La candidatura del generale Carmelo Burgio a sindaco di Milano per Futuro Nazionale potrebbe sembrare, a prima vista, una delle tante candidature destinate soprattutto a segnalare una presenza politica. Milano non è una città facile per la destra, tanto meno per una destra che si presenta fuori dal perimetro della coalizione di governo. Eppure la scelta di Roberto Vannacci merita qualche attenzione in più. Per almeno tre ragioni.
La prima riguarda proprio il candidato.
Carmelo Burgio non è semplicemente “un generale”. È un generale di Corpo d’Armata dei Carabinieri in congedo, già comandante del 1° Reggimento Carabinieri paracadutisti “Tuscania”, con incarichi alla Direzione Investigativa Antimafia, comandante delle Scuole dell’Arma e poi ai vertici dei Comandi interregionali Culqualber e Podgora. Ha partecipato alle missioni in Libano, Bosnia, Albania, Iraq e Afghanistan ed è stato insignito, tra le altre decorazioni, della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia e della Legion of Merit statunitense.
Insomma, un esponente di rango elevatissimo dell’establishment militare e della sicurezza della Repubblica. Ed è questo il primo dato politicamente interessante.
Fino a oggi, almeno a mia memoria, le prese di posizione pubbliche di alti ufficiali, in servizio o in congedo, nei confronti di Vannacci erano state prevalentemente, quando non univocamente, critiche. Con Burgio accade qualcosa di diverso. Non siamo davanti a una dichiarazione di simpatia o a una generica attestazione di stima: un generale di Corpo d’Armata dell’Arma dei Carabinieri accetta di essere il candidato sindaco del partito di Vannacci nella seconda città italiana. È soltanto una scelta personale oppure segnala qualcosa di più? La domanda merita di essere posta. Il consenso che i sondaggi attribuiscono a Futuro Nazionale sta forse cominciando a dare “coraggio” anche a pezzi di establishment militare e della sicurezza che fino a ieri avrebbero considerato troppo rischiosa un’esposizione accanto a Vannacci? È presto per dirlo. Ma se altri casi dovessero seguire quello di Burgio, la sua candidatura milanese potrebbe essere ricordata come il primo segnale di una rottura dell’isolamento che aveva circondato Vannacci proprio nel mondo dal quale proviene.
C’è poi una seconda questione, più immediatamente politica.
Vannacci ha scelto il suo candidato e lo ha fatto con larghissimo anticipo. Dopo l’estate Burgio comincerà a girare Milano e soprattutto le sue periferie, mentre centrodestra e centrosinistra sono ancora impegnati nella tormentata ricerca dei rispettivi candidati.
Per il centrodestra il problema è particolarmente serio. Le possibilità di conquistare Milano non sono mai state altissime. È una città che da anni appare politicamente assai difficile per la destra. Ma l’ultima, tormentata fase dell’amministrazione Sala, segnata dalle inchieste giudiziarie sull’urbanistica, alcune delle cui costruzioni accusatorie appaiono alla prova dei fatti meno solide di quanto inizialmente sembrassero, e da una crescente percezione di insicurezza, fondata o enfatizzata che sia, avrebbe potuto almeno riaprire la partita.
Un centrodestra compatto, con un candidato credibile e sufficientemente civico, avrebbe potuto provare a contendere Palazzo Marino.
La candidatura Burgio rischia di rendere l’impresa assai più difficile. Perché Vannacci non sembra voler negoziare preventivamente il proprio peso dentro il centrodestra. Sembra volerlo misurare contro il centrodestra.
È una scelta coerente con il posizionamento costruito negli ultimi mesi: la vera destra siamo noi.
Milano diventa così un laboratorio nazionale. Se Futuro Nazionale presenterà autonomamente Burgio anche contro il candidato ufficiale di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, sarà difficile continuare a leggere Vannacci come un potenziale alleato che sta semplicemente alzando il prezzo dell’accordo. La sua strategia apparirebbe piuttosto quella di costruire uno spazio politico indipendente e competitivo rispetto alla destra tradizionale.
