Dove stanno andando oggi l’agricoltura italiana e quella europea? Una premessa alla risposta è d’obbligo: con il definitivo abbandono della strategia delle politiche agricole volte all’autosufficienza alimentare da parte della Comunità Economica Europea, culminate con la nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 1995 e l’inclusione dei beni agricoli nel libero commercio internazionale, si innesca un processo di riduzione della produzione primaria a livello continentale, dentro il quale c’è ovviamente l’agricoltura italiana.
In particolare, con la riforma MacSharry del 1992 il sostegno al reddito della Pac prende il posto del sostegno diretto alla produzione e dei prezzi garantiti, che vengono prima ridotti, poi nelle programmazioni successive aboliti. Fanno il loro ingresso sulla scena il set aside, il riposo della terra pagato dalla Comunità, e le misure di accompagnamento puntate sugli investimenti. In questo modo si inizia a tagliare il bilancio agricolo europeo e si cerca di ridurre il fenomeno delle eccedenze, che aveva prodotto delle crisi di mercato all’interno della Cee anche sotto la spinta dei premi di produzione.
Oggi è possibile leggere in chiaro i risultati di quelle scelte: da un lato l’agroalimentare, ovvero l’industria di trasformazione, ha guadagnato tantissimo, potendo esportare, sfruttando la liberalizzazione del mercato e le politiche sulla qualità dei prodotti, ma al contempo la produzione primaria ha sofferto l’incremento delle importazioni e si è drasticamente ridotta.
In tempi di rivoluzioni geopolitiche e radicali mutamenti climatici è legittimo chiedersi se, alla luce dei dati oggi disponibili, questo modello possa funzionare ancora in futuro. E se è possibile cambiare direzione. Le risposte in questo caso non sono univoche: tornare a guadagnare sovranità alimentare producendo di più in futuro sarà in parte possibile, ma con un limite di fondo: le campagne dalla fine degli Anni Novanta del secolo scorso ad oggi hanno perso terre fertili in favore dell’esplosione delle città.
E oggi bisognerebbe non solo premiare la qualità delle nostre produzioni agricole, ma anche incentivare gli incrementi di produzione, non giocando solo sulle maggiori rese per ettaro. Perché dipendere sempre di più da mercati lontani, soggetti a guerre e disastri ambientali, può costare caro.
Su tanto si è avviato un dibattito, che AgroNotizie® registra e doverosamente riporta.
Export agroalimentare avanti, produzione primaria giù
“Oltre 72 miliardi di euro di export agroalimentare confermano che il made in Italy è una delle grandi forze trainanti dell’economia nazionale. In uno scenario internazionale segnato da tensioni, dazi e incertezze, le nostre filiere dimostrano solidità, capacità di innovazione e diversificazione e competitività. Per questo il lavoro del Crea è strategico: fornire analisi e strumenti di conoscenza indispensabili per accompagnare le scelte delle istituzioni e sostenere la crescita delle imprese sui mercati internazionali”. Così il 9 settembre scorso il sottosegretario Masaf Patrizio Giacomo La Pietra alla presentazione del Rapporto Crea sul Commercio con l’Estero dei Prodotti agroalimentari, realizzato dal Centro di ricerca Politiche e Bioeconomia del Crea.
“Il dato di oltre 72 miliardi di euro di export agroalimentare, evidenziato dal report Crea, conferma la forza e la crescente competitività del made in Italy sui mercati internazionali. Ma accanto a questo risultato positivo esiste un dato che non possiamo ignorare: l’Istat certifica una forte contrazione, nell’ultimo ventennio, dei volumi delle produzioni agricole e zootecniche. È da questa apparente contraddizione che dobbiamo partire per comprendere quale sia realmente lo stato di salute del nostro sistema agroalimentare”. È la risposta a distanza di Andrea Tiso, presidente nazionale di Confeuro, Confederazione Agricoltori Europei.
E per Altragricoltura “Il Governo continua a parlare dei record dell’export e del fatturato agroalimentare. Le opposizioni ignorano il problema. Eppure, quello che succede nei campi è chiarissimo: perdiamo ettari coltivati, chiudono le stalle, diminuiscono i raccolti e per riempire gli scaffali compriamo sempre più cibo dall’estero“.
Il report dell’Istat
In effetti pochi giorni prima della pubblicazione del report del Crea, l’Istat ha rilasciato una ponderosa ricerca laconicamente titolata “Produzioni agricole e zootecniche – Anno 2025” che in realtà contiene una serie di confronti su base storica della produzione agricola italiana più recente con quella del 2006. Tra i principali risultati della ricerca Istat evidenzia come “Tra il 2006 e il 2025, le tre specie seminative che occupano le superfici agricole più ampie hanno registrato rilevanti contrazioni della produzione”.
