“Stay woke”, rimani sveglio, apparve per la prima volta in Scottsboro Boys, canzone del bluesman Lead Belly del 1938, ed era un’esortazione a essere consapevoli e vigili di fronte alle discriminazioni razziali e alle ingiustizie sociali. Infatti, questo è il senso originario dell’ideologia woke: creare maggiore consapevolezza su alcune discriminazioni e disuguaglianze, favorire una maggiore inclusione nella società, nei media, nelle istituzioni e nelle aziende. Promuovere un nuovo linguaggio che non fosse offensivo e che consentisse un maggiore riconoscimento delle persone.
Ascesa dell’ideologia woke
Con il crollo dell’Unione Sovietica la sinistra culturale, con i suoi principi, ha occupato un posto importante nel panorama politico progressista. Una sinistra che non credeva più nell’approccio universalista, ossia porre al centro principi e diritti validi per tutti, ma si batteva per una società definita in gruppi identitari ben distinti in cui le persone dovevano essere trattate dalla politica, dalle leggi, dal governo e dai privati in base al gruppo a cui appartenevano: gay, minoranze religiose o etniche, persone con disabilità etc.. Nasceva una nuova ideologia, chiamata “politiche identitarie” e successivamente woke, influenzata da diversi filoni intellettuali quali il postmodernismo di Michel Foucault, il pensiero postcoloniale di Edward Said e soprattutto la Teoria Critica della Razza.
La Teoria Critica della Razza
La Teoria Critica della Razza (Critical Race Theory – CRT), promossa soprattutto da alcuni giuristi e accademici afroamericani, nasce dalla convinzione che le leggi universaliste e antidiscriminatorie approvate negli Stati Uniti negli anni Sessanta, a partire dalla presidenza di Lyndon Johnson, non siano riuscite a produrre gli effetti sperati nel superamento delle discriminazioni razziali. Secondo la CRT, infatti, il razzismo non è una vicenda episodica ma è qualcosa di sistemico incorporato nelle istituzioni americane che riproducono consciamente o inconsciamente tutte le disuguaglianze storiche, favorendo il “privilegio bianco”. In questa prospettiva, anche la storia e il sapere occidentali sarebbero profondamente segnati dal razzismo e richiederebbero quindi un processo di rilettura e “decolonizzazione”.
I principi del Woke
Su questa base teorica si sono consolidati i cinque principi fondamentali del woke: 1) l’idea che l’esperienza di un gruppo oppresso possa essere pienamente compresa solo da chi ne fa parte; 2) la critica all’appropriazione culturale; 3) la possibilità di porre limiti alla libertà di espressione per proteggere le minoranze; 4) la valorizzazione dell’appartenenza etnica, religiosa, sessuale o di genere, anche attraverso spazi e percorsi separati; 5) infine, politiche pubbliche che tengano conto dell’identità e privilegino nell’accesso alle risorse i gruppi considerati storicamente svantaggiati. Tutto questo insieme di principi si è inizialmente affermato nei campus universitari, per poi estendersi agli altri settori della società americana, al mondo anglosassone e, in misura minore, al resto d’Europa con effetti che oggi non possiamo che definire negativi.
Dalla furia iconoclasta allo spirito antioccidentale
Negli anni abbiamo visto musicisti, attori, influencer, brand che, sommersi dalle critiche sui social, sono stati costretti a scusarsi perché colpevoli di appropriazione culturale. Una pop star del calibro di Katy Perry si è dovuta scusare per aver postato una foto con delle treccine bionde. Per gli alfieri del woke si era appropriata di qualcosa che apparteneva agli afroamericani. Lo stesso è successo anche nel mondo del teatro e del cinema, con una folta schiera di attori accusati di aver interpretato personaggi di un’etnia diversa dalla propria o di un orientamento sessuale diverso dal proprio. Di fronte a questo spirito inquisitorio diversi teatri hanno annullato spettacoli che potevano essere considerati offensivi. Alcune università hanno cambiato programmazione didattica, annullato convegni e iniziato a non invitare relatori con idee “controverse”. Alcuni professori hanno persino iniziato ad aprire le proprie lezioni scusandosi per il proprio “privilegio bianco”. Conduttori, docenti e giornalisti sono stati licenziati per una sola parola sbagliata. Perché per la cultura woke anche il linguaggio non è neutro, ma, anzi, è uno strumento di potere del gruppo oppressore e va decolonizzato.
