C’è una parola che, avvicinandosi la prossima tornata delle elezioni politiche, è tornata improvvisamente di moda: centro. Lo cercano tutti, lo evocano in molti, quasi nessuno però lo immagina nello stesso posto.
Per alcuni è l’ala moderata della coalizione di governo. Per altri il luogo dal quale allargare il centrosinistra. Per altri, invece, è uno spazio politico autonomo, che proprio dalla possibile incapacità dei due poli di prevalere nettamente potrebbe ricavare la propria forza.
Più che una rinascita del centrismo, dunque, stiamo assistendo a una corsa alla determinanza. Ognuno, dal proprio punto di vista, vuole possedere quei pochi punti percentuali che potrebbero decidere la prossima legislatura.
Nel centrodestra lo spazio moderato è occupato stabilmente da Forza Italia e, in misura assai meno percettibile elettoralmente, da Noi Moderati di Maurizio Lupi.
Ma definirlo ancora semplicemente “centrodestra” rischia di nascondere un dato politico ormai evidente. La coalizione guidata da Giorgia Meloni è, sin dalle origini di questa legislatura, assai più un destra-centro: una coalizione nella quale il baricentro politico, elettorale e soprattutto la leadership sono saldamente a destra e nella quale Forza Italia svolge una funzione importante di rassicurazione moderata, europeista e atlantista, senza però riuscire a determinarne davvero la linea.
In fondo, lo aveva preconizzato lo stesso Silvio Berlusconi negli ultimi mesi della sua vita politica, nel celebre foglietto fotografato al Senato nell’ottobre del 2022 a cui Meloni replicò con la frase che avrebbe segnato fin dall’inizio i rapporti di forza della coalizione: “Non sono ricattabile”.
Quattro anni dopo, al netto dei toni, è evidente chi abbia vinto quella contesa.
Ora però a destra.della coalizione di governo è comparso un nuovo attore, in linea con gli omologhi Afd in Germania, Reform UK di Farage, Fronte Nazionale di Le Pen: Futuro Nazionale di Roberto Vannacci che diversi sondaggi collocano persino oltre il 7%, sottraendo consensi soprattutto a Fratelli d’Italia e Lega.
Ed è qui che per Forza Italia nasce un problema esistenziale prima ancora che elettorale.
Se Meloni, per recuperare l’elettorato attratto da Vannacci, spostasse ulteriormente verso destra l’asse politico della coalizione, lo spazio di Forza Italia diventerebbe più scomodo. Se poi Futuro Nazionale dovesse essere ricondotto dentro il perimetro della maggioranza, ipotesi a mio avviso minoritaria, anche perché Vannacci può avere interesse a lucrare elettoralmente proprio sulla propria alterità, la convivenza diventerebbe ancora più complicata. A quel punto la domanda per Forza Italia sarebbe inevitabile: quanto a destra può spostarsi il centro prima di smettere di essere centro?
Ed è proprio lì che potrebbe riaprirsi, prima o dopo il voto, un dialogo di FI con l’altro centro, quello di Azione.
Carlo Calenda parte da un’idea opposta a quella degli altri aspiranti centristi: non scegliere preventivamente uno dei due campi.
Azione continua a presidiare un consenso che oscilla intorno alla soglia decisiva per la rappresentanza parlamentare: non un risultato scontato, certamente, ma neppure un obiettivo irrealistico.
Il progetto è quello di costruire intorno ad Azione un’area più larga: il Partito Liberal Democratico di Luigi Marattin, LibDem Europei di Andrea Marcucci, Sandro Gozi e Oscar Giannino, Spazio Pubblico di Pina Picierno e altre esperienze riformiste che condividano alcune discriminanti abbastanza nette.
Europeismo senza troppe timidezze. Sostegno all’Ucraina. Difesa comune europea. Più mercato e meno Stato. Una cultura garantista e riformista. E, pur con sensibilità differenti al proprio interno, una posizione su Israele assai distante da quella prevalente nella sinistra.
È il tentativo di trasformare quello che normalmente viene considerato il principale difetto del centro, la sua ridotta dimensione, nella sua principale qualità: una maggiore coerenza politica rispetto alle due grandi coalizioni, necessariamente più larghe e perciò inevitabilmente più contraddittorie.
Naturalmente rimane Calenda. Polemista formidabile, capace di riflessione nel merito delle questioni e al tempo stesso dotato di una capacità quasi scientifica di rendere difficili le alleanze che costruisce. Il problema del nuovo centro sarà anche capire se il carisma del suo principale protagonista riuscirà, questa volta, a essere il collante anziché il solvente della coalizione.
Ma la scommessa politica è comprensibile: se nessuno dei due poli fosse autosufficiente, la pur ridotta percentuale terzopolista potrebbe improvvisamente pesare molto più del suo valore aritmetico.
