Contemporaneamente, ha promesso di rispettare le regole fiscali del Labour e di non aumentare le aliquote principali dell’imposta sul reddito, dell’IVA e della National Insurance.

Sono obiettivi molto più difficili da conciliare. L’inflazione è risalita al 2,9 per cento a luglio e l’aumento dei prezzi dell’energia rischia di assorbire almeno parte dei benefici prodotti dal taglio dell’IVA sull’elettricità. Il governo deve inoltre finanziare una maggiore spesa per la difesa, intervenire sui servizi pubblici e rispettare regole fiscali che limitano la possibilità di ricorrere a nuovo debito.

Anche alcune delle misure più popolari hanno costi meno immediatamente visibili. Il tetto di due sterline agli autobus dovrebbe costare più di 500 milioni di sterline. Per finanziarlo, il governo ha reperito 454 milioni nel bilancio del Dipartimento per l’Energia, di cui 400 milioni trasformando in prestiti risorse destinate a futuri progetti di finanza climatica internazionale. La scelta ha permesso di finanziare la misura senza nuove tasse, ma è stata criticata dalle organizzazioni della cooperazione internazionale, secondo cui sostituire sovvenzioni con prestiti rischia di aumentare il debito dei paesi più vulnerabili alla crisi climatica.

È ciò che la comunicazione dei quick wins, i risultati immediati, tende inevitabilmente a lasciare sullo sfondo: quasi ogni scelta politica comporta una distribuzione di costi e benefici. Ridurre il prezzo di un autobus significa decidere chi finanzierà quella riduzione. Costruire case popolari significa trovare miliardi di sterline e stabilire dove costruirle. Riformare il social care significa, prima o poi, affrontare il problema di come finanziarlo.

E soprattutto il governo non controlla tutto ciò che determina la condizione economica della popolazione. Può ridurre una tariffa o una tassa, ma non isolare il Regno Unito dagli shock energetici internazionali. Può offrire un po’ di breathing space, ma senza un aumento della produttività e dei salari reali difficilmente riuscirà a trasformarlo in un miglioramento duraturo del tenore di vita.

La stessa forza della strategia di Burnham contiene quindi un rischio. Una politica costruita intorno a risultati visibili crea aspettative altrettanto verificabili. Se promette di aiutare le persone con il costo della vita, gli elettori possono controllare alla fine del mese se stanno effettivamente meglio. Se promette di togliere le persone dalla strada entro Natale, a gennaio sarà possibile guardare le strade.

Dopo la vittoria laburista nell’elezione per scegliere il successore di Burnham a Manchester, un ministro ha riassunto il cambiamento avvenuto nel Labour con una battuta: è cambiato il cantante, non la canzone.

C’è qualcosa di vero. Burnham eredita molti degli stessi vincoli che avevano logorato Starmer: crescita debole, servizi pubblici sotto pressione, poco spazio fiscale, aumento della spesa militare e un sistema politico diventato molto più volatile. Anche sull’immigrazione, nonostante alcune differenze, non ha finora rotto radicalmente con l’impostazione del governo precedente.

La prova più difficile arriverà quando dovrà scegliere tra obiettivi incompatibili: tra le regole fiscali che ha promesso di rispettare e le risorse necessarie per costruire case popolari; tra la transizione energetica e i posti di lavoro nelle aree industriali che il Labour vuole riconquistare; tra la promessa di alleggerire il costo della vita e la necessità di finanziare servizi pubblici più estesi; tra la volontà di cedere potere alle regioni e la responsabilità, ora che guida il governo centrale, di tenere insieme un paese attraversato da profonde disuguaglianze territoriali.

Burnham ha dimostrato di saper scegliere problemi sui quali un governo può intervenire e trasformare la risposta in un messaggio politico comprensibile. Se davvero abbia aperto una nuova stagione per il Labour si capirà quando dovrà affrontare quelli che non hanno una soluzione semplice.

Immagine in anteprima via gov.uk




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