L’editoriale di Paolo Condò in vista dell’inizio del campionato:
“Dei 220 titolari dell’anno scorso in serie A, gli undici giocatori per squadra che hanno messo assieme il maggior numero di minuti, 68 erano italiani. Qualcosa meno di un terzo. In coda a un’estate di rivoluzioni e restaurazioni, nella quale la necessità di «italianizzare» le squadre per rilanciare la Nazionale è stata il mantra dominante, nel campionato che riparte domani gli italiani titolari secondo i campetti della Gazzetta — metodo empirico, ma indicativo — sono scesi a 60. Più vicini a un quarto che a un terzo. E questo a dieci giorni dalla chiusura del mercato, nel periodo più caldo per definizione, quello in cui i saldi di fine agosto porteranno in serie A altri stranieri.
È vero che i motivi che disincentivano le nostre società dal dirigersi verso il prodotto azzurro sono ancora tutti lì, e sarebbe bene parlarne perché la sofferta nomina della nuova struttura federale e soprattutto del nuovo ct non possono esaurire il bisogno di riforme che due mesi fa tutti avvertivamo improrogabile. Ugualmente, questi numeri fanno riemergere la divergenza fra gli interessi dei club e quelli della Nazionale, e la difficoltà di una sintesi. Ciò che a giugno ci sembrava intollerabile, oggi è un tema messo di lato: dei cento appassionati che stanno contando le ore per la ripartenza del campionato, 99 hanno in testa soltanto le fortune dell’Inter, la riscossa della Juve, il ritorno del Milan e così via. Eppure sono gli stessi che due mesi fa si sentivano umiliati dall’ennesima assenza dell’Italia ai Mondiali, e pretendevano ad alta voce che tutto cambiasse. È per questo che al presidente federale una visione da politico non basta; deve possedere quella da statista per precedere un movimento, con la sua opinione pubblica, facile alla distrazione. Dopo lo sconcerto, l’indignazione, la mestizia e la polemica, la domanda che gira oggi è una sola: domani chi gioca?
L’Inter, per cominciare. La più forte, e con un certo distacco, un instant team capace ormai da anni di rigenerarsi seguendo il modello virtuoso dei tre forni: campioni stagionati ma liberi (Akanji, Stones), buoni progetti a costo contenuto (Bisseck, Spence), ragazzi di qualità cresciuti in casa (Esposito, magari Bovio). Marotta ha avuto la tentazione del colpo d’ala, Palestra: progetto più che buono, ma a costo non più contenuto, e la proprietà l’ha lasciato cadere stabilendo definitivamente i suoi paletti, che peraltro stanno risanando il club. L’Inter è la logica favorita per un altro scudetto, ma per lei e per le altre questa sarà — dovrà essere — una stagione speciale in Europa.
Chivu ha superato il rodaggio con gioco e risultati. La sua squadra è la formazione più qualificata, ha la rosa attrezzata per il doppio fronte: la Champions ora è la prova più attesa.
Veniamo da un’annata mortificante: nessuna squadra italiana oltre i quarti nelle due competizioni cadette, e in Champions la sola Atalanta ha passato il barrage dei playoff, peraltro lasciandosi poi prendere a schiaffi dal Bayern. Una primavera in cui queste eliminazioni hanno fatto scopa col disastro azzurro, ecco il vero tema: l’anno scorso non sono mancati soltanto i giocatori italiani, ma pure gli stranieri, gli allenatori, i dirigenti, l’intero ambiente. E quindi mai come adesso siamo all’anno zero.
L’Inter è la nostra formazione più qualificata, in tempi recenti ha raggiunto due finali di Champions, Chivu ha superato il rodaggio con gioco e risultati. La sfida europea è la logica prosecuzione del suo buon lavoro, come ha ricordato lo stesso Marotta, e al di là del fatto che la rosa sembra attrezzata per il doppio fronte, ci aspettiamo che nelle strettoie stagionali il match di Champions a eliminazione diretta venga privilegiato: lo scorso febbraio a Bodo l’Inter risparmiò Dimarco, mvp stagionale, per averlo al top tre sere dopo a Lecce. Magari non sarebbe cambiato niente. Magari sì. Di certo una squadra come l’Inter deve porsi come traguardo realistico almeno i quarti di Champions. E naturalmente non è la sola ad avere questi «obblighi», visto che i club nelle coppe giocano per sé ma anche per la classifica per nazioni, quella che aumenta o riduce i posti nelle competizioni continentali. La Juventus e il Milan sono di gran lunga i club più nobili iscritti all’Europa League: devono puntare a vincerla. La stessa Atalanta è chiamata a competere in Conference. Torniamo alla Champions. Prendendo Allegri il Napoli ha comprato anche la sua storia europea, che Conte non ha. La qualificazione della Roma era attesa da così tanto che ora Gasperini vorrà restare nel torneo il più a lungo possibile. Il Como, infine: debuttante, certo, ma nessuno pensi che Fabregas sia arrivato in Champions per farsi malmenare. La sua carriera europea da giocatore è passata per Barcellona e Londra, un percorso che presumibilmente ripercorrerà da allenatore: questa stagione sarà il suo biglietto da visita.
È importante per la salute della serie A che tutte le squadre iscritte alle coppe le affrontino con impegno, perché se una comincia a risparmiare energie per il campionato il rischio diventa l’effetto domino. La vera gerarchia alle spalle dell’Inter — stante che nei prossimi giorni nessuno la rovescerà comprando Haaland o Mbappé — sarà più chiara dalla terza giornata in poi, a mercato chiuso, e poi dalla sesta, dopo la maxi-sosta per le nazionali. I primi cinque sono quindi turni-trappola, perché 15 punti in palio non sono pochi, e l’accoppiata Inter-Napoli e Juventus-Milan alla terza è uno snodo già interessante, per quanto prematuro. Abbiamo assistito in estate a un ritorno del talento puro e fresco, da Alajbegovic a Mora, da Moreira a Mastantuono, e la permanenza di Nico Paz a Como è forse il dato saliente dell’intero mercato: ma sono tutti giocatori legati da un diritto di recompra o una percentuale sul futuro trasferimento, plastiche dimostrazioni di come la serie A sia un campionato di formazione, un torneo che svezza i giovani campioni per la Premier e le altre corazzate europee. Può sembrare triste, e in qualche modo lo è, ma molto meglio così rispetto alla trasformazione in villa Arzilla della scorsa estate: il calcio è uno sport dinamico, e i giovani corrono di più. Date un’occhiata alle partite inglesi, e scoprirete che il ritmo è parte integrante dello spettacolo”.
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