È un fatto grave: soldati israeliani hanno scritto numeri sulla fronte di detenuti palestinesi durante un raid a Qabatiya, in Cisgiordania. L’IDF lo ha ammesso, parlando di condotta seria da correggere e la speranza è che i soldati responsabili vengano puniti come è avvenuto più volte in passato, soprattutto durante i governi precedenti all’attuale.
L’apparato di preavviso
Detto questo è indubbio che l’IDF non è mai stato l’esercito che spara sui bambini ma una forza militare che ha sviluppato, nel corso di decenni di conflitti con terroristi che si nascondevano dietro i civili, procedure di mitigazione dei danni collaterali sui civili tra le più avanzate del mondo. L’IDF ha sviluppato, dal 2008-09 in poi, un apparato di preavviso che analisti militari indipendenti (in particolare John Spencer del West Point, docente di guerra urbana) hanno definito senza precedenti: centinaia di migliaia di volantini, quasi 20.000 telefonate, 65.000 SMS e 6 milioni di messaggi vocali ai civili per avvertirli dei bombardamenti. Ripeto che tutto ciò nulla toglie alla gravità del fatto. Che però è stato raccontato in modo inaccettabile da troppi nostri media, ennesimo esempio di quella parzialità che ormai è sotto gli occhi di tutti. Rivediamo i fatti.
Il palestinese con il “44” sulla fronte
A dare la notizia per primo è stato Haaretz, che ha diffuso il video e la foto di un palestinese Al Hatnawi con il “44” sulla fronte. Times of Israel e Jerusalem Post l’hanno ripresa nelle ore successive, così come la stampa panaraba — Arab News, Middle East Eye — e le agenzie italiane, ANSA e Adnkronos, che di fatto hanno tradotto il dispaccio di Haaretz. È una sequenza che vale la pena notare: sono stati i media israeliani, non quelli arabi o occidentali, a rompere per primi la notizia e a raccogliere le testimonianze dei fermati — un dato che dice qualcosa sulla libertà di stampa di cui gode Israele rispetto ai suoi vicini.
Nessuno ne parla
Sul fronte occidentale, il quadro è disomogeneo. Le grandi testate anglosassoni — New York Times, Washington Post, Guardian, BBC, Reuters, AP — non risultano, a 48 ore di distanza dal fatto, aver dedicato un pezzo proprio all’episodio, lasciando la notizia a Haaretz e ai media mediorientali. In Francia, l’agenzia AFP ha distribuito un lancio fattuale, arricchito da dettagli di contesto — il racconto di Al-Hatnawi, l’espansione degli insediamenti di Ganim e Kadim. In Germania, il lancio dell’agenzia dpa ha invece riportato quella citazione, ma l’ha trattata come una voce tra le altre in un pezzo di cronaca, senza alcuna elaborazione editoriale aggiuntiva — anzi, con più contesto di quanto offerto dai colleghi italiani, incluso il bilancio delle vittime palestinesi in Cisgiordania dal 7 ottobre 2023 e un riferimento esplicito all’aumento della violenza dei coloni radicali.
Il perno del racconto
È qui che si misura la differenza italiana. È stata l’unica a dare grande evidenza al paragone con la marchiatura degli ebrei arrivati ai campi di sterminio, riprendendo il post su X del deputato arabo israeliano Ahmad Tibi che ha parlato di “un’immagine che ricorda periodi bui”. Nessuna stampa internazionale lo ha fatto. La stampa francese ha scelto di non riportarlo affatto. Quella tedesca lo ha citato, senza commentarlo. È la stampa italiana, invece, a farne il perno del racconto: la frase è stata rilanciata senza una riga di contraddittorio, lasciata scivolare da opinione di un singolo deputato a verità acquisita. E non si è fermata al giornalismo: anche il leader del M5S Giuseppe Conte l’ha ripresa pubblicamente, parlando di “orrori della storia” di fronte ai quali “ci siamo sempre chiesti: come ci si è arrivati?” — la politica italiana ha fatto da cassa di risonanza a un’equazione che altrove, pur disponendo della stessa citazione, nessuno ha sentito il bisogno di amplificare.
L’affidabilità della fonte
Un giornalismo di qualità si sarebbe chiesto quanto affidabile sia questa fonte e avrebbe scoperto che lo stesso Tibi rappresenta un elettorato che, alle ultime elezioni, si è presentato alle urne assai meno dei connazionali religiosi — appena il 53% degli aventi diritto arabi ha votato, contro un’affluenza nazionale del 70%. Un divario che qualche tassista arabo di Tel Aviv, interpellato informalmente, spiega con una parola sola: “corrotti”, riferendosi proprio ai propri rappresentanti in Knesset. È un dato aneddotico, non statistico — ma apre una domanda scomoda su quanto quella rappresentanza sia davvero sentita come propria dalla base che dovrebbe rappresentare, e su quanto il paragone con la marchiatura degli ebrei citata sia una immagine credibile da riproporre ai propri lettori. Non lo è. Anzi è una vera e propria infamia.
Dal fermo alla deportazione
Perché equiparare un fermo per interrogatorio — con rilascio nel giro di ore — alla deportazione sistematica verso lo sterminio non è un’iperbole retorica, è una cancellazione di scala. Israele resta una democrazia proprio perché consente che Haaretz scriva questa notizia, che l’esercito la ammetta pubblicamente, che un deputato arabo-israeliano possa criticarla apertamente sui social senza conseguenze per sé. Sarebbe onesto intellettualmente pretendere lo stesso rigore nel non confondere un errore di condotta militare — grave, ripetuto, da correggere — con un capitolo della Shoah. La differenza non è di sensibilità, è di categoria: e un giornalismo che si vuole serio dovrebbe saperla marcare, invece di limitarsi a tradurre un post su X.
Un paragone infame e inaccettabile per un Paese
In un altro mio articolo ho ricordato come questi ripetuti ed eclatanti esempi di parzialità e scorretta informazione da parte dei media italiani non siano soltanto un unicum nel mondo occidentale ma sono anche pericolosi perché incitano all’odio antisemita, non solo nei 2,5 milioni di musulmani che vivono in Italia, ma anche nelle nuove generazioni di giovani italiani. E lo fanno non perché i giornalisti sono tutti di sinistra ma perché, a parte pochi casi, i media italiani stanno soffrendo molto più dei grandi media occidentali (Wall Street Journal, NYT, FTimes, Die Welt) la rivoluzione digitale che ne ha devastato i conti, non permettendo di tenere le strutture di inviati all’estero per avere le proprie fonti e non solo i social. Soprattutto per avere la qualità del giornalismo per interpretare le notizia applicando i basics di quella informazione imparziale che non avrebbe mai divulgato una notizia presa da X di una fonte inaffidabile. Diffondendo così un paragone infame e inaccettabile per un Paese, il nostro, che ha comunque mandato il 13% dei suoi cittadini ebrei ai campi di concentramento, meno del 30% in Germania, ma comunque un numero importante che sarebbe stato impossibile se gli italiani fossero stati tutti partigiani.
© Riproduzione riservata
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Roger Abravanel
Source link