Negli ultimi anni uno dei criteri che ha guidato le scelte culturali e accademiche è stato quello di non offendere e di non urtare la sensibilità di nessuno. In molti college sono stati creati dei safe spaces, spazi sicuri dove gli studenti possono rifugiarsi e respirare dopo che sono stati affrontati temi complessi e urtanti. Non stiamo però parlando dell’esposizione a foto di guerra con immagini di bambini dilaniati dal napalm ma dell’esposizione a quella che un tempo era considerata una semplice lezione sulle Metamorfosi di Ovidio. Autori e capolavori, come alcuni classici greci, sono stati censurati o eliminati dal programma di insegnamento perché giudicati offensivi. Nell’ottobre 2021 Kathleen Stock, filosofa e docente dell’Università britannica del Sussex, lesbica e femminista, annunciò le proprie dimissioni a seguito di minacce, insulti e di una vera e propria campagna d’odio orchestrata da organizzazioni transgender. La “colpa”? aver sostenuto che il sesso biologico sia prevalente rispetto a quello percepito e che, di conseguenza, le persone transgender non dovrebbero avere accesso agli spazi riservati alle donne, come spogliatoi e bagni. Le università, che nascono come luoghi in cui si possono varcare nuove frontiere e coltivare il dubbio, sono diventate luogo di censura e di inquisizione.
Una certa sinistra, anziché battersi per la libertà di parola, si
è tramutata in un organo censorio pronto a condannare chiunque affermi qualcosa di non consono ai nuovi standard. Una furia che ha riguardato libri, film, opere d’arte e quanto può essere messo all’indice con durissime campagne social. Così nel Regno Unito le opere di Roald Dahl, autore di La fabbrica di cioccolato, sono state ripubblicate in edizioni riviste secondo criteri di sensibilità contemporanei modificando alcune parole come “grasso” e “brutto” per non offendere nessuno. Fortunatamente, dopo diverse polemiche, l’editore ha deciso di mantenere anche le vecchie versioni. Il film Via col vento, accusato di dare una rappresentazione stereotipata della schiavitù e delle persone di colore, è stato prima rimosso dal catalogo HBO e poi reintegrato con una premessa che lo contestualizzava dal punto di vista storico. Stesso destino per le statue di personaggi storici, danneggiate o rimosse perché dedicate a figure ritenute colpevoli di razzismo o di altre nefandezze imperdonabili.
Da Thomas Jefferson, uno degli estensori della Dichiarazione di Indipendenza e padre delle democrazie moderne, ad Abraham Lincoln, che ebbe un ruolo decisivo nell’abolizione della schiavitù, a Winston Churchill, determinante per la sconfitta di Hitler. Una sorta di damnatio memoriae di epoca romana, quando le autorità cancellavano ogni riferimento a figure che si erano macchiate di tradimento o di gravi crimini. Per non parlare di Cristoforo Colombo, le cui statue sono state rimosse o imbrattate perché considerato il simbolo di quel processo di colonizzazione che, nei secoli successivi, avrebbe portato allo sterminio e alla marginalizzazione dei nativi americani. L’ideologia woke, infatti, non si limita a mettere in discussione alcuni valori fondanti dell’Occidente, come universalismo, razionalità e libertà, ma propone una discontinuità rispetto a un Occidente interpretato come oppressivo ed egemonico.
Woke for Trump
Così un movimento nato per includere ha finito per escludere una buona parte dei cittadini americani che si sono sentiti giudicati e stigmatizzati. Donald Trump ha intercettato il sentimento di un numero sempre maggiore di elettori, conservatori e non solo, che percepivano la cultura woke come una censura, un’imposizione ideologica di regole e comportamenti che limitavano la libertà individuale, un’eccessiva politicizzazione della vita quotidiana. Con il suo linguaggio scorretto, volutamente anti-élite progressista, ha cavalcato la crociata anti-woke, ottenendo un grandissimo consenso.
In poco tempo si è proclamato difensore della libertà di pensiero, del free speech, contro quella che descriveva come la dittatura dei progressisti. Si è posto come l’unico in grado di difendere i valori, la storia, il cristianesimo e la vera identità dell’America bianca tradizionale. Nella sua narrazione, rivelatasi vincente, da una parte c’erano i Democratici, che si battevano per le singole minoranze, e dall’altra lui, che si spendeva per il cittadino americano medio. “Kamala is for they/them. I am for you” recitava uno dei suoi spot di maggior successo. Quella che era nata come un progetto progressista e inclusivo si è trasformato, nel tempo, con i suoi eccessi, in un’ideologia tossica. E, paradossalmente, in uno dei più formidabili comitati elettorali a favore di Donald Trump.
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Domenico Petrolo
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