Legittima difesa? C’è lo stato di diritto anche per i ‘dritti’…


E sono quelli che, per opportunismo, appello a situazioni contingenti, derive sovraniste da vecchio West dove vale la legge della pistola e quella del taglione, insofferenza alle “Carte’’ costituzionali che considerano solo carta…ma non si può farsi giustizia da sé come riportano i fatti di cronaca di questi ultimi giorni. E allora la verità è una sola come scrive Michele Paterino che continua a scuotere la testa e a replicare con un “ Ma non è possibile…’’ che ci si faccia giustizia da soli e ci sono politici e partiti che giustificano comportamenti estremi, estranei alla tradizione democratica del nostro Paese, fino a chiedere la grazia per gli autori di quella che chiamano impropriamente legittima difesa. E allora? Difendere lo Stato di diritto non significa essere indulgenti con la criminalità. Significa affermare che la forza della democrazia risiede nella capacità delle istituzioni di garantire contemporaneamente sicurezza, giustizia e rispetto delle regole. La nostra Costituzione assegna allo Stato il compito di tutelare l’ordine pubblico e i diritti dei cittadini, impedendo che la violenza privata prenda il posto della giustizia’’

LE RIFLESSIONI DI MICHELE PATERINO
La provocazione della “legittima difesa preventiva”: quando la sicurezza mette a rischio lo Stato di diritto
Prima di esporre alcune considerazioni sul tema attuale della legittima difesa , ritengo doveroso un chiarimento. Chiunque abbia un minimo di sensibilità umana non può che provare vicinanza e solidarietà verso chi si trova improvvisamente a fronteggiare un’aggressione, con il timore concreto per la propria vita o per quella dei propri familiari. In quei momenti nessuno può pretendere di sostituirsi alla coscienza di chi è costretto a decidere in pochi istanti come reagire. Sarebbe ingiusto e profondamente irrispettoso.
Proprio per questo, la riflessione che segue non riguarda il giudizio sulle persone coinvolte in singole vicende di cronaca, né tantomeno intende minimizzare il dramma di chi subisce un’aggressione. Riguarda invece le regole che uno Stato democratico deve darsi. Le leggi, infatti, non possono essere scritte sull’onda dell’emozione suscitata da un caso, per quanto tragico esso sia, ma devono valere per tutti e soprattutto per i casi futuri.
La provocazione di prevedere una sorta di “legittima difesa preventiva” può essere utile, non perché proponga davvero una soluzione, ma perché aiuta a capire dove può condurre una certa logica.
Negli ultimi anni il dibattito politico sulla legittima difesa è stato spesso accompagnato dalla richiesta di ampliarne i confini, sostenendo che chi si difende dovrebbe godere di una tutela sempre più ampia, anche oltre i limiti tradizionalmente previsti dall’ordinamento. È una posizione che trova consenso nell’opinione pubblica, soprattutto quando è alimentata dalla paura e dal senso di insicurezza.
Ma fino a dove ci si può spingere?
Se il principio è quello di attribuire sempre maggiore rilevanza alla valutazione soggettiva di chi si sente minacciato, allora, portando il ragionamento all’estremo, si potrebbe arrivare ad ammettere perfino una sorta di “legittima difesa preventiva”: un cittadino che decide di colpire per primo perché ritiene, sulla base di una propria convinzione, che un’aggressione sia imminente.
Naturalmente si tratta di un paradosso. Nessun ordinamento fondato sullo Stato di diritto potrebbe accettare una simile impostazione. E proprio questo è il senso della provocazione: mostrare quanto sia pericoloso allontanarsi dai principi che distinguono una democrazia da una società governata dalla paura e dall’arbitrio.
La legittima difesa, infatti, non è mai stata concepita come una licenza preventiva all’uso della forza. Essa presuppone un pericolo attuale, una reazione necessaria e una risposta proporzionata. Eliminare o rendere sempre più sfumati questi requisiti significa affidare ai singoli il potere di decidere quando sia giusto usare la violenza. È il passaggio dallo Stato di diritto alla giustizia privata.

La storia insegna che quando la legge cede il passo alla percezione soggettiva del pericolo, il rischio di errori, abusi e tragedie aumenta inevitabilmente. Lo Stato moderno nasce proprio per sottrarre ai cittadini il monopolio della forza e affidarlo a regole comuni, controllate da giudici indipendenti. Se questo principio viene progressivamente eroso, non si rafforza la sicurezza: si indebolisce la convivenza civile.
Il tema non riguarda soltanto il diritto interno. Anche sul piano internazionale abbiamo assistito, in un recente passato, all’invocazione della cosiddetta “difesa preventiva” per giustificare interventi militari prima ancora che un’aggressione si fosse concretizzata. Una teoria che molti giuristi hanno considerato incompatibile con i principi fondamentali del diritto internazionale, proprio perché sostituisce criteri oggettivi con valutazioni unilaterali.
Il parallelismo non serve a equiparare situazioni profondamente diverse, ma a evidenziare un principio comune: ogni volta che si amplia eccessivamente il concetto di difesa, si restringe inevitabilmente lo spazio del diritto.
Difendere lo Stato di diritto non significa essere indulgenti con la criminalità. Significa affermare che la forza della democrazia risiede nella capacità delle istituzioni di garantire contemporaneamente sicurezza, giustizia e rispetto delle regole. La nostra Costituzione assegna allo Stato il compito di tutelare l’ordine pubblico e i diritti dei cittadini, impedendo che la violenza privata prenda il posto della giustizia.
Proprio per questo desta perplessità la tendenza di una parte della politica a trasformare vicende giudiziarie in occasioni di scontro ideologico o di ricerca del consenso. La sicurezza dei cittadini è una priorità assoluta e rappresenta un diritto che lo Stato ha il dovere di garantire. Ma la risposta non può essere l’idea, più o meno esplicita, che ciascuno possa farsi giustizia da sé quando ritiene che lo Stato non sia stato sufficientemente efficace.

La sicurezza e la legalità non sono valori contrapposti. Al contrario, si rafforzano reciprocamente. Più lo Stato è presente sul territorio, più efficaci sono il controllo, la prevenzione e la repressione dei reati, minore sarà il rischio che i cittadini si sentano costretti a reagire autonomamente. Per questo servono investimenti negli organici delle forze dell’ordine, una presenza più capillare sul territorio e politiche di prevenzione che affrontino anche le cause sociali, economiche ed educative della criminalità.
È su questo equilibrio che si misura la maturità di una democrazia. La sicurezza è un diritto fondamentale e va garantita con determinazione. Ma deve essere assicurata nel rispetto della legge, dell’autonomia della magistratura e dei principi costituzionali. Rinunciare a questo equilibrio, inseguendo la “pancia” del momento, significherebbe indebolire proprio quei valori che rendono libera e civile una società.
Matera, luglio 2025
Michele Paterino


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 Franco Martina

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