È, con tutte le differenze del caso, lo schema già sperimentato da altre destre europee: Alternative für Deutschland in Germania contro la Cdu, il Rassemblement National in Francia contro la destra repubblicana e centrista, Reform UK contro i conservatori britannici. Non alleati più radicali dei partiti tradizionali, ma concorrenti che vogliono sostituirli, o almeno ridimensionarli.
Da questo punto di vista, la candidatura milanese rende ancora più peregrine le periodiche ipotesi di un futuro accordo organico tra Futuro Nazionale e le forze di governo. Vannacci sembra avere compreso che, almeno in questa fase, può lucrare politicamente molto di più stando fuori dal sistema che entrando nel sistema.
E poi c’è il terzo elemento. Forse il più rivelatore. Il primo tema scelto per lanciare Burgio è stato la sicurezza. Nulla di sorprendente. Più sorprendente è il linguaggio utilizzato.
Vannacci ha spiegato che il generale Burgio saprebbe come “rastrellare Rogoredo”. Il diretto interessato ha poi provato a ricondurre il termine al linguaggio tecnico delle operazioni di polizia ad alto impatto, precisando di non voler certamente evocare deportazioni o scenari totalitari. Ma le parole in politica non sono mai innocenti. E meno che mai lo sono quelle scelte da un politico esperto della comunicazione provocatoria come Vannacci.
“Rastrellamento” possiede nella memoria italiana un significato che nessun vocabolario tecnico può cancellare. Evoca immediatamente le operazioni condotte dalle forze naziste e fasciste negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale, le retate, le deportazioni, la caccia ai partigiani e ai civili. Si può naturalmente sostenere che il termine abbia anche altri significati. È vero. Ma proprio per questo la domanda diventa politica, non lessicale: perché scegliere quella parola?
Forse il richiamo è precisamente la chiave comunicativa dell’operazione. Milano viene descritta come una città da riconquistare. Le periferie come territori sottratti al controllo dello Stato. La criminalità come un nemico da stanare. E la sicurezza urbana assume così il lessico di un’operazione militare.
Milano, però, non è Caracas. Non è Kabul. E Rogoredo, con tutti i suoi gravissimi problemi, non è un teatro di guerra. È proprio qui che la candidatura Burgio potrebbe produrre un effetto politico paradossale.
Finora una parte della destra di governo ha guardato a Vannacci con un misto di diffidenza e interesse: concorrente pericoloso, certamente, ma anche possibile alleato futuro; estremizzazione da contenere, ma magari anche serbatoio elettorale da recuperare.
La parola “rastrellamenti” potrebbe aiutare a chiarire il confine. Una destra conservatrice, atlantista, liberale e pienamente inserita nella tradizione democratica europea avrebbe infatti un interesse politico, prima ancora che morale, a dire che quella non è la propria destra.
Persino Matteo Salvini, che certo non può essere sospettato di eccessiva timidezza sui temi della sicurezza, ha definito “fuori luogo” il ricorso a quella parola. Forse è proprio questa la sfida che Vannacci sta lanciando a Giorgia Meloni e all’intero centrodestra: costringerli a scegliere se inseguirlo oppure arginarlo. E potrebbe essere anche l’occasione per la destra di governo di compiere finalmente quella scelta in maniera esplicita. Non cercare accordi con i nuovi “rastrellatori”, ma rivendicare da destra, senza complessi, un confine conservatore, liberaldemocratico ed europeo contro le pulsioni estreme.
Perché Milano sarà pure un laboratorio locale. Ma la domanda che pone è tutta nazionale: Vannacci vuole entrare nel centrodestra o vuole sostituirne la destra? Con Burgio candidato contro il centrodestra, la seconda risposta comincia a sembrare assai più convincente.
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Emilio Di Marzio
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