Per la manifattura italiana energivora il conto dell’energia torna a fare paura. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente hanno riportato il prezzo del gas su livelli che non si vedevano da oltre tre anni e, insieme alla corsa dell’elettricità, rischiano di trasformarsi in una nuova pesante zavorra per alcune delle filiere industriali più esposte ai consumi energetici. La stima elaborata da Gas Intensive, il consorzio che riunisce le filiere dei grandi consumatori di gas ed elettricità, è particolarmente significativa: se i prezzi spot attuali rimanessero invariati per tutto l’anno, i costi energetici complessivi del comparto potrebbero arrivare a circa 18 miliardi di euro su base annua, contro i circa 9 miliardi precedenti. In altre parole, il conto potrebbe raddoppiare.
La fotografia è quella di un sistema industriale che si trova nuovamente a fare i conti con una variabile che negli ultimi anni era diventata sinonimo di emergenza: il costo dell’energia. Il riferimento utilizzato da Gas Intensive è particolarmente pesante per il gas. Il prezzo sul Ttf, il mercato di riferimento europeo, ha raggiunto quota 72 euro al MWh, un livello che non si registrava dal gennaio 2023. Se questa quotazione dovesse stabilizzarsi, la stima del consorzio indica un incremento prospettico del 133% per il gas e dell’87% per l’elettricità rispetto ai livelli precedenti. Sono numeri che, per industrie nelle quali l’energia rappresenta una componente strutturale dei costi di produzione, possono trasformare una marginalità già sotto pressione in una perdita.
A lanciare l’allarme è Aldo Chiarini, presidente di Gas Intensive, secondo cui i rincari delle ultime settimane si sommano a quelli già accumulati e rischiano di determinare un raddoppio della bolletta energetica delle imprese gas intensive. La questione non riguarda quindi soltanto l’ammontare della fattura, ma la possibilità stessa per molte aziende di mantenere la produzione in Italia a condizioni economicamente sostenibili.
Quando produrre costa più che fermarsi
Il passaggio più delicato riguarda proprio la competitività industriale. Con il gas stabilmente sopra i 70 euro al MWh, spiega Chiarini, per alcune produzioni diventa estremamente difficile, se non impossibile, operare in condizioni competitive. E il problema arriva in un momento particolarmente sensibile, perché molte imprese si trovano a decidere se riavviare gli impianti dopo la pausa estiva oppure mantenere le linee ferme. La domanda, in alcuni casi, non è più soltanto quanto costi produrre, ma se abbia economicamente senso farlo.
Per gli impianti che possono essere temporaneamente fermati, il prezzo dell’energia entra direttamente nella decisione industriale: se il costo del gas erode completamente il margine, mantenere la produzione attiva può diventare meno conveniente rispetto alla sospensione. Per le aziende che invece non possono spegnere gli impianti senza provocare danni tecnici o costi ancora maggiori, il margine di manovra è praticamente nullo. La conseguenza è il rischio di produrre in perdita, almeno fino a quando la situazione non diventi insostenibile.
È una dinamica particolarmente pericolosa per le filiere nelle quali l’Italia ha costruito negli anni competenze, distretti produttivi e una forte vocazione all’export. Acciaio, carta, chimica, ceramica, vetro e cemento sono comparti nei quali l’energia non è un input accessorio, ma una componente essenziale del processo industriale. Un differenziale strutturale dei costi rispetto ai concorrenti internazionali può quindi spingere le imprese a ridurre la produzione, rinviare gli investimenti o, nei casi più estremi, valutare la delocalizzazione.
Carta e vetro: i numeri della nuova emergenza
La filiera della carta offre una misura concreta dell’impatto. Lorenzo Poli, presidente di Assocarta, stima che, ipotizzando un prezzo del gas stabile a 70 euro al MWh per tutto il 2026, la spesa energetica del settore per il gas potrebbe aumentare di 1 miliardo di euro, passando da 800 milioni di euro nel 2025 a 1,8 miliardi nel 2026. Significa più che raddoppiare il costo in un solo anno, con inevitabili conseguenze sulla struttura dei costi delle imprese.
