Prof. genovese Paolo Becchi: “L’errore più grande? Quello di aver trasformato il primo partito italiano postideologico, né di destra, né di sinistra, in un partito di estrema destra che non ha niente a che fare con la storia della Lega. La Lega non è un ‘costola della sinistra’ e neppure della destra, semplicemente perché il federalismo non è di destra o di sinistra e senza il federalismo la Lega non esiste”
Pochi, credo, abbiano davvero capito quel che sta succedendo nella Lega. Non è, come qualcuno ha scritto, una “bega interna” costruita ad arte dai giornali e non è neppure che il problema si risolva semplicemente parlando della prossima finanziaria. Il problema attuale della Lega è molto più profondo, ed è di natura esistenziale.
Facciamo un minimo di storia. La Lega nasce con Umberto Bossi per dar voce alla questione settentrionale, è il Nord che reclama i suoi interessi. E il movimento si configura come una sorta di “sindacato territoriale”, secondo la felice espressione di Roberto Maroni. Tanto da chiamarsi Lega Nord.
Bossi riesce a unificare tutte le leghe regionali esistenti e a conferire a esse un progetto unitario, nell’interesse esclusivo dei loro territori. Sotto il profilo della dottrina, dietro c’è, almeno per un paio di anni, Gianfranco Miglio. Poi la crisi.
Dopo la transizione di Maroni (che salvò la Lega candidandosi, in seguito agli scandali interni, alla guida di Regione Lombardia) entra in scena Matteo Salvini.
La Lega Nord si trasforma nel tentativo di creare un partito nazionale, progetto che aveva già tentato invano Bossi verso la metà degli anni Novanta, senza però dimenticare il passato e le radici.
Sull’onda del populismo che si diffonde nel mondo come critica alla globalizzazione e alle sue conseguenze e in Europa come critica nei confronti dello strapotere di Bruxelles, nasce in Italia l’idea di un “sovranismo debole”, non leviatanico, aperto alle autonomie.
“Sovranismo debole” è una locuzione coniata dall’ autore di questo articolo, in un testo che andava oltre Miglio.
Sembrava una buona sintesi per un partito nazionale, per una Lega nazionale, in continuità con il federalismo delle origini. E all’inizio ebbe successo. Fa parte di questo successo anche l’esperienza del governo giallo-verde, sulla quale ci sarebbe tanto da scrivere.
La partecipazione di Salvini al Governo Draghi (peraltro allora, va pur detto, non suscitò sconcerto trai i governatori della Lega) con Giorgia Meloni all’opposizione ha finito però per lanciare proprio quest’ultima. E così il partito nazionale lo ha creato lei.
A un politico non resta che prenderne atto e modificare la strategia. Come? Nel caso di Salvini, mi pare evidente, vale a dire ripensare la Lega, ascoltando le critiche e facendo sintesi politica.
Tornare al vecchio? Se il vecchio significa federalismo, autonomia dei territori, difesa della propria identità, perché no? È proprio quello che ci vorrebbe oggi per evitare il pericolo di un ritorno al centralismo.
Beninteso, questo non significa abbandonare il progetto “sovranista”, ma adattarlo alla nuova situazione, in cui il Nord fa sentire di nuovo la sua voce.
Va però riconosciuto che in alcune Regioni del Sud, come la Calabria in particolare (ma anche in Puglia e in Sicilia), la Lega è cresciuta grazie al lavoro di militanti attivi sul territorio da tempo.
Quello che purtroppo Roberto Calderoli non è riuscito a far capire è che l’autonomia “differenziata” potrebbe essere un progetto per tutte le Regioni d’Italia e non il Nord contro il Sud.
Insomma, l’idea di una Lega radicata sull’intero territorio nazionale non deve essere abbandonata.
Il problema è un altro, e nessuno lo vuole vedere. La Lega con Salvini negli ultimi anni si è trasformata in un partito nazionalista, filosionista, securitario, “law and order”, alla destra della destra di Meloni, con Roberto Vannacci addirittura come vicesegretario nazionale.
E Vannacci che fa? Quello che era chiaro sin dall’inizio, usa la Lega come un tram.
Esce presto dal partito, se ne fa uno lui e la Lega a questo punto implode. Implode perché è ovvio che due partiti di estrema destra alla destra di Meloni sono qualcosa di politicamente assurdo.
E così mentre il nuovo partito di Vannacci cresce nei sondaggi perché è ovviamente libero di proporre mari e monti, continua la decrescita infelice della Lega al governo.
Perché, bisogna pur dirlo, al momento la Lega al governo è come una squadra che lotta per la salvezza, ma non è in grado di fare neppure un goal. E può solo sperare che non si voti a primavera perché in questo caso sarà persino difficile portare a casa quel minimo di “autonomia differenziata” richiesta da alcune regioni del Nord e per cui almeno una parte della Lega si sta ancora battendo.
