Meloni incensa il governo longevo. Cosa non torna nel suo libretto dei record


Nelle quasi trenta pagine di brochure targata Fratelli d’Italia, diffusa alla vigilia della kermesse di Bari, la parola che ricorre più spesso non è né “governo” né “Italia”, ma “record”. Viene ripetura decine di volte, applicata a spread, occupazione, export, fondi per la sanità. A voler dire che in quattro anni l’Italia ha migliorato molti indicatori economici per effetto del buon governo di Giorgia Meloni, che venerdì raggiunge il record, appunto, di longevità.

Bisogna andare a vedere nei dettagli. Perché ogni medaglia del libello con in copertina la presidente del Consiglio e la scritta “Il governo più stabile, l’Italia più forte” ha almeno un suo rovescio: il prezzo del gas, la fine della pandemia, persino le difficoltà oltralpe. Vale per lo spread quanto per l’occupazione femminile, per i bonus alle famiglie quanto per il taglio delle tasse. Ogni voce ha un suo controcanto che il documento omette. Una cornice di concause che il governo non nega, ma semplicemente non considera, per lasciare spazio ai toni trionfali. “Un traguardo mai centrato dai 67 governi precedenti”, scrive il deputato Walter Rizzetto. E ancora: “I numeri smentiscono il catastrofismo”, rincara la capogruppo di FdI in commissione Bilancio, Ylenja Lucaselli.

Scorrendo le pagine, le cifre tornano, ma considerarle tutte fornisce un racconto più fedele di 1.400 e più giorni di governo Meloni.

Occupazione

Il fronte lavoro è uno dei capitoli più solidi. Qui i numeri coincidono al decimale. Tra novembre 2022 e luglio 2026 gli occupati sono passati da 23,252 a 24,370 milioni, mentre il tasso di disoccupazione è sceso dal 7,8% al 5,8%, con contratti a tempo indeterminato cresciuti di 1,3 milioni. Anche il dato sulla disoccupazione giovanile, che il documento fa scendere dal 24% del settembre 2022 al 18,9% di oggi, è corretto. Tuttavia, se si leggono fino in fondo, gli stessi report dell’Istat restituiscono anche altro. Ad esempio il 54,5% di occupazione femminile, rivendicato qualche riga più avanti come record, resta ben 17 punti sotto quella maschile. E quel 18,9% di disoccupazione giovanile, che nel documento è solo il punto d’arrivo di un lungo calo rispetto al 24% di quattro anni fa, nel bollettino Istat di luglio porta con sé un altro segno: rispetto a giugno è salito di 0,2 punti, non sceso.  

Bonus famiglie

Anche il capitolo famiglia procede su cifre reali. Con il governo Meloni Il bonus mamme è salito da 40 a 60 euro al mese, il congedo parentale è indennizzato all’80% invece che al 30% e il bonus nido arriva a 3600 euro l’anno. Misure scritte nelle ultime leggi di bilancio,e dunque già operative. Si tratta però anche qui di importi nominali, e dunque non raffrontati con quanto le famiglie stanno effettivamente pagando in più per bollette e spesa in questi mesi. Inoltre, va notato che alcune di queste misure, come il bonus mamme, restano a scadenza entro l’anno. E che altre, come la Carta “Dedicata a te”, evocata come argine al carovita, è in realtà un contributo una tantum solo per alcune famiglie, accreditato quest’anno solo a ottobre. 

Fisco e stipendi 

Stessa impostazione sul nodo fiscale, dove il cuneo, la riforma Irpef a tre aliquote e i 21 miliardi immessi nelle buste paga sono tutti scritti nelle ultime tre leggi di bilancio. Nessuna di queste cifre, però, viene messa a confronto con l’aumento dei prezzi, altro grande omissis se si pensa al fatto che ad agosto l’inflazione è tornata al 3,3%, il livello più alto da settembre 2023. C’è di più. Se si spulcia bene tra i rapporti dell’ente statistico, la pressione fiscale complessiva ha chiuso il 2025 al 43,1% del Pil, il dato più alto da ben 11 anni. Tradotto: il taglio del cuneo ha alleggerito il prelievo su chi lavora, ma nello stesso periodo il carico tributario complessivo è salito tramite altri incassi tra Iva, accise e altre imposte. 

