Italia più anziana e meno giovani: 3 milioni in pensione entro il 2029


In dieci anni quasi 550mila giovani in meno e 3 milioni di lavoratori in uscita entro il 2029: l’allarme Cgia su occupazione e pensioni in Italia.


18 Luglio 2026 alle 11:21





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In Italia il ricambio generazionale nel mondo del lavoro rischia di incepparsi. Negli ultimi dieci anni i giovani tra i 15 e i 34 anni sono diminuiti di quasi 550mila unità, un effetto diretto della crisi demografica che sta cambiando in profondità la struttura della popolazione e mette sotto pressione il sistema occupazionale.

Tre milioni di uscite dal lavoro entro il 2029

Secondo le elaborazioni della Cgia (l’associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre), entro il 2029 oltre 3 milioni di persone usciranno dal mercato del lavoro per il raggiungimento dei limiti di età o di anzianità contributiva. Una dinamica che porta la Cgia a chiedersi chi sostituirà questi lavoratori, in un Paese che conta sempre meno giovani.

Le previsioni di Unioncamere-Anpal (l’ente che rappresenta le Camere di Commercio italiane e l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro) indicano che tra il 2025 e il 2029 quasi 3 milioni di italiani lasceranno fabbriche e uffici. Si tratta in gran parte dei cosiddetti baby boomer, le generazioni nate nel dopoguerra, che stanno progressivamente raggiungendo l’età pensionabile.

Nel dettaglio, fra questi 3 milioni di addetti si contano poco più di 1,6 milioni di dipendenti del settore privato, 768.200 dipendenti pubblici e 665.500 lavoratori autonomi. L’uscita simultanea di queste coorti rischia di creare un vuoto difficilmente colmabile in molti comparti produttivi e nella pubblica amministrazione.


Le aree più esposte: imprese in difficoltà a trovare personale

Per gli imprenditori, in particolare in alcune regioni del Nord, la ricerca di personale diventa una “missione quasi impossibile”, sottolinea la Cgia. Il peso delle uscite previste tra i dipendenti privati è molto elevato in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, tre tra le principali aree manifatturiere del Paese.

In Lombardia l’incidenza delle uscite dei dipendenti privati sul totale raggiunge il 64,6%, in Emilia-Romagna il 58,6% e in Veneto il 56,5%. Si tratta di territori con una forte concentrazione di imprese industriali ed esportatrici, per le quali la disponibilità di manodopera qualificata è un fattore essenziale di competitività.

Immigrazione: aiuto possibile, ma non soluzione strutturale

Di fronte al calo dei giovani italiani, spesso si ipotizza che il fabbisogno di lavoratori possa essere compensato nel tempo dagli immigrati. La Cgia, però, giudica questa visione troppo semplicistica: «Chi sostiene che gli immigrati possano, nel tempo, colmare i vuoti occupazionali che si creeranno nel nostro Paese si sbaglia clamorosamente», afferma l’associazione.

Al tempo stesso, la Cgia riconosce che, nel breve periodo, l’ingresso di nuovi extracomunitari può rappresentare uno strumento utile per affrontare la sfida demografico-occupazionale, a una condizione precisa: riuscire a preparare adeguatamente le persone nei Paesi di origine che intendono entrare in Italia. In altri termini, l’immigrazione può aiutare, ma solo se accompagnata da percorsi di formazione e qualificazione coerenti con le esigenze del tessuto produttivo italiano.

Il nodo pensioni: spesa in salita fino al 2040

Il progressivo invecchiamento della popolazione non impatta solo sulle imprese e sul mercato del lavoro, ma rischia di mettere sotto pressione anche i conti del sistema pensionistico. In Italia la spesa previdenziale è la voce di bilancio pubblico che raccoglie tutte le prestazioni pensionistiche erogate, e viene misurata spesso in rapporto al Pil (il Prodotto interno lordo, cioè il valore complessivo di beni e servizi prodotti in un anno).


Per i prossimi decenni, le proiezioni di Istat (l’istituto nazionale di statistica) e Mef (Ministero dell’Economia e delle Finanze) indicano che l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil nazionale è destinata a registrare un aumento transitorio: dall’attuale 15,4% dovrebbe salire a un picco stimato intorno al 17% verso il 2040, per poi scendere gradualmente sotto il 14% entro il 2070.

Questi andamenti riflettono proprio l’uscita dal lavoro delle generazioni più numerose e, in prospettiva, la riduzione della popolazione in età lavorativa che versa contributi per finanziare il sistema.

La proposta Cgia: rafforzare il risparmio previdenziale

Per la Cgia, la questione non può essere rinviata. L’associazione invita ad agire subito, seguendo l’esempio di alcuni Paesi dell’Unione Europea che hanno già introdotto strumenti per integrare le pensioni pubbliche con forme di risparmio a lungo termine.

In particolare, viene citata la possibilità di aderire, su base volontaria, a un risparmio previdenziale nominativo presso l’Inps, l’ente che gestisce la gran parte delle pensioni e delle prestazioni sociali in Italia. Si tratterebbe di un meccanismo aggiuntivo rispetto alla pensione obbligatoria, pensato per rafforzare la sostenibilità individuale e complessiva del sistema.

A questo si somma un ulteriore fronte di spesa: secondo la Cgia, anche la spesa sanitaria, sociale e per la non autosufficienza è destinata a crescere in modo significativo, man mano che aumenta la quota di popolazione anziana che necessita di cure e assistenza continuative.


La combinazione di meno giovani al lavoro, più pensionati e maggiore domanda di welfare impone quindi, per l’associazione, un ripensamento tempestivo delle politiche del lavoro, dell’immigrazione e della previdenza, per evitare squilibri difficili da gestire nei prossimi decenni.

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