Teresa Potenza, la testimone che fece tremare la mafia di Cerignola, perché è stata lasciata sola dallo Stato? 


Teresa Potenza, il coraggio di una madre contro i clan, perché é stata lasciata sola dallo Stato?

Da testimone chiave per la giustizia italiana, a donna dimenticata dai palazzi del potere.

Teresa Potenza è stata la testimone chiave nel maxiprocesso “Cartagine”, la sua drammatica testimonianza, ha disvelato i meccanismi spietati della criminalità organizzata del foggiano, e della mafia di Cerignola legate al boss Giuseppe Mastrangelo.

Le rivelazioni di Teresa hanno permesso agli inquirenti di ricostruire le trame di sanguinosi omicidi e di condannare definitivamente il boss a tre ergastoli; ciò nonostante, Teresa sta pagando un prezzo altissimo, che dura ormai da oltre trent’anni.

Negli anni Novanta, la vita di Teresa si incrocia con quella del boss Giuseppe Mastrangelo, esponente di spicco dei clan di Cerignola.

Quello che inizia come un legame sentimentale si trasforma rapidamente in un incubo di violenza domestica e criminale.

Quando Teresa tenta di fuggire da quella prigione e sangue, la reazione del clan è spietata: viene condotta in un campo isolato, denudata e minacciata con una pistola infilata in bocca.

Come lei stessa ha ricordato recentemente in una drammatica intervista a volto coperto rilasciata a Belve Crime su RaiPlay, è stata a un passo dal diventare l’ennesimo caso mancato di lupara bianca.

A salvarla, e a darle la forza di compiere il passo più pericoloso, non è stato il calcolo, ma l’istinto materno: l’urgenza assoluta di strappare suo figlio a un destino di criminalità già scritto.

Teresa decide di fidarsi delle istituzioni.

Le sue deposizioni dettagliate e coraggiose diventano la colonna portante della giustizia, infliggendo un colpo durissimo alla malavita foggiana. Eppure, una volta spenti i riflettori delle aule di tribunale, lo Stato che aveva usato il suo coraggio per decapitare i clan sembra essersi dimenticato di lei.

Nascosta sotto falsa identità, privata del suo passato e della sua terra, Teresa Potenza è stata catapultata in un secondo incubo: quello della solitudine, della povertà e di una battaglia burocratica infinita contro i ministeri per vedersi finalmente riconosciuto lo status ufficiale di vittima innocente di mafia.

Un dramma silenzioso il cui senso di abbandono rispecchia esattamente il cuore della denuncia pubblica che la testimone, insieme alla scrittrice Alessia Zuppicchiatti, sta portando avanti con forza.

Il rapporto tra Teresa Potenza e le istituzioni resta profondamente ambivalente. Da un lato lo Stato ha usato le sue parole per inchiodare i clan di Cerignola; dall’altro l’ha abbandonata in un limbo burocratico lungo più di trent’anni.

Oggi la sua storia rivive nelle pagine del libro “Teresa Potenza. Vittima innocente di mafia”, firmato da Alessia Zuppicchiatti. Un’opera che trasforma un calvario personale in una denuncia aperta sul prezzo altissimo pagato da chi sceglie di non tacere.

Teresa Potenza

L’illusione della tutela e il cortocircuito burocratico

Nella fase iniziale, le istituzioni si sono mosse con tempestività, inserendo Teresa nel programma di protezione standard previsto per i testimoni di giustizia e trasferendola in una località segreta sotto copertura.

Tuttavia, è nel presente che si consuma l’abbandono.

Il vero cortocircuito istituzionale è avvenuto nel post-processo, quando la protezione d’emergenza si è lentamente trasformata in un vicolo cieco burocratico, lasciando la donna completamente sola a gestire le macerie della sua vecchia vita.

Mancato riconoscimento dello status ufficiale di “Vittima innocente di mafia”

La battaglia più dura di Teresa non è più contro i clan, ma contro i ministeri per ottenere lo status ufficiale di “Vittima innocente di mafia”, senza questo riconoscimento formale, non ha diritto a nessun risarcimento, e nemmeno a sostegni economici, previsti dalla legge.

Lo stato non le ha garantito un reinserimento sociale e lavorativo dignitoso nel presente.

L’isolamento, la povertà e la forza di una madre

Come denunciato nel libro della Zuppicchiatti, Teresa si è trovata a dover ricominciare da zero in assoluta povertà, costretta a spiegare ai propri figli una vita di stenti e restrizioni senza che le istituzioni compensassero in alcun modo il suo enorme sacrificio.

Una storia di isolamento rimasta nell’ombra per decenni, che ha trovato solo di recente il supporto della scrittrice, ghostwriter ed editrice Alessia Zuppicchiatti e di Don Luigi Ciotti, che ha curato la toccante prefazione del volume.

A rompere definitivamente il silenzio è stata la stessa Teresa, che ha rilasciato una drammatica intervista a volto coperto nel programma televisivo Belve Crime su RaiPlay, denunciando apertamente di sentirsi dimenticata dallo Stato.

Si tratta di un grido d’aiuto rimarcato con forza anche dalla stampa locale, come sulle pagine di CerignolaViva, dove la testimone ha raccontato le sue quotidiane difficoltà economiche e personali, chiedendo che il sacrificio di chi si schiera contro le mafie venga riconosciuto in maniera dignitosa e adeguata.

“La protezione non può avere una data di scadenza, se le conseguenze della scelta di collaborare con lo Stato durano tutta la vita” – aggiunge Alessia Zuppicchiatti.

“Ha dovuto lasciare alle proprie spalle luoghi, persone e certezze – eppure oggi dice che rifarebbe quella scelta”.

“È questa, forse, la parte più potente della sua storia – non la vendetta, non l’odio, non il desiderio di distruggere qualcuno, ma la scelta di una madre che, davanti alla possibilità che suo figlio potesse crescere dentro lo stesso mondo dal quale lei stava cercando di fuggire, ha deciso di parlare”.

“Perché se chiediamo ai cittadini di avere il coraggio di denunciare, di testimoniare, di rompere l’omertà, allora dobbiamo essere altrettanto coraggiosi nel garantire loro che quel gesto non si trasformi, dopo qualche anno, in una condanna a vivere ai margini”.

“La legge n. 6 del 2018 ha previsto specifiche disposizioni per la protezione dei testimoni di giustizia e misure di sostegno economico e sociale”.

“La domanda è un’altra: lo Stato avrà il coraggio di stare dalla parte di Teresa?” – conclude Alessia.

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