Contratti pubblici e partite Iva

Il copione si ripete anche quando si passa agli stipendi pubblici: 412 euro al mese cumulati per la sanità, 395 per la scuola, oltre 300 per difesa e funzioni centrali, rivendicati come sblocco storico dopo anni di fermo. Ma la realtà, certificata dal rapporto annuale dell’Istat, è che gli aumenti e i rinnovi del pubblico impiego relativi al triennio 2022-2024 hanno consentito di recuperare solo circa la metà dell’aumento dei prezzi registrato nello stesso periodo, come se l’aumento in busta paga non avesse tenuto il passo dei prezzi. Tiene invece meglio, seppure con qualche riserva, il capitolo dedicato al lavoro autonomo. La soglia del regime forfettario è stata alzata a 85 mila euro. Ma si tratta pur sempre della stessa misura che la Commissione europea nel suo ultimo rapporto sull’Italia ha definito “distorsiva”, disincentivando a far crescere il fatturato oltre quel limite per non perdere l’aliquota agevolata. 

Spread e deficit 

Lo spread sceso da 233 a meno di 80 punti base è il trofeo più esibito, ma buona parte di quel calo, come segnalato da tempo dagli analisti, dipende soprattutto dal rialzo dei rendimenti tedeschi più che da un progresso equivalente dei titoli italiani. Discorso simile per il “sorpasso storico” sui titoli francesi, rivendicato come prova della fiducia dei mercati nell’Italia. È vero che per gran parte dell’estate il rendimento del Btp decennale è rimasto sotto quello dell’Oat francese, ma la causa principale non è solo la solidità italiana, bensì la crisi politica di Parigi. Ne deriva che malgrado la performance dello spread, come spiega Veronica De Romanis a Huffpost, che “oggi noi spendiamo 87 miliardi l’anno di spesa per interessi e quando Meloni è arrivata al governo erano 77 miliardi”.  Ancora più fragile il confronto sul deficit, sceso dall’8,1% del 2022 al 3,1% del 2025. Un calo che è principalmente il risultato di una riclassificazione contabile decisa dall’Istat nel 2023 sui crediti del Superbonus, visto che la Nadef per quell’anno prevedeva un disavanzo al 5,6%. La stessa misura, peraltro, che la brochure di Fratelli d’Italia liquida come “sciagurata eredità del governo Conte” e responsabile del mancato obiettivo del 3% del deficit. 

Sbarchi, rimpatri e Piano Mattei

Sui numeri di sbarchi e rimpatri, il documento parla di 16mila arrivi nei primi sette mesi del 2026, in calo su tutti i confronti proposti (2025, 2023 e 2022), dati coerenti con il cruscotto del Viminale. Regge meno invece il paragone più ambizioso, quello sui rimpatri. I 5620 del 2026 vengono definiti “più di quanti ne fece Renzi in tutto il 2015”, sottolineando che gli arrivi di allora erano il 900% di quelli attuali e dunque che il modello Meloni si trova con un decimo dei migranti da gestire. I dati Eurostat di 11 anni fa sul primo punto raccontano però l’opposto, visto che nel solo 2015 i rimpatri italiani furono oltre 7200. Un dato che lo stesso ministero degli Interni, negli anni passati, aveva già avuto modo di riconoscere. Meno solido rispetto a come viene presentato anche il Piano Mattei: a oltre due anni dal lancio, solo tre progetti risultano al momento conclusi, oltre a essere stati finanziati con fondi Pnrr e non con le risorse del piano. 

