«Paragonalo a un campionato: magari fai schifo, però lo devi finire, non lo puoi lasciare a metà». Nicola “Ballo” Balestri racconta così, con una metafora una storia musicale cominciata quando non aveva nemmeno 17 anni e che non si è ancora fermata. Al fianco di Cesare Cremonini con il suo basso ha attraversato più di trent’anni di carriera, tra alti e bassi.
«Non abbiamo ancora capito perché la storia dei Lùnapop è finita e su questo lascio un “no comment”. Quello che ho sempre saputo è che per me la musica è sempre stata la cosa importante, non i “glitter” che ci girano intorno. Questo mi ha permesso di andare avanti. Con quella voglia e l’innocenza di un ragazzino che davanti alle difficoltà mente a se stesso: può essere positivo o negativo. Nel mio caso è stato propedeutico. Poteva essere dannosissimo, invece mi è servito». Il ragazzino con i rasta biondi, oggi ha lasciato spazio ad un uomo e un musicista che ha continuato a coltivare la sua strada e nel frattempo ha scelto di laurearsi al Conservatorio di Rovigo (oltre che in Lingue, mercati e culture dell’Asia all’Università di Bologna).
Lo incontriamo in occasione della serata organizzata ai Giardini Estensi, a Varese, nell’ambito di Varesanza, il nuovo festival varesino ideato da Skizzo (nella foto sopra con Ballo) ed è proprio da un aneddoto sulla città che iniziamo questa intervista.
Parto da un mio ricordo personale, l’8 settembre del 2000 siete passati da Varese, al palazzetto. Erano gli inizi dei Lùnapop, un periodo a dir poco esplosivo per voi. Che ricordo hai di quel tour?
«Erano altri tempi, si girava molto di più. Ho questo ricordo di spensieratezza e di un sacco di autostrada. Sembra poco romantico, ma invece è molto romantico, perché facevamo insieme tante ore. Prima la distribuzione della musica era più capillare di adesso. Non è per fare paragoni ma ricordo che abbiamo suonato davvero dappertutto. Non posso dirti che mi ricordo esattamente il concerto di Varese, ma se mi dai qualche indizio di quel periodo lì ho delle illuminazioni che meravigliano anche me».

Cesare aveva i capelli rossi, tu i dread lunghissimi. Eravate dei ragazzini, così come noi del pubblico. Eravate i nostri nuovi idoli. Quanto eri consapevole di quello che stava succedendo?
«Ero talmente piccolo che, in realtà, non l’ho mai capito. E forse è stata un po’ la mia salvezza. Questi giri sulle montagne russe così improvvisi sono tanto belli da fuori quanto possono essere dannosi da dentro. Il fatto di non avere mai realmente capito quello che stava succedendo ha contribuito a tenermi in piedi. Poi, col senno di poi, uno dice: sarei potuto essere più costante, più professionale. Invece l’ho presa con leggerezza. Ma è stato anche il bello di quel periodo, la sua fortuna, la sua genuinità»
Quando il successo dei Lùnapop si è fermato bruscamente e Cremonini ha iniziato il percorso solista, cosa ti ha permesso di restare dentro quel progetto anche negli anni più difficili?
«Banalmente, la passione per la musica. Alla fine il minimo comune denominatore era quello. Parlo per me, perché devo parlare solo di me: non sarebbe corretto estendere agli altri il mio pensiero. Quando vai alla radice di quello che fai, nel mio caso trovi la passione per la musica. Dopo vengono il successo, il comfort, la patina, il glitter. Sono fattori sicuramente piacevoli, ma complementari. Quando vengono meno, ti rendi conto che la passione per la musica può tenere tutto in piedi. E poi la musica è gioia e dolore, non ha una sfaccettatura sola. In qualche modo ti prepara anche ad accettare determinate cose e a non accettarne altre. In quegli anni si andava comunque, si stava in giro, si stava fuori. Io non capivo bene cosa stesse succedendo. L’ho vissuto in una specie di caos, perché molto spesso credi di avere capito come funziona qualcosa e poi quella determinata cosa comincia a funzionare in maniera totalmente diversa. Dopo realizzi che esiste anche una casualità. E quella te la metti da parte. Non vorrei cadere nel cliché del “non mollare mai”, però il progetto di una vita, purtroppo, deve occupare una vita. E quindi ci sono anche risvolti non positivi. Detto a posteriori è più facile. Paragonalo a un campionato, di uno sport a caso: magari fai schifo, però lo devi finire. Non è che a metà dici: “Vabbè, non mi fermo”. È un paragone banale, però rende un po’ l’idea»
In tutti questi anni hai costruito e coltivato il tuo posto accanto a Cremonini con grande rispetto e riconoscenza. Hai mai sofferto per una questione di visibilità?
«No, devo dire che fin dai Lùnapop, sono sempre stato molto consapevole del suo enorme talento artistico. Quindi non mi sono mai neanche posto il problema.Te lo dico quasi da fan interno: io ho sempre visto in lui un talento gigantesco. Non dico dal primo giorno, perché poi sembra che l’abbia inventato io, però sono sempre stato io stesso molto fan. Ho sempre visto la competizione come qualcosa di controproducente. Decisamente controproducente».
So che hai il desiderio di scrivere la colonna sonora di un film.
«Adesso sto facendo tanta televisione, quindi la mia attività si è spostata molto anche su quello. Sicuramente 26 anni di produzioni musicali con Cremonini sono stati un bagaglio importante e oggi, con la televisione, ho aggiunto un altro ramo di possibilità e di esperienze, del quale sono molto contento. Ho lavorato per le colonne sonore di documentari Rai, molti di natura, ma un film non mi è ancora capitato e mi piacerebbe. Al conservatorio ho studiato musica per film. Questo non vuol dire che abbia più diritto di qualcun altro a farlo, però comunque era una parte della mia professione. È difficile. Vediamo, adesso ci sto girando intorno».
Un bassista italiano al quale sei particolarmente affezionato o che stimi molto?
«Saturnino, Faso e Max Gazzè. Max Gazzè per me è particolarmente importante, perché sono sempre stato un fan sfegatato. Però il trittico è quello».
Un concerto visto da spettatore che ti è rimasto nel cuore?
«Uno di quelli da cui sono uscito con i capelli dritti è stato Beck, ai tempi dei Lùnapop. Andammo a vederlo a Ferrara, era il periodo di Midnite Vultures, e non ci ho capito più niente. Però è una risposta un po’ da anziano».
E invece un vostro concerto? Uno di quelli in cui sei sceso dal palco pensando: “Va bene, ce l’abbiamo fatta”?
«È stato un percorso talmente lungo che raramente riesco a mettere uno spettacolo sopra un altro. Anche l’anno scorso abbiamo fatto quindici concerti e ognuno era a sé, un’isola felice. Non riesco a dirti: “Quello è stato il concerto”.Ti dirò anche che è tutto talmente emotivo che il tempo per rifletterci non ce l’ho, non lo trovo. È un fiume in piena. È difficile: pensi soprattutto a gestire le emozioni»
Se ti dico Bologna.
«Mi manca, perché non ci vivo più. Ci vado ogni tanto e mi manca tanto. Però in questo momento sto bene anche in mezzo alla natura».
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