Le flessioni più rilevanti riguardano il mais (-51,2% della superficie coltivata e -42,7% della produzione, con la resa per ettaro in crescita del 17,4%); il frumento duro che ha visto ridurre sia le superfici coltivate (-15,5%) sia la produzione (-9,3%), con una crescita più contenuta della resa (+7,4%); il frumento tenero che ha registrato una flessione della produzione (-21,4%) superiore a quella delle superfici (-12,3%), e la conseguente diminuzione della resa per ettaro (-10,4%). In forte crescita invece altre produzioni quali erbai monofiti (+97,1%), soia (+94,6%), mais ceroso (+46,0%) e piante leguminose (+34,7%).
Anche per le principali colture fruttifere prevale, tra il 2006 e il 2025, la tendenza alla flessione. Tra le specie in forte calo: pera (la produzione è diminuita del 60,6% e la superficie del 52,8%), pesca (-40,7% della produzione e -31,9% delle superfici), nettarina (-43,5% della produzione e -49,3% delle superfici), nocciola (-30,3% della produzione).
In crescita produttiva clementine (+20,3%), kiwi (+17,8%) e mela (+13,2%).
Nel periodo considerato, la produzione di vino registra una contrazione contenuta (da 49,6 milioni di ettolitri del 2006 a 47,8 milioni del 2025, pari a -3,6%), mentre la produzione di olio di oliva è in forte diminuzione (-37,6%), essendo passata da 603,3 milioni di litri del 2006 a 378,6 milioni del 2025, con forti oscillazioni annuali.
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Nel 2025, solo il 21,4% della produzione nazionale di olio di oliva è destinata al mercato interno (81 milioni di litri su 379): il fabbisogno interno di olio di oliva è alimentato con 565 milioni di litri di olio di oliva importato, livello pari a 1,5 volte la produzione nazionale.
Nel 2025, l’Italia ha l’8,7% della superficie agricola utilizzata dell’Unione Europea e si pone al quinto posto dopo Francia, Spagna, Germania e Polonia. Il peso dell’Italia sulla produzione agricola dell’Ue a 27 è particolarmente elevato per nocciola (75,2%), riso (52,8%), frumento duro (43,2%), pomodoro in piena aria (42,1%), soia (37,9%), uva (33,2%), arancia (30,5%) e supera il 20% per mela (20,4%).
Tra il 2006 e il 2025 è diminuita anche la consistenza del numero di capi per tutte le principali specie allevate, con le sole eccezioni dei bufalini (+92,6%) e dei caprini (+3,4%).
La flessione più rilevante ha caratterizzato gli ovini (-28,1%), seguiti dai suini (-15,6%) e dai bovini (-12,2%). La riduzione in Italia della consistenza dei capi animali, con la sola eccezione dei capi caprini, è in linea con il calo registrato a livello europeo.
La produzione di latte è in sensibile crescita: nel 2024 in Italia sono stati raccolti 138,4 milioni di quintali di latte, con una crescita del 27,2% rispetto ai 108 milioni del 2006, dovuta alla maggiore quantità di latte raccolta in media per ogni capo. In crescita la produzione di formaggi (+17,7%), in flessione quella di burro (-21,3%).
I numeri del Crea sull’export
Nel 2025, secondo il Crea, gli scambi agroalimentari dell’Italia raggiungono nuovi livelli record: le esportazioni superano quota 72 miliardi di euro, con una crescita del 5,6% rispetto al 2024 mentre le importazioni toccano i 72,45 miliardi, con un aumento del 10,1%, spinto anche dal rialzo dei prezzi internazionali di alcune commodity.
Il settore incrementa il proprio peso sulla bilancia commerciale complessiva del Paese, rappresentando il 12,2% delle importazioni e l’11,2% delle esportazioni e confermando così il ruolo sempre più rilevante dell’agroalimentare nella struttura commerciale del Paese. E questo nonostante il contesto internazionale ancora caratterizzato da tensioni geopolitiche, incertezza sui mercati, nuove misure protezionistiche e persistenti pressioni sui prezzi di alcune materie prime.
L’aumento in valore delle importazioni è, infatti, condizionato anche dall’andamento dei prezzi internazionali di prodotti come caffè greggio, cacao e altre commodity agricole. Il made in Italy continua a rappresentare il punto di forza dell’export agroalimentare nazionale. Nel 2025 le esportazioni dei prodotti riconosciuti all’estero come tipici del nostro Paese raggiungono 52,2 miliardi di euro, pari al 72,5% dell’export agroalimentare complessivo, con una crescita del 3,7% rispetto al 2024.
Tra i prodotti più dinamici si segnalano quelli dolciari a base di cacao (+21,4% in valore), il caffè torrefatto (+23,6%), i formaggi (+13,4%), la frutta fresca (+14,6%) e i prodotti da forno (+6,5%), sebbene l’incremento dell’export in valore di alcuni prodotti, come quelli dolciari a base di cacao e il caffè torrefatto, sia condizionato dall’aumento del prezzo di importazione delle materie prime, che si riflette in parte sul valore medio unitario di esportazione.