Inoltre, Salvini dovrebbe ritagliarsi un proprio ruolo all’ interno del Governo mentre spesso appare appiattito su Meloni. Per rinvigorire le truppe, insomma, ci vuole qualche vittoria.
In queste condizioni era inevitabile che si aprisse una discussione all’interno del partito.
In realtà, questa sarebbe già dovuta avvenire nel congresso federale del 2025, dove invece è stato tesserato d’ufficio e incoronato vicesegretario proprio Vannacci e Salvini, unico candidato, confermato segretario per acclamazione.
Ma allora perché ora? Può essere che questa scelta sia anche determinata dalla preparazione delle liste in vista delle prossime elezioni politiche, potere che spetta al segretario del partito, ma io credo che una lettura di questo tipo sarebbe riduttiva.
No, non si tratta di una semplice “bega interna” per avere qualche posto in più in parlamento (e tra l’altro in un momento di calo dei consensi): sono le origini della Lega che ora reclamano ascolto e, soprattutto, rappresentanza politica.
Ma al momento Salvini sembra andare per la sua strada e un vicesegretario dice addirittura pubblicamente che l’autonomia è una cosa che non interessa più a nessuno. Ai tempi di Bossi, ma anche di Maroni, l’espulsione sarebbe stata immediata: è troppo per un leghista disprezzare l’autonomismo.
È così che alla fine il Nord ha detto di no a Salvini. A questo punto la Lega senza il Nord che cosa diventerebbe? È questo il dramma esistenziale della Lega.
E il dramma nel dramma è che non c’è nessuno che sia in grado di prendere il posto di Salvini, tra l’altro da poco riconfermato segretario.
Salvini avrebbe potuto, anzi, dovuto tentare un’opera di riconciliazione con l’anima nordista. Una pacificazione interna, riconoscendo i propri errori.
L’errore più grande? Quello di aver trasformato il primo partito italiano postideologico, né di destra, né di sinistra, in un partito di estrema destra che non ha niente a che fare con la storia della Lega.
La Lega non è un “costola della sinistra” e neppure della destra, semplicemente perché il federalismo non è di destra o di sinistra e senza il federalismo la Lega non esiste.
Al momento Salvini si è irrigidito e chiuso a riccio nelle sue rendite di posizione. Per la verità anche i suoi oppositori interni con l’idea delle due leghe non sono stati di grande aiuto e riguardo la proposta di un allargamento della segreteria (una squadra di segretari?) rischia di essere peggio il “tacon del buso”.
Quella proposta però dimostra che nessuno al momento è in grado di sostituire Salvini. I governatori del Nord chiedono a Salvini di affiancarsi a lui nella guida del partito e Salvini non può accettare questa proposta perché perderebbe tutto quello che ha cercato di costruire al Sud.
E così, siamo all’impasse e alla fine il pericolo reale è che Salvini resti con un suo partitino, boccheggiante, in prossimità della soglia di sbarramento, privo della sua identità e della sua storia, una Lega di destra molto “romana”, quella che tanto piace ai Durigon e ai fedelissimi del Capitano, ai quali lui garantirà un minimo di futuro, visto che si tratta di giovinastri senza né arte, né parte, e, soprattutto, senza una professione, senza un lavoro che non sia quello di sostenere Salvini a ogni costo.
Non si dia però la colpa ai governatori del Nord per quello che sta succedendo nella Lega, la loro è solo una reazione di fronte ad un diffuso malessere, reazione forse scomposta, con proposte a mio avviso inadeguate, ma giustificata dallo sconforto verso un partito in cui coloro che rappresentano il Sud hanno preso troppo peso nelle nomine romane, verso un partito che nato con lo slogan “Roma ladrona” pare oggi a Roma viverci piuttosto bene, verso un partito in cui un vicesegretario può persino rinnegare le proprie origini e verso un capo del partito che non intende prendere atto della nuova situazione e umilmente ammettere i propri errori.
A meno che il “regolamento dei conti” non avvenga già prima, Pontida per Salvini è l’ultima spiaggia.
L’ultima occasione per dimostrare che anche un leader può sbagliare e riconoscere di fronte al suo popolo, che ancora gli vuole bene, i propri errori.
Sarebbe un bel segnale indossare nel pratone di nuovo la camicia verde e fare un discorso politico di sintesi capace di tenere insieme le richieste del Nord senza abbandonare il progetto nazionale, ma presentando una linea politica nuova.
Compito non facile, ma niente è perduto sino a che tutto è perduto. Prof. Paolo Becchi
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