Guido Bodrato, l’ultimo “maestro” del cattolicesimo democratico sosteneva con forza e convinzione che “la storia della Dc è la storia delle sue correnti”. E in effetti, la riflessione dello storico leader piemontese della sinistra sociale della Dc coglieva nel segno. Per svariate motivazioni che cerco di richiamare in questa breve riflessione. Innanzitutto il modello organizzativo della Democrazia Cristiana.
L’organizzazione per correnti – “di potere” e “di pensiero”, per dirla con una felice ed efficace espressione di Carlo Donat-Cattin – rispondeva ad un preciso modello democratico e partecipativo. La presenza delle correnti era un antidoto formidabile alla personalizzazione della politica ad un lato e ad una eccessiva concentrazione di potere dall’altro. Certo i leader e gli statisti esistevano nella Dc. Eccome se esistevano nella Democrazia Cristiana. Ma il modello delle correnti organizzate garantiva una leadership diffusa del partito. A livello nazionale come a livello locale. E questo perché il mosaico delle coerenti era variegato, composito, articolato e plurale. Nessuno poteva ergersi definitivamente ed irreversibilmente al di sopra degli altri, perché c’era sempre un contropotere che lo fermava e lo limitava.
Va detto subito, però, che le correnti della Dc non sono neanche lontanamente paragonabili alle bande o ai gruppi di solo potere che albergano anche oggi nei pochi partiti non personali che sono rimasti nel nostro paese. E questo per una ragione persino troppo semplice da richiamare. E cioè, le correnti della Dc erano al loro interno democratiche. Ogni scelta politica da intraprendere veniva discussa e filtrata dalle rispettive correnti. Prima a livello locale e poi sul versante nazionale. Certo, il cosiddetto “capo corrente” – di norma un leader e uno statista nazionale – aveva un peso. Eccome se ce l’aveva. Ma anche il capo corrente si doveva misurare concretamente attraverso il confronto e il dibattito politico che caratterizzava la “sua” corrente. Corrente che non era un monopolio assoluto di chi la rappresentava sul versante nazionale ma era un strumento politico con cui dovevi fare i conti. Attraverso la prassi e le norme della democrazia.
Per questa ragione si può dire tranquillamente che con la Democrazia Cristiana, e anche con altri partiti, c’era la “democrazia dei partiti” e, soprattutto, c’era “la democrazia nei partiti”. In secondo luogo, e questo è un aspetto altrettanto importante, le correnti della Dc erano autentici pezzi di società. Rappresentavano cioè gli interessi, le istanze, le domande e i bisogni di mondi vitali della società italiana e che venivano filtrati all’interno della Democrazia Cristiana proprio attraverso le correnti. È appena sufficiente scorrere la specificità e anche l’originalità delle diverse correnti per rendersene conto. Per fare un solo esempio concreto, non posso non citare uno storico, e ripetuto, appello di Aldo Moro alle ragioni dell’unità del partito parlando proprio di una delle correnti più vivaci, nonché spesso in minoranza, cioè la sinistra sociale di Forze Nuove che faceva capo a Carlo Donat-Cattin. Disse Moro in più occasioni che il ruolo di Forze Nuove, al di là delle posizioni che sosteneva di volta in volta, era fondamentale non solo perché rappresentava un pezzo di società – nello specifico il sindacato della Cisl, i lavoratori e larga parte dei ceti popolari – ma anche e soprattutto perché la presenza di quella corrente era decisiva “per conservare la natura popolare e sociale della Democrazia Cristiana”.