La partita forse più affollata si gioca però dall’altra parte.
Pd, Movimento 5 Stelle e Avs costituiscono ormai il nucleo del cosiddetto campo largo. Ma proprio perché largo, quel campo ha bisogno di un confine moderato e riformista capace di parlare a un elettorato che difficilmente si riconoscerebbe integralmente nell’offerta di Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli.
Matteo Renzi lo ha capito da tempo e rivendica per sé quella funzione. Il suo ragionamento è essenzialmente matematico: la somma del nucleo centrale del centrosinistra non basta; occorre aggiungere qualcosa. E quel qualcosa, sostiene, passa anche da Italia Viva.
Il problema è che molti degli strateghi storici del centrosinistra sembrano considerare Renzi necessario ma non sufficiente. Non soltanto per la dimensione del suo consenso, ma per una caratteristica che accompagna da sempre la sua indubbia intelligenza politica: una straordinaria abilità tattica unita a una altrettanto straordinaria capacità di risultare urticante oltre che a pezzi di ceto politico, a una parte dell’elettorato che dovrebbe conquistare.
È anche per questo che intorno al centrosinistra stanno nascendo esperienze che amano definirsi civiche ma che sono, in realtà, assolutamente e aggiungerei meritoriamente politiche.
Alessandro Onorato con Progetto Civico Italia, Ernesto Maria Ruffini con Più Uno, Riccardo Magi e una parte di Più Europa, i socialisti di Enzo Maraio, l’esperienza maturata dai Comitati per il No guidati da Giovanni Bachelet: mondi diversi che stanno cercando un luogo di convergenza. Un primo coordinamento tra Onorato, Magi, Maraio e Ruffini era già emerso a giugno.
Non vogliono costruire un terzo polo. Onorato lo ha detto esplicitamente: nel bipolarismo italiano, a suo giudizio, o si sta con Meloni oppure si è suoi avversari. La loro ambizione è diversa: essere il centro del centrosinistra senza essere appendice di Renzi.
Da qui l’idea di una propria candidatura alle eventuali primarie e, successivamente, di una lista autonoma alle politiche, naturalmente dentro la coalizione.
Renzi, però, difficilmente assisterà alla partita dalla tribuna.
La sua possibile mossa del cavallo ha già un nome: Silvia Salis.
Il modello evocato è Genova: una candidatura esterna agli equilibri tradizionali dei partiti, riconoscibile ma non identificabile con una sola delle forze della coalizione, capace di parlare oltre i rispettivi recinti. Una candidatura che permetterebbe a Renzi il paradosso più congeniale alla sua politica: essere decisivo senza essere necessariamente candidato in prima persona.
E poi esiste una carta ancora più coperta: Gaetano Manfredi.
È un nome che potrebbe acquistare peso soprattutto in caso di stallo. Una figura istituzionale, moderata, difficilmente classificabile come espressione di una singola componente, capace di dialogare con il Pd, con il Movimento 5 Stelle e con il mondo riformista. Proprio per questo, forse, una candidatura che Renzi potrebbe giocare ma della quale non avrebbe affatto l’esclusiva politica.
Ed è qui che torna Goffredo Bettini, uno degli ultimi grandi tessitori della politica italiana. La sua idea è quasi opposta a quella renziana: non serve fabbricare un “terzo uomo” da aggiungere ai leader che già esistono; occorrerebbe semmai, se le condizioni lo producessero, una figura capace di tenere insieme tutti. Una sorta di nuovo Prodi, che però, ed è questo il problema, non nasce per decreto.
Alla fine, dietro tutta questa agitazione, c’è una ragione molto semplice.
Le prossime elezioni potrebbero essere decise da pochi punti percentuali. E quando due grandi coalizioni si avvicinano all’equilibrio, ciò che normalmente appare piccolo diventa improvvisamente decisivo.
È la rivincita dei piccoli numeri.
Forza Italia vuole continuare a essere indispensabile a una destra che rischia di spostarsi ancora più a destra. Calenda vuole dimostrare che si può essere determinanti senza appartenere preventivamente a nessuno dei due schieramenti. Renzi vuole provare ancora una volta che il centrosinistra senza di lui può arrivare vicino alla vittoria, ma non raggiungerla. Onorato, Ruffini e gli altri vogliono invece dimostrare che quello stesso spazio può essere occupato senza consegnarlo a Renzi.
Sono strategie diverse e persino incompatibili. Eppure nascono tutte dalla stessa intuizione.
In un sistema sempre più polarizzato, il centro non è necessariamente il luogo nel quale si raccolgono più voti. È il luogo nel quale pochi voti possono valere di più. Per questo tutti lo cercano. Ma ciascuno da una parte diversa.
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Emilio Di Marzio
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