Pubblicare i compensi, sempre, di tutti. Il mantra ripetuto da Sigfrido Ranucci e da Report per anni, stavolta non vale più. Non vale per lui, non vale per loro. I cantori della trasparenza ora lo rinnegano. E cambiano improvvisamente linguaggio: «Un asset strategico per la Rai viene minacciato», avvisano. Cosa è successo? Che dopo la pubblicazione sul Tempo dei compensi della trasmissione che chiede i compensi di tutti, il testacoda si è avvolto in una spirale asfissiante. Gli inviati della trasmissione Rai parlano di «campagna di diffamazione contro i giornalisti e le giornaliste di Report» e annunciano querela.
Per Daniele Capezzone, «la realtà è che molti di loro incassano più dell’appannaggio annuale spettante al presidente della Repubblica (il quale, meritoriamente, se l’è anche ridotto). Il resto non merita commenti. Solo risposte e approfondimenti in Commissione di Vigilanza». Chiarezza in Vigilanza che vuole anche il deputato di Fratelli d’Italia, Francesco Filini annunciando un’interrogazione per chiedere conto di questa «Reportopoli e garantire la totale trasparenza». Un’interrogazione parlamentare invece al ministro delle Imprese e del Made in Italy «per fare piena chiarezza» è firmata dal senatore di Fratelli d’Italia Matteo Gelmetti. C’è chi si attarda nel chiedere come quei dati siano finiti al direttore del Tempo. Polemica minore. Interessante è capire se c’è un tetto valido per tutti e fino a quanto possono lievitare i conti di Report. Se esiste un budget predeterminato ogni anno sulla base delle puntate e dei servizi previsti. E se per caso questo budget è, per esempio, aumentato insieme all’aumento delle puntate di Report, grazie anche all’accresciuta reputazione del conduttore minacciato dal suo migliore amico.
Lo stesso Sigfrido Ranuci chiede che intervenga il Comitato Etico, quello stesso che qualche giorno fa ha consegnato nelle mani dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi l’indagine interna che lo riguarda dopo il caso Lavitola. Ranucci, al comitato Etico, potrebbe anche riferire a quale fonte, ispiratore o amico sia dovuta la violenta campagna impostata da Report contro il governatore della Liguria, Giovanni Toti. E se l’interesse di Valter Lavitola per certa cantieristica navale sia rientrata nelle leve che hanno sospinto con tanta veemenza Report ad occuparsi di Toti. Il comitato Etico, per ora, può porre la domanda. Ad esigere le risposte sarà poi la Procura, quando – sembra ormai prossimamente – sentirà Sigfrido Ranucci.
La diffusione dei compensi, che pure i numeri della rete ci dicono essere di straordinario interesse pubblico, è invece niente di meno che di «straordinaria gravità» per il consigliere di Viale Mazzini Roberto Natale: «Non certo per gli importi», argomenta, «la gravità sta nel fatto che la Rai lasci uscire dati riservati che nemmeno a noi consiglieri di amministrazione viene consentito di conoscere». Il sito Rai per la Trasparenza pubblica per legge centinaia di stipendi, emolumenti e rimborsi. Tutti quelli che riguardano i ruoli dirigenziali apicali, le strutture in cui si articola la macchina di Viale Mazzini, sia dipendenti, sia collaboratori a partita Iva. «La Rai, in attuazione della Legge di Riforma (legge 28 dicembre 2015, n. 220), recepita da ultimo nel decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 208 – Testo unico dei servizi di media audiovisivi – TUSMAV, ha adottato il proprio Piano per la trasparenza e la comunicazione aziendale», recita il sito medesimo. Che si propone di rendere leggibili i ruoli, le posizioni, le retribuzioni delle figure di riferimento aziendale.
I giornalisti di Report no, non sono inclusi. E spiegano che sarebbe pericoloso per la stessa Rai far sapere alla concorrenza quale sia la dotazione disponibile, il numero di risorse, la facoltà di acquistare o meno materiale pronto. Il Riformista si era occupato già a partire dal 2022 di una questione rimasta aperta, ovvero la copertura «a ombrello» di fondi che, al di là della singola remunerazione personale, servono a soddisfare le spese di trasferta, e probabilmente anche qualche gratifica per le fonti. «Noi in Vigilanza abbiamo fatto approvare già dieci anni fa la norma che prevede la pubblicazione di tutti gli stipendi superiori a 240.000 euro», ci dice Michele Anzaldi, a lungo Segretario, da parlamentare del Pd prima e di Italia Viva poi, della commissione di Vigilanza Rai. Fatta la legge, trovato l’inganno. I giornalisti, i conduttori, gli autori sono stati subito incanalati in un’area protetta.
La polemica sui fondi Rai copre per un giorno la vicenda giudiziaria in sé. Le tre ore in cui l’altro giorno è stato sentito Lavitola fanno da premessa a una nuova richiesta di interrogatorio. L’impressione generale è che Lavitola debba confessare in pieno, assumendo tutte le responsabilità e mettendo nero su bianco che l’amico Ranucci, «il manipolato», sarebbe stato davvero ignaro dell’attentato strategico attuato a suo beneficio. Solo così, restituendo dignità al conduttore e beniamino dell’Anm, Lavitola otterrebbe i domiciliari e poi, più avanti, uno sconto di pena che valuti la tenuità del fatto. Chiara Colosimo, presidente della Commissione Antimafia, constatando l’inconsistenza di vere minacce mafiose all’indirizzo di Ranucci – cosa che in un Paese normale sarebbe salutata con enorme sollievo da tutti, ma che da noi qualcuno vive come un’offesa insolente – ha proposto una riduzione immediata della scorta per Sigfrido Ranucci. Anche quella, in fondo, è questione di fondi.
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Aldo Torchiaro
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