Parla Lavitola. Siamo da soli nel suo ristorante Cefalù, è il 28 dicembre 2021. Sigfrido Ranucci è già caduto nella sua rete – da «manipolato», come dice la Procura di Roma – e io mi intrattengo con il faccendiere-ristoratore per capire meglio cosa stia diventando, in realtà, quel suo bistrot di pesce. Ci passo spesso davanti e vedo chi lo frequenta: c’è un ex capocentro della Cia, spesso seduto a un tavolo da solo. Poco più avanti, si verrà a sapere, diventerà il ristorante più amato da Paolo Mieli. Ci capiterà Stefano Cappellini, oggi alla guida di Repubblica. Per non parlare di Italo Bocchino, che quando non riusciva a fermarsi ci comprava cinque chili di orate da portare a casa. «Questo posto è un circolo», dettaglia Lavitola in uno di quegli sprazzi di franchezza che si può facilmente sospettare di superfetazione mitomane. «Un circolo di persone che sanno leggere e scrivere».

Da quando? «Da prima del Covid, quando arrivarono un paio di parlamentari…», inizia la narrazione. E qui Lavitola si interrompe per un secondo. Se ci fosse il boligrafo, la macchina della verità, forse avrebbe sussultato. «Un paio di parlamentari di Fratelli d’Italia», mette Lavitola in coda all’incertezza mostrata. Nella mia mente, chissà perché, Fratelli d’Italia stona un po’. «Uno di questi, cacciatore, una volta venne a cena e mi portò della cacciagione». Uno strano omaggio, per una trattoria di pesce. Ma fingiamo di credergli per fluidificare il racconto. E poi? «Quelli mi presentarono due parlamentari dei Cinque Stelle che diventarono clienti». Da cosa nasce cosa. Sempre nell’anonimato. I nomi non li fa, li protegge: era il nucleo originario del «circolo che sa leggere e scrivere». Partiamo bene, penso io. Quando si riunivano? «Il mercoledì e il giovedì c’è poca gente. Allora venivano loro, un gruppo trasversale, e ci intrattenevamo, salutati gli ultimi clienti, anche dopocena. A porte chiuse». La clandestinità di quegli incontri ci incuriosisce. E durante il Covid? «Venivano ancora più spesso. Gli facevo trovare sempre qualcosa di buono da mangiare. Facevamo delle bicchierate». Sempre a porte chiuse? «Sempre a porte chiuse». Forse perché erano del tutto chiusi i ristoranti.

La politica à la carte

Nel menù, più che vongole e calamari, c’erano gli assetti della politica. «La mia idea era quella di convincere Silvio Berlusconi a candidarsi Presidente della Repubblica. Anche solo per contarsi, per mostrare ancora una volta a tutti che lui c’era». Però dopo la quarta chiama, era il suo progetto, Berlusconi avrebbe dovuto fare un passo indietro e indicare per il Quirinale, a nome del centrodestra, Mario Draghi. «Lo avrebbero votato tutti, anche il Pd», la certezza di Lavitola. Passò un mese. Alla fine del gennaio 2022, dopo il caos-Belloni, tornò a essere eletto Sergio Mattarella. Del progetto di Lavitola non si intravide neanche l’ombra. Come di tanti altri. Rimane però quel tentativo di incidere sulle grandi scelte della politica, forse ingenuo ma indefesso, al centro della vera cucina del ristoratore. Che attira a sé la clientela giusta. Un po’ di prima Repubblica, un po’ di populisti della seconda. Gli spaghetti alle vongole di Valterino conquistarono anche Michele Santoro, alle prese con una sua non riuscitissima avventura politica. In un tavolo, gli esponenti contiani erano di casa, a quanto dichiara lo stesso Lavitola. E non a caso Sigfrido Ranucci, vicedirettore Rai bollinato 5 Stelle, ci ritrova un’ambiance familiare. Guido Rutolo, giornalista come il fratello Sandro, diventa un habitué. «Non ci vedo niente di male», si schernisce. Infatti. Ma mentre il gemello Ruotolo coltiva la frequentazione con Lavitola, Sandro – cresciuto professionalmente con Santoro – invece a Cefalù dichiara di non aver mai messo piede. Potrebbe però aver messo mano all’ultimo progetto: far vincere Ranucci.

