Non ci sono ‘’Cristi’’ che tengano quando manca lo Stato


I puri di spirito, bigotti, integralisti che tremano per rispetto al figlio di Dio che si fece uomo, come narrano i Vangeli, forse punteranno il dito per le considerazioni sacrileghe che il ricercatore di fatti locali e di oltreoceano, Gianni Maragno, fa di due realtà del passato come Chicago e la Lucania leviana descritte, osservate e commentate negli scritti di don Carlo ‘’Cristo si è fermato a Eboli’ e di William T. Stead autore di ‘’If Christ Came to Chicago! Se Cristo venisse a Chicago!’’ del quale non avevamo mai sentito parlare e né letto quel lavoro scritto oltre mezzo secolo prima del Cristo di Levi. E Maragno, scava scava, tira fuori similitudini, condizioni ambientali, che portano al degrado, alla violenza a causa dell’assenza dello Stato. Ma anche alla speranza . Tre Cristi finiti in croce,ma senza essere ascoltati. Lo fecero dopo quelli della ‘’Chiesa del rimorso’’ (non sappiamo esista )fatta di antropologi, sociologi, economisti, politici e sognatori che misero tante croci su quanto accaduto. Una prece per gli autori…

Solidarietà, violenza, speranza: tre Cristi nell’assenza dello Stato
di Gianni Maragno
Nel 1894 William T. Stead diede alle stampe il volume If Christ Came to Chicago! Se Cristo venisse a Chicago!, un’inchiesta che, con linguaggio diretto e una sorta di quadro etico della città, mise a nudo le reti di corruzione, i distretti del vizio e i meccanismi di protezione che scandivano la vita urbana di una metropoli già celebre per le sue contraddizioni.
Stead non inventò la percezione della città come luogo di degrado e di compromessi: la documentò, la nominò e la rese oggetto di scandalo pubblico, trasformando sospetti diffusi in una rappresentazione sistematica e riconoscibile.
Cinquant’anni dopo, nel 1944, Carlo Levi portò a termine la stesura del suo romanzo più famoso e offrì al pubblico italiano una nuova mappa dell’abbandono con Cristo si è fermato a Eboli: non un’inchiesta urbana, ma una testimonianza etnografica e morale di una regione largamente trascurata dalla nazione. Levi non si limitò a registrare la miseria materiale; restituì l’esperienza profonda dell’esclusione, le pratiche quotidiane che supplivano all’assenza dello Stato e una religiosità popolare che, tra rassegnazione e dignità, si configurava come una forma di resistenza.

Mettere in rapporto cronologico questi due testi apre uno spazio interpretativo fecondo: non per stabilire un’identità di genere o di causa, ma per cogliere come l’assenza istituzionale produca, in contesti diversi, risposte sociali che presentano analogie strutturali.
A Chicago l’abbandono dello Stato si tradusse in mercati della protezione, in reti clientelari e in una privatizzazione dell’ordine; in Lucania l’assenza si manifestò come carenza di infrastrutture, di servizi, di lavoro e di riconoscimento politico, e fu colmata da pratiche comunitarie, consuetudini e figure locali di autorità.

In entrambi i casi, tuttavia, il vuoto lasciato dalle istituzioni non rimase sterile: fu terreno su cui si sperimentarono forme alternative di governo sociale, di mediazione e di sopravvivenza. La differenza di visibilità tra i due libri è significativa per comprendere la dinamica storica.
Stead si rivolse a un pubblico che già conosceva, per fama o esperienza, la problematica urbana; il suo lavoro confermò e amplificò sospetti diffusi, fornendo nomi, luoghi e una mappa morale che rese la denuncia ineludibile.
Levi, al contrario, chiamò alla luce una realtà che la coscienza nazionale non aveva ancora riconosciuto come oggetto di interesse pubblico: la Lucania divenne così, attraverso la sua prosa, un luogo di conoscenza e di giudizio collettivo. Questa differenza non è solo cronologica, ma epistemologica: la metropoli corrotta era già parte del discorso pubblico; la regione dimenticata doveva essere nominata per entrare nella storia condivisa.
Un elemento di congiunzione particolarmente pregnante è la funzione della religione come risorsa simbolica e pratica.
Per Levi la formula «Cristo si è fermato a Eboli» è metafora dell’assenza della salvezza istituzionale; la religiosità popolare emerge come orizzonte di senso e come dispositivo di coesione sociale in assenza di protezione pubblica.
Nelle comunità urbane descritte da Stead, la religione conviveva con pratiche di mediazione e legittimazione che potevano servire tanto al conforto quanto alla giustificazione di rapporti di potere alternativi.
In entrambi i casi l’appello a Cristo assume una doppia valenza: è espressione di bisogno autentico e insieme linguaggio che può essere investito di funzioni politiche e sociali. Questa ambivalenza consente di leggere la religione non come semplice consolazione privata, ma come elemento operativo nelle dinamiche di potere che nascono quando lo Stato abdica alle sue responsabilità.