Il dato è ancora più significativo perché i prezzi attuali del gas riportano il mercato sui livelli del gennaio 2023, mentre anche il differenziale tra il prezzo italiano al Psv e quello europeo al Ttf è tornato sotto pressione. I picchi dello spread hanno superato i 14 euro al MWh, contro i 2,9 euro del 2025. Per le imprese italiane significa pagare non soltanto un gas europeo più caro, ma anche un ulteriore differenziale legato alla situazione del mercato nazionale.
Anche il comparto del vetro sta registrando l’impatto della nuova ondata di rincari. Vitaliano Torno, presidente di Assovetro, quantifica in circa 90 milioni di euro l’aumento della bolletta del gas sostenuto dalla produzione di vetro dall’inizio dell’anno, ai quali si aggiungono quasi 20 milioni di euro di spread sul Psv. È un aggravio che arriva su filiere già alle prese con una domanda debole e con una concorrenza internazionale particolarmente aggressiva. Per comparti come il vetro per casalinghi, le fibre di rinforzo, l’automotive e il packaging, il rischio è quindi che l’aumento dei costi energetici finisca per compromettere ulteriormente produzioni già sotto pressione.
L’acciaio chiede una strategia strutturale
La siderurgia guarda alla situazione con altrettanta preoccupazione. Se il trend osservato durante l’estate dovesse proseguire, le stime indicano entro la fine dell’anno un aumento del 15-20% per il gas e del 30-40% per l’elettricità per le imprese del settore. Per una filiera energivora e fortemente esposta alla competizione internazionale, l’effetto sulla redditività può essere significativo.
Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, chiede per questo politiche mirate a sostegno delle imprese energivore. Il punto, secondo la rappresentanza dell’acciaio, non è replicare semplicemente misure emergenziali come quelle introdotte durante la crisi energetica del 2022, ma costruire condizioni strutturali che consentano alle aziende italiane di continuare a competere sui mercati internazionali, investire e mantenere quello che viene indicato come il primato della siderurgia più decarbonizzata del mondo.
La questione energetica diventa così anche una questione di politica industriale. Se l’Italia vuole mantenere una base manifatturiera avanzata, deve garantire alle imprese energivore un accesso all’energia a condizioni compatibili con quelle dei principali concorrenti europei. Altrimenti il rischio è quello di ottenere un paradosso industriale: spingere le aziende verso tecnologie più efficienti e processi più sostenibili, ma contemporaneamente renderne troppo costosa la produzione sul territorio nazionale.
Elettricità, il Pun torna ai livelli del 2022
A complicare il quadro c’è poi l’elettricità. Il Pun Index Gme, il prezzo all’ingrosso dell’elettricità in Italia, ha raggiunto quota 212 euro al MWh, superando il precedente picco di 207 euro registrato il 5 agosto. Sono livelli che non si vedevano dal dicembre 2022, quando il mercato era ancora nella coda della crisi energetica esplosa dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Il 31 dicembre 2022 il prezzo medio giornaliero aveva raggiunto 224 euro al MWh, mentre il record assoluto resta quello del 29 agosto 2022, a 740 euro al MWh, con una media mensile di 543 euro al MWh.
La traiettoria dei mesi più recenti racconta una progressione altrettanto evidente. Il prezzo medio mensile era di 119 euro al MWh a maggio, era salito a 132 euro a giugno, quindi a 157 euro a luglio e a 180 euro ad agosto, fino a superare quota 200 nei valori giornalieri più recenti. È una sequenza che mostra come la pressione non sia arrivata improvvisamente, ma si sia intensificata progressivamente nel corso dell’estate.
Secondo Elettricità Futura, il livello elevato del Pun è legato anche alla struttura del sistema energetico italiano, fortemente dipendente dal gas per la generazione elettrica. La crisi geopolitica che ha colpito le forniture di gas si trasmette quindi rapidamente anche al prezzo dell’elettricità. A questo si aggiunge un secondo elemento: l’Italia importa circa il 16% dell’elettricità necessaria ai propri consumi, in particolare dalla Francia.