«Se vinci tu, vinciamo tutti»

Sandro Rutolo è storia e leggenda, a Rai Tre. Ha inventato insieme e per conto di Michele Santoro quel tribunale mediatico che è poi diventato Report. E non a caso è uno dei più grandi amici di Sigfrido Ranucci. Ne parla in continuazione. Lo cita sui social e nei suoi discorsi parlamentari. Già, perché Sandro Rutolo è nel frattempo diventato europarlamentare del Pd. E membro della segreteria di Elly Schlein con delega all’informazione. Il 3 aprile 2025 invita il conduttore Rai a Bruxelles per un convegno e ne anticipa l’intervento con un messaggio che, riletto oggi, sembra parlare in codice: «Tu, Sigfrido, sei il nostro punto di riferimento. Se vinci tu, vinciamo noi. E tu per vincere, ti voglio dire, hai bisogno di noi». Seguirono applausi e un lungo sguardo d’intesa tra i due. Vincere che cosa? Punto di riferimento di chi, di cosa? Perché usa proprio l’espressione con cui nel Pd si indicò Giuseppe Conte come «punto di riferimento dei progressisti»?
E se, come riferiscono i brogliacci, l’ego di Ranucci fosse servito a Lavitola per prenderlo all’amo, come il più grosso dei suoi pesci? Se ci fosse stato davvero il progetto di sostituire Conte e Schlein con Ranucci, magari non solo da Lavitola ma da parte di quel gruppetto di avventori dei gruppi 5S di Camera e Senato? Per Paolo Mieli, intervistato dal Corriere, l’ipotesi era tanto campata in aria da non aver meritato la sua attenzione, le numerose volte in cui Lavitola lo ha riaccompagnato a casa in macchina, dopo la chiusura. «Quando parlava di un Big che sarebbe sceso in campo, pensavo si riferisse a Nicola Gratteri», dice Mieli. Qualcuno più vicino a Lavitola, nell’interna corporis di Pd e Cinque Stelle, potrebbe averne saputo di più.

L’ipotesi che Sandro Ruotolo fosse al corrente del progetto di candidare Ranucci a capo del campo largo è qua e là già affiorata, ma l’interessato nega e, al telefono con il Riformista, si lascia andare al volgar eloquio. Taglio le espressioni irriferibili. Domanda diretta: si è interessato lei di quel sondaggio?«Non sapete niente, non capite niente, non leggete… siete la vergogna del giornalismo», dice tutto d’un fiato, per poi tirarsene fuori: «Ma io tanto non sono più un giornalista. Sono un politico». Tutta la vita sulla retorica del cane da guardia contro il potere finisce con la conquista del potere che lo autorizza alle invettive contro i cani da guardia. Non facciamo un plissé. Sapeva del sondaggio su Ranucci? «Non sapevo niente. Mio fratello frequentava Lavitola, non io». Il gemello, sì. Il suo partner storico, Santoro, sì. Lui mai. Eppure Lavitola parlava di un sondaggio commissionato da un esponente socialista di ambito internazionale… Pronta la replica: «Lavitola ha parlato di un esponente dell’internazionale socialista, non di un eurodeputato, è molto diverso», dettaglia. Conosce il dossier fin nelle pieghe. E anche noi conosciamo la nebulosità delle parole che vi si annidano. Certo, faccio presente, questo esponente dell’internazionale socialista (dunque potenzialmente del Pd) deve conoscere bene le dinamiche italiane per valorizzare così tanto Ranucci, che all’estero è quasi del tutto sconosciuto. Ruotolo risponde solo per improperi: «Non capite niente! Siete tutti una centrale!». E riattacca. Il dubbio resta. E rimangono le domande che noi, giornalisti che «non sanno e non capiscono», siamo però tenuti a porre a chi, come Sandro Ruotolo e Sigfrido Ranucci, incarnano oggi il potere vero. E se ne vantano.

«Se mi tolgono la conduzione ci divertiamo»

È Carmelo Caruso sul Foglio a riportare i messaggi con cui Sigfrido Ranucci, asserragliato nella sua ridotta della Valtellina, starebbe ancora provando a mettere paura. «Se mi tolgono la conduzione, allora ci divertiamo», avrebbe minacciato. «Sul mio telefono ho le chat di tutti». Un archivio che scotta, a quanto parrebbe, utile a ricattare dirigenti e ministri, amministratori pubblici e giornalisti. Non sappiamo se quelle frasi riportate dal Foglio siano state davvero scritte e condivise da Ranucci (lui direbbe: «Dobbiamo verificare», dopo aver dato la notizia). Se fossero vere, costituirebbero insieme una notizia di reato e una radiografia impietosa del Paese. Ci ostiniamo a credere che la Rai abbia tutti gli anticorpi per liberarsi, per selezionare un volto diverso per Report.
A questi temi deve rispondere, forse questa stessa settimana, l’Ad Rai, Giampaolo Rossi. A noi viene in mente una domanda banale: se Ranucci possedesse davvero segreti indicibili, conducendo da nove anni una trasmissione di inchiesta, perché non li ha divulgati, anziché tenerseli ben custoditi?
Se Gomes Clesio Tavares tornerà in Italia, come sembra, e i quattro arrestati per l’attentato verranno riammessi a parlare, come hanno chiesto, di segreti potrebbero emergerne altri, intanto. In attesa che la Procura mandi a chiamare Sigfrido Ranucci.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.




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Aldo Torchiaro

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