In queste settimane sembra di vedere un’Italia rovesciata: soffre il Nord, con il Po ai minimi e i grandi laghi in calo, mentre il Centro-Sud, nonostante il gran caldo, sembra reggere. Ma è un’immagine ingannevole. Non stiamo assistendo a un ribaltamento della geografia idrica del Paese: stiamo vedendo la stessa siccità che si manifesta in tempi diversi.

In gran parte del Nord le precipitazioni invernali sono state insufficienti e, in quota, è mancato soprattutto l’apporto della neve. L’estate è così iniziata con riserve ridotte. Il Centro-Sud regge grazie alle abbondanti piogge di gennaio e febbraio, che hanno ricostituito le riserve negli invasi e contribuito alla ricarica delle falde. Ma quel margine si sta esaurendo rapidamente: in molte aree non piove in modo utile da tre mesi e siamo già alla terza ondata di calore da maggio. La pioggia d’inverno non basta: il caldo riapre ogni volta il conto. I numeri lo dicono con chiarezza. Giugno 2026 è stato, secondo il servizio europeo Copernicus, il mese più caldo mai registrato nell’Europa occidentale. Nel Distretto dell’Appennino centrale, che interessa sette regioni dalla Toscana al Molise e quasi nove milioni di abitanti, la pioggia è diminuita del 48% e la temperatura è stata di 3,4 gradi superiore alla media. A Roma la colonnina ha toccato quaranta gradi e da ventotto notti consecutive la temperatura non scende sotto i venti: nemmeno di notte il caldo concede tregua. Anche la superficie degli oceani lo conferma, con temperature ai massimi storici per il periodo.

Ma ridurre tutto al caldo record sarebbe un errore. Il problema serio, per chi deve garantire l’acqua a famiglie, agricoltura e imprese, non è quanta pioggia cade: è quanta acqua resta davvero utilizzabile. A Roma, mettendo in relazione le piogge e l’evaporazione, il bilancio idrico si è più che raddoppiato in negativo in vent’anni. Il motivo è duplice: fa più caldo, quindi i suoli e l’atmosfera “chiedono” più acqua; e la pioggia si concentra in pochi giorni violenti. Oggi quasi metà della pioggia di un anno può cadere in dieci giornate. Su terreni induriti dalla siccità e superfici impermeabili quell’acqua non si infiltra: scorre, allaga e raggiunge presto il mare senza ricaricare falde e riserve. È il paradosso idrico del nostro tempo: troppa acqua quando cade, troppo poca quando serve. Lo si vede bene nel Trasimeno, che continua a scendere mese dopo mese: con il caldo l’evaporazione dallo specchio d’acqua cresce, e i temporali estivi non bastano a compensarla.

La siccità è arrivata. L’emergenza idrica generalizzata, per ora, no. A fine giugno, 126 dei 129 bacini monitorati nel Distretto dell’Appennino centrale presentavano condizioni di siccità recente severa o estrema. Nonostante questa forte pressione climatica, la severità idrica del Distretto resta classificata “bassa” e il sistema nel suo complesso continua a tenere. Le riserve accumulate durante l’inverno, insieme al monitoraggio, al coordinamento istituzionale e alla gestione della risorsa, stanno consentendo di affrontare tempestivamente le criticità. Ma il margine si sta riducendo: un solo mese caldo e secco ha già iniziato a consumare ciò che l’inverno aveva messo da parte. In alcuni comuni dell’Appennino sono state introdotte turnazioni notturne per garantire il servizio nelle ore di maggiore consumo, mentre la portata di alcune sorgenti è scesa al di sotto del fabbisogno. Sono criticità circoscritte, sulle quali gestori e istituzioni stanno intervenendo, ma indicano quanto sia importante agire prima che le difficoltà locali assumano dimensioni più ampie.

Ovunque, dal Po all’Appennino, Autorità, Regioni, Consorzi di bonifica e gestori stanno mettendo in campo interventi e investimenti. Dopo anni di ritardi, la gestione dell’acqua è tornata al centro dell’azione pubblica. Ma la pressione climatica cresce più rapidamente di quanto accadesse in passato: per questo la differenza tra governare e rincorrere l’emergenza va consolidata e rafforzata. Governare in anticipo significa cose concrete, e questo lavoro è già in corso. Nel Distretto dell’Appennino centrale l’Osservatorio distrettuale e il gemello digitale, che integra centinaia di livelli informativi e migliaia di sensori, ci permettono di monitorare continuamente il territorio, individuare dove stanno maturando le criticità e indirizzare gli interventi. Insieme alle Regioni, ai gestori e ai consorzi abbiamo costruito una programmazione che mette al centro la riduzione delle perdite, il potenziamento degli invasi e delle interconnessioni, il riuso delle acque e la ricarica delle falde. Gli investimenti sono stati avviati e la direzione è tracciata; ora occorre accelerare. Nelle reti italiane si perde ancora in media oltre il 42% dell’acqua immessa, con punte superiori al 50% in alcune aree dell’Appennino. È acqua già captata, potabilizzata e pagata che non arriva al rubinetto. Recuperarne anche solo una parte significa rendere disponibile una risorsa preziosa senza aumentare i prelievi.

C’è infine una questione che riguarda tutti. L’acqua non è un tema ambientale di nicchia: è un’infrastruttura economica. Secondo le stime disponibili, il valore economico che essa abilita — nell’agricoltura, nell’industria, nell’energia e nel turismo — equivale a circa un quinto del prodotto interno lordo. Nella programmazione distrettuale abbiamo individuato oltre cinquecento interventi per più di otto miliardi di euro: la misura di ciò che serve per mettere in sicurezza l’approvvigionamento idrico nel territorio di sette regioni. Ogni euro investito nella prevenzione — reti, accumuli, difesa del suolo, monitoraggio — può evitare costi molto maggiori in danni, interruzioni e ricostruzioni. Continuare a finanziare soltanto le emergenze è la scelta più costosa che possiamo fare.

La siccità del 2026 non ci consegna una condanna, ma una responsabilità. Il clima è cambiato e continuerà a cambiare: gli inverni piovosi non basteranno più a compensare estati sempre più calde e assetate. La sicurezza idrica non dipende soltanto dai millimetri di pioggia di un anno, ma dalla nostra capacità di trattenere, distribuire e non sprecare l’acqua che abbiamo. Oggi disponiamo delle conoscenze, delle tecnologie e degli strumenti per intervenire. Vedere prima, decidere prima, agire prima che la crisi arrivi non è uno slogan: è il metodo con cui trasformare gli interventi già avviati in una politica strutturale dell’acqua. La sfida è accelerare gli investimenti e portarli dove servono. Governare l’acqua oggi significa proteggere i territori, le filiere produttive e la vita quotidiana di milioni di persone. È un impegno che il Paese può e deve mantenere.

 

Autore

*Segretario generale dell’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale




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Marco Casini

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