Sicurezza e criminalità organizzata 

I numeri recenti confermano il trend rivendicato, con un calo del 10% dei reati complessivi e gli omicidi giù del 15,3% certificati dal Viminale nel primo semestre 2026. Coerente anche il confronto con gli omicidi in calo di quasi il 40% dal 2014 al 2025. Meno lineare il quadro complessivo dei reati, visto che non tutte le categorie seguono la stessa tendenza: le rapine sono tornare a crescere, ad esempio, a differenza della linea retta che il documento lascia intendere. Anche il piano Carceri che promette 10mila posti entro il 2027 si scontra con una realtà fatta di soli 537 unità disponibili dall’avvio del progetto, con un affollamento reale salito del 139,5%, il massimo del decennio. 

Sanità

Il Fondo sanitario nazionale, salito dai 126 miliardi del 2022 ai quasi 143 previsti per il 2026, si scontra con il problema delle liste di attesa. È vero che sono 1,6 milioni le prestazioni in più erogate nei tempi di garanzia nel primo semestre 2026, ma nonostante il miglioramento della percentuale il numero assoluto di prestazioni rimaste fuori dai tempi massimi è salito, non sceso, come confermato da Agenas. 

Donne 

Anche qui le risorse citate sono reali, con quelle per i centri antiviolenza e Reddito di Libertà salite a 530 euro mensili per le donne vittime di violenza in difficoltà economica. Peccato che il fondo dedicato a quest’ultimo disponga di appena un milione di euro l’anno per l’interno territorio nazionale ed erogi fino a esaurimento delle risorse, con parte delle domande presentate nel 2025 respinte proprio per mancanza di fondi 

Export e agricoltura

Anche per le esportazioni, i 642 miliardi di export 2025 sono un dato reale, così come il saldo commerciale tornato positivo per 507 miliardi. La crescita però dipende soprattutto dall’aumento dei prezzi medi delle merci esportate, non da un balzo dei volumi venduti. E l’impennata delle vendite verso gli Stati Uniti, +7,2% nel 2025, coincide con i mesi in cui le imprese italiane hanno accumulato scorte oltreoceano per anticipare i dazi annunciati da Washington. Stessa cosa sull’agricoltura: l’export agroalimentare record a 72,4 è confermato dai dati Ice, ma la vittoria sulla Pac con la dotazione salita a 40,7 miliardi presentata come “storica” è un po’ prematura.

Energia e nuclare 

Il documento rivendica oltre 60 miliardi investiti contro il caro energia e i decreti carburante come risposta rapida alla crisi in Medio Oriente. Ma il taglio delle accise e la sua proroga si sono solo rivelate misure emergenziali esauritesi peraltro in pochi giorni. Tiene meglio il dato sulle rinnovabili, 24 Gw installate tra il 2022 e il 2026, mentre la legge delega sul nucleare,approvata alla Camera a giugno e presentata come svolta storica, resta lontana. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha già chiarito che i primi reattori entreranno in funzione non prima del 2034. Troppo lontano per incidere l’inflazione energetica di oggi che ad agosto ha spinto il gas nel mercato tutelato oltre il 31%. 

Scuola e università

Infine, sul fronte scuola l’abbandono scolastico sceso al “7,3%” è a ben guardare una proiezione Invalsi per l’anno in corso e non un dato consolidato. L’ultimo numero Istat certificato è dell’8,2%, quindi più alto e già sotto l’obiettivo europeo. Regge invece il Fondo per l’Università, salito del 26% rispetto al 2019, associato dal documento alle misure che hanno reso più snella la burocrazia nelle facoltà. Lo stop al numero chiuso a Medicina continua tuttavia a rimanere problematico, con gli ordini professionali dei Medici che avvertono che senza un pari aumento delle borse di specializzazione il rischio è di formare nei prossimi anni migliaia di medici che poi non troveranno un posto di lavoro 


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