Il Riformista ha incontrato i titolari di uno degli studi legali più noti di Roma, specializzato nelle questioni Rai. Ne emerge un quadro che va oltre la vicenda personale di Sigfrido Ranucci: le condotte contestate al giornalista chiamano in causa la responsabilità della concessionaria del servizio pubblico, i suoi obblighi di trasparenza e il rispetto del Contratto di servizio Rai-Mimit. La vicenda non riguarda soltanto i rapporti con Valter Lavitola, ma la credibilità dell’intera Rai. Viale Mazzini ha avviato verifiche interne e attivato la Commissione per il Codice Etico, richiamando per il giornalismo investigativo imparzialità, indipendenza, accuratezza, verifica e corretta gestione delle fonti.
La Rai non è una televisione privata
La Rai è una società per azioni, ma opera come concessionaria del servizio pubblico ed è sottoposta a una disciplina speciale. Per la Cassazione conta l’attività concretamente svolta, non la veste privatistica. L’articolo 358 del Codice penale definisce incaricato di pubblico servizio chi presta, a qualunque titolo, un pubblico servizio. La Cassazione, con la sentenza n. 6405 del 17 febbraio 2016, ha stabilito che il direttore di un Tg Rai riveste tale qualifica per la «indubbia connotazione pubblicistica» dell’informazione radiotelevisiva. È il criterio oggettivo-funzionale: anche un’attività svolta attraverso un organismo formalmente privato può avere natura pubblicistica quando realizza una finalità di interesse generale. La natura privatistica del rapporto non cancella la responsabilità del servizio pubblico.
Il contratto di servizio
Il Contratto nazionale di servizio Rai-Mimit 2023-2028, all’articolo 2, stabilisce che l’offerta di servizio pubblico deve rispettare i valori costituzionali e i principi di imparzialità, indipendenza, pluralismo, completezza, correttezza, obiettività e legalità. Per l’informazione richiama inoltre equilibrio, responsabilità, verifica delle fonti e indipendenza. Sono obblighi assunti dalla concessionaria verso Stato e cittadini. Una possibile sovrapposizione tra attività giornalistica, interessi personali e interlocuzioni politiche investe dunque la credibilità dell’azienda.
Il sondaggio cambia la natura della vicenda
La questione più esplosiva riguarda il rapporto con Lavitola e il sondaggio sulla popolarità politica di Ranucci. RaiNews ha riferito dell’esistenza di un questionario destinato a testare il conduttore di Report come possibile leader alternativo a Elly Schlein e Giuseppe Conte. Ranucci ha ammesso di aver visto il sondaggio, sostenendo di non aver mai voluto candidarsi. Altre ricostruzioni riferiscono di indicazioni attribuitegli nella preparazione dei quesiti. Stefano Cappellini ha raccontato di essere stato contattato da Lavitola per suggerire domande destinate a un «big» che avrebbe potuto scendere in politica, senza sapere che fosse Ranucci. È qui che la storia diventa una questione Rai. Un giornalista del servizio pubblico può essere coinvolto nella costruzione di uno strumento destinato a misurare la propria possibile forza elettorale senza informare l’azienda? La domanda impone trasparenza.
Il conflitto d’interessi è già un problema
Il Codice Etico Rai disciplina i conflitti di interesse e richiama pluralismo, imparzialità, trasparenza, correttezza e integrità. Non conta soltanto uno scambio di favori: esiste anche il conflitto apparente, che mette in discussione l’indipendenza. Se un soggetto esterno coltiva un progetto politico che riguarda direttamente il giornalista; se quel progetto viene sottoposto alla sua attenzione; se il giornalista contribuisce alla costruzione del sondaggio e continua a esercitare il proprio ruolo nel servizio pubblico, l’obbligo di trasparenza diventa evidente. Il diritto penale richiede prove precise. La disciplina aziendale e deontologica impone standard più elevati. È questo il terreno sul quale la Rai deve fare chiarezza.
L’archivio parallelo
Poi c’è la questione dei file, delle chat e dei documenti conservati da Ranucci. Il dato dei circa 70 mila file dovrà essere verificato negli atti. Se confermato, per la Rai entrerebbero in gioco sicurezza, titolarità dei dati, conservazione, accesso e tracciabilità. Un eventuale archivio parallelo non autorizzato porrebbe una questione di governance aziendale.
Le stagiste: un’altra mina
Una relazione sentimentale tra colleghi non è, di per sé, una violazione. Ma quando entra in gioco una posizione gerarchica, il problema cambia: pressioni, favoritismi, condizionamenti o comportamenti lesivi della dignità professionale non possono essere liquidati come fatti privati. Il Codice Etico Rai richiama il valore delle risorse umane, l’integrità della persona e il rispetto. Anche qui la Rai deve verificare e intervenire, a partire dalla denuncia pubblica che fa, attraverso Il Riformista, la giornalista Angela Camuso.
Il danno è già reputazionale
Il punto più grave riguarda la credibilità. La Rai non può permettersi che Report venga percepito come uno strumento per costruire la carriera politica del suo conduttore. La sovrapposizione tra attività giornalistica e interlocuzioni politiche è un problema che l’azienda non può ignorare. Il Contratto di servizio è netto: l’informazione Rai deve essere indipendente, imparziale, equilibrata, corretta e verificata. Se il pubblico dubita dell’indipendenza di un’inchiesta, ne risente la fiducia nel servizio pubblico. Nel 2020 l’Agcom sanzionò la Rai con 1,5 milioni di euro per violazioni di indipendenza, imparzialità e pluralismo. Quando è coinvolta la concessionaria, la responsabilità non resta confinata al programma.
La conseguenza più importante non è soltanto la sorte personale di Ranucci. È la sorte della Rai. Le condotte emerse hanno creato una faglia tra libertà editoriale e responsabilità aziendale. Ora Viale Mazzini deve dimostrare di saperla chiudere. Se emergeranno violazioni, dovranno essere sanzionate. Se non emergeranno, l’azienda dovrà spiegare perché. Nel servizio pubblico non sono ammesse zone grigie. La Rai non può limitarsi a dire che «Ranucci è Ranucci». Perché Ranucci, quando conduce Report, è Rai. Ed è questa la vera bomba: non quella esplosa sotto casa del giornalista, ma quella reputazionale che rischia di esplodere nel servizio pubblico. Viale Mazzini deve disinnescarla.
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Aldo Torchiaro
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