Castel Trosino, il borgo sospeso dove i Longobardi incontrarono Roma


Un viaggio tra le Marche più segrete, sullo sperone di roccia che domina la gola del Castellano

C’è un punto, poco fuori Ascoli Piceno, in cui la strada ed il paesaggio si stringono sino a diventare gola. In quel punto, appollaiato su uno sperone di roccia che precipita a picco sul torrente Castellano, troviamo Castel Trosino: poche decine di case in pietra, un arco d’ingresso che pare uscito da una miniatura medievale ed un silenzio che a due passi da una città di quarantamila abitanti sembra quasi irreale. Eppure è proprio questo contrasto, la vicinanza del capoluogo e la sensazione di essere altrove in un’epoca sospesa, che rende il viaggio una delle sorprese più belle di queste zone.

Un balcone naturale sulla gola del Castellano

Il primo incontro con Castel Trosino è visivo prima ancora che storico. Percorrendo la strada che da Ascoli Piceno conduce a Valle Castellana ed alla provincia di Teramo attraversando i Monti della Laga, si trova il borgo arroccato nel punto dove la natura offriva la miglior difesa possibile: uno sperone roccioso stretto tra pareti verticali con il torrente Castellano che scorre decine di metri più in basso incassato in una gola scavata nel corso dei millenni. Non è un caso che i primi insediamenti abbiano scelto proprio questo punto: la posizione quasi inaccessibile garantiva un controllo naturale su un tratto strategico di territorio al confine tra la valle e la montagna.


Superato l’unico ingresso alle mura, un arco a tutto sesto che ancora oggi varcandolo a piedi restituisce un piccolo brivido, ci si trova immersi in un dedalo di vicoli stretti, scalette di pietra e case che sembrano essersi accomodate le une sulle altre nel corso dei secoli. Non c’è nulla di posticcio: è un borgo vivo ma piccolo e silenzioso dove il tempo sembra scorrere secondo un ritmo diverso da quello della vicina città.

Chi ama camminare troverà in Castel Trosino un punto di partenza ideale: il sentiero che scende dal paese verso il fondovalle attraversa boschi e piccoli orti coltivati a terrazza fino a raggiungere il Lago di Casette, un piccolo bacino color verde smeraldo formato da uno sbarramento del torrente Castellano, popolato da diverse specie ittiche e circondato da una vegetazione fitta e rigogliosa. Poco oltre, lungo una passeggiata attrezzata che costeggia le sponde del lago, si incontrano le sorgenti dell’Acqua Salmacina che sgorgano direttamente dalla roccia: già i romani ne avevano intuito le proprietà terapeutiche tanto da costruire un acquedotto, di cui restano ancora tracce visibili per convogliarla fino alle terme della città.

Un tesoro sepolto per secoli

Ma è sotto la superficie, letteralmente, che Castel Trosino custodisce il suo capitolo più affascinante. Nel 1893 il parroco del paese, don Emidio Amadio incaricò un contadino di sua fiducia, Salvatore Pignoloni, di lavorare un appezzamento di terreno poco fuori dal borgo: dalla terra cominciarono ad affiorare tombe, corredi funebri, oggetti d’oro e d’argento; era l’inizio della scoperta di una delle necropoli altomedievali più importanti d’Italia che nel tempo avrebbe restituito quasi trecento sepolture in uso per un arco di tempo di almeno tre secoli.

In realtà qualcosa era già stato notato prima: lo storico settecentesco Giuseppe Colucci raccontava di ritrovamenti di oggetti preziosi avvenuti in zona già tra il 1765 ed il 1782, e nel 1872 era emersa in una contrada vicina la tomba di un condottiero con un ricchissimo corredo. Ma fu lo scavo di fine Ottocento, condotto sotto la direzione della Soprintendenza, a portare alla luce la reale portata del sito: tra le sepolture più significative, quella identificata come tomba 90, appartenuta ad un cavaliere di alto rango con un corredo tra i più ricchi mai trovati in contesti simili, e la tomba 115, un eccezionale corredo funebre femminile con fibule, collane e spilloni di raffinata fattura.