La migrazione lucana verso gli Stati Uniti si inscrive in questo quadro come possibile esito di una storia di privazione e di autonomia forzata. Chi partì dalla Basilicata portò con sé una memoria dell’abbandono e una pratica dell’autosufficienza che potevano tradursi in esiti molteplici: la costruzione di reti di mutuo soccorso e di solidarietà, l’integrazione economica e culturale, ma anche l’adesione a circuiti illegali quando questi offrivano protezione e reddito.
È plausibile considerare l’esperienza dell’abbandono come uno dei fattori che resero alcuni emigranti più inclini a cercare soluzioni extralegali; tuttavia, una spiegazione univoca sarebbe riduttiva.
Le scelte individuali e collettive si formano in contesti complessi, dove la memoria culturale convive con opportunità contingenti, reti di relazione e percorsi di mobilità sociale che possono condurre tanto al bene quanto al male.

Tra il Cristo di Stead e quello di Levi si colloca una terza figura narrativa e simbolica: il Cristo di Pietro Di Donato in Christ in Concrete — Cristo fra i muratori. Questo romanzo non si limita a descrivere un episodio isolato della condizione operaia: è il luogo in cui le due geografie dell’abbandono si incontrano e si deformano reciprocamente. Geremio, capomastro immigrato, porta con sé la memoria di un’origine immobile e dolente; a New York quella memoria si scontra con la violenza strutturale della metropoli industriale. La morte di Geremio, schiacciato dal cemento per ponteggi cedevoli e incuria padronale, è immagine paradigmatica: non un incidente fortuito, ma la manifestazione materiale di un Cristo che non salva più, di una protezione che non arriva né a Chicago né a Eboli. Il peso del cemento diventa metafora del peso sociale ed economico che schiaccia corpi e speranze.
La sorte del giovane Paul, costretto ad abbandonare la scuola per mantenere la famiglia, traduce in termini generazionali la dissoluzione della promessa migratoria: il «sogno americano» qui non è semplicemente disilluso, è annientato. Dove Levi mostrava una speranza sospesa e Stead una speranza corrotta, Di Donato mostra la speranza che cede, consumata dal lavoro precario e dalla mancanza di tutele. In questo senso Christ in Concrete non è un semplice ponte narrativo tra Stead e Levi: è il punto in cui le loro intuizioni si radicalizzano e si fanno frattura. L’autosufficienza appresa nella miseria rurale incontra la brutalità del capitalismo urbano, e il risultato non è una nuova forma di protezione ma la constatazione che anche la speranza può essere schiacciata.
Per la ricostruzione storica che qui interessa, il nesso più produttivo non è dunque una semplice analogia tra criminalità urbana e miseria rurale, ma la constatazione che in entrambe le geografie l’assenza dello Stato ha generato spazi di azione alternativa, in cui si sono sperimentate forme di autorità, protezione e narrazione pubblica. Stead e Levi offrono due modelli di come la società risponde all’assenza: l’uno mostra il vuoto occupato da mercati e reti di potere privatizzate; l’altro mostra il vuoto colmato da legami comunitari, consuetudini e una religiosità che è insieme resistenza e rassegnazione. Di Donato, inserendosi tra questi poli, mostra come la collisione tra tali risposte possa produrre esiti irreversibili, dove la protezione diventa privilegio e la sopravvivenza un compito individuale.

Tenendo insieme queste prospettive, la storia dei Lucani negli Stati Uniti può essere raccontata come una trama di possibilità: percorsi di solidarietà e di integrazione, ma anche di compromesso con forme di potere che promettevano protezione e reddito. Lasciare la porta aperta al dubbio non significa rinunciare alla spiegazione storica; significa riconoscere la pluralità delle cause e la complessità delle risposte umane. L’abbandono può aver predisposto condizioni favorevoli a certe scelte, ma non determina in modo meccanico il destino di chi parte. È in questa zona di ambivalenza che la narrazione trova la sua forza: non nel ridurre i fenomeni a una sola causa, ma nel mostrare come memoria, contesto e opportunità si intreccino per produrre esiti molteplici.
Così, mettendo in dialogo Stead, Levi e Di Donato, si ottiene non una semplice analogia, ma un quadro interpretativo che illumina come, in luoghi e tempi diversi, l’assenza dello Stato abbia generato risposte che oscillano tra solidarietà e violenza, tra fede e strumentalizzazione, lasciando agli storici il compito di leggere le tracce senza cancellare la complessità del dubbio.
Nel frattempo, il cinema ha da tempo contribuito a fissare e a rendere immortali le storie di questi libri, traducendo in immagini la loro forza narrativa e ampliandone la memoria collettiva


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 Franco Martina

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