Crescono in valore anche le esportazioni di Grana Padano e Parmigiano Reggiano, mentre risultano in calo quelle di olio extravergine di oliva, conserve di pomodoro e alcune tipologie di vini, pur con una maggiore tenuta delle quantità esportate in molti casi. In particolare, per l’export di olio extravergine di oliva, a fronte di un calo in valore del 17,2%, i volumi esportati aumentano del 18,2%, a conferma della riduzione del prezzo internazionale dopo il forte aumento che aveva caratterizzato il biennio precedente, legato alla bassa disponibilità di prodotto a livello mondiale.
La riflessione di Confeuro
“L’Italia è diventata molto forte nella trasformazione, nella valorizzazione commerciale e nell’esportazione dei propri prodotti, ma rischia progressivamente di perdere il contatto con la produzione primaria” afferma il presidente di Confeuro, Tiso, che sottolinea: “La sovranità alimentare, infatti, non si misura dalle dogane, ma dai campi. Se importiamo più di quanto esportiamo per alcune produzioni strategiche, come mais e olio di oliva, e registriamo analoghe criticità in diversi comparti della zootecnia, è evidente che esiste un problema strutturale che non può essere nascosto dai numeri dell’export”.
“C’è poi un ulteriore elemento di riflessione – prosegue Tiso – una parte delle nostre esportazioni riguarda prodotti realizzati a partire da materie prime importate dall’estero e sottoposte in Italia alle fasi finali di trasformazione. È il caso, ad esempio, di alcuni comparti dolciari e della torrefazione. Questo modello dimostra la grande capacità italiana di trasformare e commercializzare un prodotto, ma evidenzia al tempo stesso la crescente debolezza della produzione primaria”.
“Il made in Italy non può essere soltanto un marchio apposto alla fine della filiera – aggiunge Tiso -. Deve rappresentare un sistema produttivo solido, nel quale la terra, gli agricoltori e gli allevatori siano il primo anello di una catena capace di arrivare fino ai banchi dei supermercati. Per questo – conclude Tiso – serve una strategia che torni a investire sulla produzione agricola nazionale, sulla redditività delle imprese e sulla capacità dell’Italia di produrre ciò che consuma. Una filiera agroalimentare può essere realmente sana e competitiva soltanto se lo è in ogni suo passaggio: dalla terra ai mercati, dai campi ai consumatori”.
L’analisi di Altragricoltura
A mettere il dito nella piaga della riduzione della produzione agricola italiana la settimana scorsa era stata anche l’Altragricoltura: “Quando chiude un’azienda agricola non si cancella una semplice partita Iva: si disperdono lavoro, competenze, presidio del territorio e la possibilità che una nuova generazione continui quel mestiere” scrive in un comunicato il sindacato guidato da Gianni Fabbris.
“Non basta chiamare in causa il clima. Istat mette in evidenza anche prezzi, costi, concorrenza internazionale e mutamenti della domanda. Il problema fondamentale non è soltanto che l’Italia importa sempre più cibo, ma capire perché produrlo nel nostro Paese sia diventato, per tanti agricoltori, meno conveniente che acquistarlo dall’estero. Nei seminativi la contrazione è evidente. Le 18 specie principali considerate da Istat coprono nel 2025 il 35,7% della superficie agricola in produzione, con un calo di 13,7 punti percentuali rispetto al 2006“.
Altragricoltura riprende poi altri dati dell’Istat: “La superficie a mais si è dimezzata (-51,2%) e i raccolti sono scesi del 42,7%. Il frumento tenero perde il 12,3% degli ettari e il 21,4% del raccolto rispetto al 2006, mentre il frumento duro cala del 15,5% nelle superfici e del 9,3% nella produzione. Nel 2025 il bilancio fisico è netto: produciamo circa 59,5 milioni di quintali di frumento a fronte di 97 milioni importati, e circa 55 milioni di quintali di mais contro 70 milioni acquistati all’estero”.
Difficile invertire la tendenza senza politiche ad hoc
Resterebbe da chiedersi come invertire la tendenza se si vuole realmente riaffermare una reale sovranità alimentare? Le risposte sono difficili: il trend di riduzione della produzione agricola italiana ha alle spalle due fenomeni sociali ed ambientali enormi: lo spopolamento delle aree rurali e il contestuale ampliarsi delle aree urbanizzate in pianura, due fenomeni strettamente collegati.
Le aree rurali, situate nelle zone montane e collinari, spopolandosi hanno lasciato spazio all’abbandono delle terre meno produttive e più marginali, ma al tempo stesso l’esplosione delle città e dei medi centri nelle aree di pianura ha consumato i suoli agricoli più fertili. Da anni Ispra mette in luce questo problema con la sua analisi annuale sul consumo di suolo.
E se è vero che il 77% del fenomeno del consumo di suolo è a danno del settore agricolo, significa che profonde revisioni devono interessare non solo le politiche agricole, ma anche quelle urbanistiche e più in generale di protezione dell’ambiente.
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