La necropoli fu a lungo attribuita esclusivamente ai Longobardi che secondo la tradizione si stabilirono in quest’area dopo che Ascoli Piceno venne assoggettata al Ducato di Spoleto, facendo di Castel Trosino un punto di riferimento militare e giurisdizionale per i centri della montagna e del bacino del Castellano. Gli studi più recenti, tuttavia, restituiscono un quadro più sfumato e per certi versi ancora più interessante: solo una minoranza delle tombe è databile con certezza all’epoca longobarda tra la fine del VI e i primi decenni del VII secolo, mentre la maggior parte delle sepolture mostra caratteri fortemente autoctoni. Gli studiosi ne discutono ancora oggi: c’è chi pensa a un rapido processo di assimilazione dei Longobardi nella popolazione locale e chi ipotizza che qui convivesse un piccolo ma influente gruppo di guerrieri longobardi accanto ad una popolazione romana molto più numerosa. In ogni caso, Castel Trosino resta uno degli esempi più significativi in Italia di convivenza e sovrapposizione tra mondo romano e mondo longobardo: un laboratorio a cielo aperto (o meglio, sottoterra) per capire come si sia formata l’identità di questi territori nell’alto medioevo.

Oggi il percorso che dal borgo conduce all’area della necropoli immersa nel bosco, propone anche una ricostruzione scenografica del rito funebre longobardo con statue a grandezza naturale disposte in cerchio attorno al defunto ed una piccola cripta in vetro che lascia intravedere uno scheletro con il proprio corredo. Un modo semplice ma efficace per restituire concretezza ad un pezzo di storia che altrimenti rischierebbe di restare astratto.

Il celebre “Tesoro dei Longobardi”, la definizione con cui si indicano collettivamente i reperti più preziosi di qualità nettamente superiore alla media ritrovata in altre necropoli longobarde italiane, è oggi in gran parte conservato a Roma ma due corredi funerari completi sono visibili anche nelle Marche al Museo dell’Alto Medioevo ospitato nel Polo Museale di Forte Malatesta ad Ascoli Piceno: una tappa che completa naturalmente la visita al borgo per chi vuole vedere da vicino fibule, monili ed armi restituiti dalla terra oltre un secolo fa.

Leggende, pietre e una porta sulla storia

Camminare tra i vicoli di Castel Trosino significa anche imbattersi in leggende che si sono stratificate nei secoli come le pietre delle sue case. Poco distante dalla chiesa di San Lorenzo Martire si trova un piccolo edificio in pietra reso particolare da eleganti loggette a tre luci, conosciuto come casa della Regina o casa di Re Manfredi: il nome custodisce due tradizioni diverse: una vuole che vi abitasse Manfredi, figlio illegittimo di Federico II e suo successore mentre l’altra, più romantica, racconta di una bellissima giovane del luogo di cui lo stesso Manfredi si sarebbe innamorato vivendo qui una breve e intensa storia d’amore.


Nel corso del Medioevo il castello continuò a rivestire un ruolo strategico, fino a conoscere anche una stagione più cupa: a metà del Quattrocento divenne rifugio di bande di briganti che, approfittando della copertura offerta dalle milizie di Giacomo Piccinino, compivano scorrerie ai danni del contado ascolano. La reazione non si fece attendere: il 3 settembre 1495 con un’azione congiunta delle milizie di Ascoli e di quelle papali venne assediato e distrutto il fortilizio ponendo fine a quella parentesi turbolenta.

Oggi di tutto questo resta un borgo quieto che si raggiunge in pochi minuti d’auto da Ascoli. È un viaggio breve nello spazio e lunghissimo nel tempo: dal cuore barocco e rinascimentale di Ascoli Piceno, in pochi chilometri ci si ritrova immersi in un paesaggio scolpito dall’acqua e dalla roccia, dove Roma ed i Longobardi, la leggenda e l’archeologia, convivono ancora sospesi sullo stesso sperone di pietra.

Ogniqualvolta il mio peregrinare mi porta verso i Monti della Laga verso l’Abruzzo mi fermo volentieri in questo posto magico ed affascinante.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 

Source link


Di