Il clima entra direttamente nella bolletta
La crisi energetica attuale presenta inoltre una caratteristica che la distingue dalle precedenti: la componente climatica si intreccia sempre più strettamente con quella geopolitica. Le temperature estremamente elevate dell’estate hanno contribuito ad aumentare la domanda di energia, ma hanno anche complicato la produzione elettrica nei Paesi confinanti. Francia, Svizzera e Germania hanno registrato una minore disponibilità di energia destinata all’esportazione, anche a causa delle difficoltà determinate dal caldo sul funzionamento di alcune centrali nucleari.
Il risultato è un sistema europeo nel quale domanda, produzione e capacità di interconnessione sono sottoposte contemporaneamente a più pressioni. Per l’Italia, che importa una quota significativa dell’elettricità consumata e che mantiene una forte esposizione alla generazione a gas, questo significa maggiore vulnerabilità agli shock esterni.
Elettricità Futura sottolinea però che il quadro degli incentivi per le imprese energivore contribuisce a ridurre l’impatto del Pun. Nel 2025, a fronte di un Pun medio di 116 euro al MWh, tra rimborsi della CO₂, Energy Release, Interconnector e interrompibilità, le aziende energivore avrebbero ricevuto circa 80 euro al MWh di sostegni, arrivando quindi a sostenere un costo effettivo di circa 35 euro al MWh, in linea con i 34 euro della Spagna e i 35 euro della Germania. Nel 2026, secondo l’associazione dei produttori, sono inoltre aumentati gli incentivi destinati a sostenere la competitività del sistema delle imprese energivore.
Il problema, dunque, non è soltanto l’esistenza o meno degli strumenti di compensazione, ma la loro capacità di assorbire uno shock energetico che rischia di essere molto più ampio. Per le imprese il differenziale con i concorrenti europei rimane infatti il parametro decisivo: l’energia può diventare un vantaggio competitivo oppure un fattore di espulsione dalla produzione nazionale.
Gas, stoccaggi e inverno: la partita si sposta sui prossimi mesi
A rendere il quadro ancora più delicato è l’avvicinarsi dell’inverno. Gli stoccaggi europei si trovano al 65%, un livello considerato inferiore a quello degli anni precedenti e quindi potenzialmente più esposto a tensioni nei mesi di maggiore domanda. È una variabile che può influenzare ulteriormente il mercato qualora le temperature fossero rigide o le forniture subissero nuove perturbazioni.
Per Gas Intensive diventa quindi urgente dare attuazione alle misure previste dal decreto Bollette, a partire dal servizio di liquidità necessario per intervenire sul differenziale tra Psv e Ttf. Il tema dello spread è particolarmente importante per le aziende italiane, perché un divario elevato rispetto all’hub europeo di riferimento si traduce in un costo aggiuntivo che penalizza direttamente la manifattura nazionale.
Chiarini indica inoltre la necessità di un sistema di interrompibilità adeguato alle condizioni eccezionali dell’anno, attraverso il quale i grandi consumatori possano essere remunerati per la disponibilità a ridurre o interrompere i propri prelievi di gas quando il sistema ne ha bisogno. A questo si dovrebbe affiancare una nuova stagione di misure straordinarie sulla scia di quelle adottate durante la crisi energetica del 2022 e, soprattutto, un sistema di approvvigionamento di lungo termine per le imprese ad alto consumo di gas, in grado di consentire l’accesso a forniture a prezzi comparabili a quelli del Gnl sui mercati internazionali.
La soluzione strutturale passa dalle rinnovabili
Se le misure immediate servono a evitare che la nuova fiammata dei prezzi si trasformi in una crisi industriale, il problema di fondo rimane quello della struttura energetica italiana. Per Elettricità Futura la risposta non può essere soltanto emergenziale: occorre aumentare la generazione elettrica, accelerare lo sviluppo delle rinnovabili e rendere più efficiente il sistema delle reti.
Il primo ostacolo, secondo l’associazione, è ancora una volta amministrativo. Ci sono oltre 150 GW di progetti rinnovabili che attendono autorizzazioni e che, una volta sbloccati, potrebbero contribuire ad aumentare la capacità di generazione nazionale. È un volume enorme rispetto alle esigenze di crescita della produzione elettrica, soprattutto considerando che l’elettrificazione dei consumi è destinata ad aumentare nel tempo.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link