Ecco perché, al riguardo, le correnti della Dc erano tutte importanti ed indispensabili. Perché, semplicemente, rappresentavano i tasselli di un mosaico che viveva in virtù della capacità della sua classe dirigente di fare sintesi tra le varie sensibilità presenti all’interno del partito. E la regola che valeva per Forze Nuove, cioè la sinistra sociale, si poteva e si doveva estendere a tutte le altre sensibilità sociali, culturali ed ideali. In terzo luogo, e non possiamo non parlarne, il sistema delle correnti non era esente da rischi e da un malcostume che era presente non soltanto durante la stagione precongressuale del partito a livello locale o nazionale ma anche nella normale attività politica. Parlavo prima delle “correnti di pensiero” e delle “correnti di potere”. Ecco, questo è uno degli elementi che ha determinato la crisi politica della Democrazia Cristiana. Al di là degli eventi che hanno poi causato in modo più diretto la fine del più grande partito popolare e di massa del nostro paese. Perché il decadimento etico e morale del partito era anche, e soprattutto, il frutto concreto di una lotta di potere che passava attraverso la gestione delle correnti. Correnti, cioè, che si sono trasformate progressivamente in centri di potere e di distribuzione di potere a prescindere da qualsiasi elaborazione politica, culturale e progettuale.
Correnti che hanno contribuito, così facendo, a cerare un clima di disfacimento morale da un lato e ad un impoverimento politico dall’altro dando un’immagine complessiva del partito negativa e autolesionista. Per queste ragioni, semplici ma oggettive, le correnti all’interno della Democrazia Cristiana hanno rappresentato, al contempo, un significativo valore aggiunto da un lato e, dall’altro, un peso sempre più insopportabile ai fini della credibilità complessiva del partito e della sua immagine nella società e anche e soprattutto nell’area cattolica italiana. Però, ed è l’ultima considerazione che non si può non fare quando si parla delle correnti della Dc, la capacità concreta che questi strumenti hanno saputo fornire all’elaborazione politica e culturale nel nostro paese. Certo, e per fermarsi a questo versante, non c’è alcun dubbio che le correnti della sinistra democristiana erano più sensibili sul versante di una costante e quasi permanente elaborazione politica, culturale e progettuale.
Basti pensare alle riviste e alle pubblicazioni della sinistra politica di Base, della sinistra sociale di Forze Nuove. Riviste a tiratura nazionale e regionale, agenzie stampa e gli storici convegni nazionali e regionali delle varie correnti. Erano, per fare un solo esempio concreto, i convegni settembrini delle correnti Dc che dettavano l’agenda politica al partito e, di conseguenza, al governo. Convegni di corrente che vedevano la partecipazione non sono degli esponenti più autorevoli delle altre correnti ma anche, e soprattutto, degli altri partiti. Compreso l’opposizione comunista. Si può, dunque, tranquillamente sostenere che i convegni di corrente della Democrazia Cristiana erano mini congressi di partito dove, però, il progetto del partito era costruito con l’apporto e il contributo di larghi settori della politica italiana.
Convegni di corrente che erano fortemente attesi dalla stampa nazionale, dai commentatori e dagli opinionisti e, come ovvio e persino scontato, da tutte le altre forze politiche. Da Saint-Vincent a Sirmione, da Chianciano Terme a Montegrotto a Lavarone. Insomma le correnti Dc erano autentici centri di formazione politica, culturale, sociale ed economica. È persino inutile ricordare, quindi, che grazie alla correnti la Dc è stato un grande partito democratico, un soggetto che creava ed aggiornava cultura politica, un luogo concreto dove si costruiva un progetto politico e, in ultima analisi e senza alcuna piaggeria, uno strumento dove veniva continuamente delineato quello che comunemente si chiamava “progetto di società”. Ecco perché, quando si parla delle correnti democristiane, non ci si può limitare ad un giudizio affrettato e disinvolto. Perché, per riprendere la riflessione iniziale di Guido Bodrato, proprio attraverso la rilettura dell’esperienza delle correnti si può tratteggiare il percorso politico, culturale, progettuale ed umano della Democrazia Cristiana. La fase della crescita accompagnata dalla stagione del decadimento e della crisi. Perché, appunto, “la storia della Dc è la storia delle sue correnti”.
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Giorgio Merlo
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