NAPOLI – Esiste un’innovazione vistosa, immediatamente riconoscibile e facile da comunicare. E ne esiste un’altra più discreta, che prende forma nel tempo attraverso la definizione e il progressivo affinamento di un approccio culturale e di un metodo. È anche in questa seconda dimensione che si sta trasformando l’accoglienza turistica a Napoli.
Fino a qualche tempo fa, chi visitava o viveva la città poteva scegliere soprattutto tra le forme più storiche e tradizionali dell’ospitalità alberghiera. I grandi hotel erano concentrati nei luoghi simbolo di Napoli: il Lungomare, Santa Lucia, via Partenope, piazza Garibaldi, corso Umberto, il porto, corso Vittorio Emanuele e la collina di Posillipo. Gli alberghi di lusso erano principalmente quelli e, in larga parte, continuano a esserlo. Il magnetismo internazionale esercitato da Napoli potrà probabilmente favorire la nascita di nuove strutture, mentre nel mondo degli affari cresce l’interesse per gli investimenti e per le diverse formule dell’accoglienza.
Il fermento riguarda i grandi progetti, ma anche le strutture più piccole e le iniziative di dimensione quasi artigianale. Proprio in questo segmento si inserisce una delle esperienze più interessanti dell’innovazione napoletana. Una trasformazione che avviene, paradossalmente, in luoghi nei quali lo spazio fisico è limitato e non è semplice immaginare la presenza di un albergo di lusso: le stradine del centro storico, i Decumani e i Quartieri Spagnoli. Qui ha trovato spazio la formula del boutique hotel.
I boutique hotel sono strutture di dimensioni contenute, caratterizzate da un design ricercato, da una forte identità e da un servizio personalizzato. Più che sulla quantità dei servizi, puntano sull’esperienza, sull’atmosfera e sul rapporto con il territorio. Possono appartenere anche alla fascia del lusso, distinguendosi tuttavia dai grandi alberghi per l’intimità degli ambienti, l’originalità delle soluzioni e l’attenzione riservata a ogni dettaglio.
A Napoli, tra i protagonisti di questa evoluzione c’è Giuseppe Autorino, che insieme alla propria famiglia — composta da parenti, collaboratori e professionisti uniti dalla condivisione degli stessi principi — ha recentemente celebrato i primi dieci anni di attività del Santa Chiara Boutique Hotel. Ma com’era Napoli dieci anni fa? E che cosa significava allora immaginare una struttura di questo tipo nel cuore più antico della città? La risposta si trova nello sguardo di chi ha creduto in un progetto, lo ha sviluppato e continua ancora oggi a trasformarlo.
Il Santa Chiara Boutique Hotel è nato in uno dei luoghi che i viaggiatori di tutto il mondo sognano di visitare: il centro storico di Napoli. Si trova lungo Spaccanapoli, tra piazza del Gesù e piazza San Domenico Maggiore, all’interno di Palazzo Tufarelli. È difficile immaginare una posizione più centrale. Qui si incontrano vita quotidiana, cultura, arte e tradizione. È la Napoli millenaria, segnata dalle proprie origini greche e romane, a pochi passi dal complesso monumentale e dal Chiostro di Santa Chiara. In questo scenario non è soltanto possibile attraversare e osservare la città. È possibile abitarla, soggiornarvi, dormire e riposare quasi sospesi sopra il movimento incessante del centro storico.
La struttura dispone di sette suite, tutte differenti per stile, dimensioni e capacità di accoglienza. Il recupero degli ambienti storici dialoga con soluzioni contemporanee, innovazioni funzionali e arredi firmati da alcune icone del design. Si passa dalle junior suite agli appartamenti più ampi, capaci di ospitare fino a tre camere matrimoniali, tre bagni e diversi spazi dedicati al soggiorno. Ogni ambiente possiede una propria personalità, all’interno di un edificio che è esso stesso parte del racconto.
L’innovazione più recente del Santa Chiara Boutique Hotel, ammesso che sia possibile definirla “l’ultima”, è in realtà un ulteriore passaggio di un processo progressivo. Non riguarda soltanto il costante aggiornamento degli spazi, ma anche il modo in cui la struttura sceglie di raccontare il proprio metodo di accoglienza. Il Santa Chiara Boutique Hotel registra spesso il tutto esaurito ed è ormai conosciuto da un pubblico attento, composto da viaggiatori italiani e internazionali che cercano luoghi capaci di sorprendere e di prendersi cura dell’ospite. Un’esperienza che comincia già dal rapporto con il concierge e prosegue attraverso una serie di attenzioni pensate per accompagnare il soggiorno.
Ma che cosa deve raccontare oggi un hotel? Raccontare Napoli non è semplice. È necessario farlo, perché nulla può essere dato per scontato, ma non basta limitarsi a ripetere una narrazione costruita nel corso dei decenni. Ogni albergo può parlare dei musei, della pizza, dei quartieri, dei monumenti o degli eventi. L’identità più autentica, però, emerge soprattutto quando si raccontano le persone con le quali si costruisce l’accoglienza. Per questo il Santa Chiara Boutique Hotel ha scelto di dare visibilità anche a chi contribuisce quotidianamente alla sua esperienza: il sarto, l’artista che lavora nella bottega vicina, la pasticceria di riferimento e i produttori selezionati.
È una rete che comprende realtà situate non soltanto a chilometro zero, ma idealmente anche a “centimetro zero”: saponi, creme, shampoo, vini, snack, prodotti gastronomici e ingredienti utilizzati per la preparazione dei cocktail. Ogni prodotto e ogni servizio possono riservare una sorpresa. Anche la proposta del bar segue questa filosofia. Accanto ai grandi classici vengono preparati cocktail esclusivi, realizzati con liquori, infusioni e spezie selezionati o progettati appositamente per il Santa Chiara Boutique Hotel. Creazioni che non potrebbero essere assaggiate altrove perché nascono dall’identità stessa della struttura.
Svelare in anticipo questi dettagli rischia di ridurre l’effetto sorpresa? Probabilmente no. La vera sorpresa, infatti, resta il team del Santa Chiara: un insieme di talenti, esperienze e differenti modi di esprimere la napoletanità. C’è chi coltiva una passione per la musica, chi ha attraversato numerosi Paesi e chi ha trasformato il viaggio in una competenza professionale. Tutti, però, condividono un forte rapporto con Napoli. Sono napoletani per nascita oppure per scelta, così come accade a molti ospiti che arrivano da ogni parte del mondo e finiscono per sentirsi, almeno durante il soggiorno, parte della città.
È forse questa la forma più contemporanea dell’accoglienza napoletana: non limitarsi a offrire una camera, ma creare una relazione tra il viaggiatore, il luogo e le persone che lo abitano. Un modo di accogliere il mondo facendo entrare ogni ospite nel cuore di Napoli.
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Silvia Descultori
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