Di Claudio Velardi conserviamo un ricordo personale nettamente negativo (confermato poi da tutta la sua storia successiva). Quando, da ultimo segretario regionale del PCI, venne a tenere una assemblea pubblica a San Mauro Forte, nel salone comunale. L’unica iniziativa mal riuscita, in quanto a presenze. Sarà stato un caso. Può darsi. Ma tant’è. E quel fotogramma (di una eccezionalità negativa unica, in quel contesto così fortemente partecipativo) ci è ritornato in mente ogni qualvolta ne abbiamo avuto poi successivamente notizia, sia nella sua incomprensibile persistenza malefica tra i lothar dalemiani, sia nelle ulteriori prodezze (dalla carriera da lobbista a fondatore e direttore de Il Riformista) tutte rigorosamente in antitesi alla storia di quello che fu “il partito” per antonomasia. Ora, apprendiamo che proprio lui, invitato dalla associazione “Ci riguarda” di cui è presidente l’ex segretario cittadino del PD, viene a Matera a presentare il libro -scritto a quattro mani con un altro “coerente” ex, Chicco Testa (da presidente di Legambiente a convinto sostenitore del nucleare)- dal titolo “Siamo stati iscritti al PCI“. Per questioni anagrafiche il giovane presidente dell’associazione ospitante non appartiene a coloro che iscritti a quel partito lo furono, mentre lo è stato abbondantemente chi viene indicato nella locandina come colui che dialogherà con l’autore. Ma chissa perchè non meraviglia che, quest’ultimo, si presti alla ulteriore opera di demolizione della reputazione di quel glorioso partito portata avanti da personaggi come gli autori di questo libro. Personaggi che, come rivela la sinossi del volume: “Tra aneddoti personali e retroscena …il libro smonta i miti della “coerenza” e della “diversità” comunista…” Addirittura “un possibile, salutare vaccino per quanti ancora (e non sono pochi…) si ostinano a camminare con la testa voltata all’indietro, dimenticando che la politica, come la vita, è incessante cambiamento, non adorazione delle ceneri.” Loro che avendo capito tutto, su quelle ceneri guarda caso ci tornano… per infangarle. E chi poteva mettere il timbro a questo ulteriore funerale del partito che fu di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer? Un anticomunista della taglia dell’attuale ministro della difesa Guido Crosetto a cui è affidata, addirittura, la prefazione. Chi meglio di lui può darci lezioni su ciò che fu il PCI? E indovinate dove si è tenuta a Roma una bella presentazione di questa opera letteraria lo scorso 7 luglio? Presso la Fondazione di Alleanza Nazionale, in Via della Scrofa 43, nello storico palazzotto in cui ha avuto sede il MSI di Almirante ed ora c’è quella di Fratelli d’Italia. Quale migliore ambientuccio per parlare del PCI? “A introdurre –come riportato dal giornale missino ed ora di FdI Il Secolo dItalia– Antonio Giordano, deputato di Fratelli d’Italia e vicepresidente della Fondazione. Interventi poi di Italo Bocchino, direttore editoriale del Secolo d’Italia, Gennaro Sangiuliano, giornalista e consigliere regionale, Piero Sansonetti, direttore de L’Unità, Chicco Testa presidente Assoambiente e Claudio Velardi, coautore del libro e direttore de Il Riformista. La moderazione affidata alla giornalista Annalisa Terranova.” Non pensiamo serva un disegnino per comprendere dove vogliano andare a parare i due autori. Sicuramente non nella direzione di una salvaguardia di quell’esperienza che così fondamentale è stata per la nascita e la difesa della Repubblica Italiana. Ma, piuttosto a fornire un aiutino alla normalizzazione del post fascismo ora al governo e alla sua velleitaria rincorsa ad affermare una propria improbabile “egemonia culturale“. E cosa c’è di meglio di due ex del PCI per demolire ciò che ancora rimane nella memoria collettiva di quell’esempio di buona prassi politica che evidentemente (seppure conclusasi il 3 febbraio 1991 in quel di Rimini, con la celebrazione del XX congresso) continua a fare paura? D’altronde Velardi ha cominciato già da subito a liquidare in modo sprezzante la dirigenza dell’ex PCI, come rivelato dalla giornalista Alessandra Sardoni nel suo libro sulla crisi del centrosinistra (Il fantasma del leader, Marsilio) in cui pubblica un documento inedito dei tempi di Palazzo Chigi scritto nel luglio 1997, da Velardi in coppia con Fabrizio Rondolino, pare allo scopo di profetizzava una strategia per portare Dalema al Quirinale. Ecco la prosa tranchant già di allora del nostro eroe: “Il partito, inteso come ceto politico, è un cane morto. Il suo stato è sotto ogni punto di vista desolante: il gruppo dirigente nazionale è in buona parte formato da inetti, i gruppi dirigenti locali sono del tutto al di sotto della funzione. Sarebbe illusorio credere che la nascita della Cosa 2 possa diventare l’occasione per una rifondazione del partito, che non può essere rianimato. Dobbiamo aggirare l’ostacolo. Si potrebbe parlare di una crescente ‘staffizzazione’ del Pds. Dobbiamo pensare il Pds come una delle componenti del comitato elettorale di Massimo D’Alema”. Insomma, già emergeva tutta la frenesia e la spregiudicatezza di chi aveva deciso di adeguarsi al “così fan tutti“, abbandonando a se stessa quella grande comunità umana prima che politica. Demolirne le basi era (ed è ancora a quanto pare) la premessa per giustificare la propria deriva liberista e le spregiudicate prassi nel “nuovo” che degradava e che degrada. Che tali personaggi trovino sponda in ambito locale fa luce (ce ne fosse ancora bisogno) su chi coltiva gli stessi scopi e visione. Avendo pure la spudoratezza di offendere tutti coloro che quella storia l’hanno vissuta, rispettata, mai rinnegata, ed utilizzata come cassetta degli attrezzi per mantenere una coerenza così difficile nella ubriacatura liberista che ci ha portato a questo disastro. E per poter ancora oggi interpretare gli eventi e guardare avanti in un mondo che sembra pericolosamente tornare indietro. Con la stessa testa alta e lo sguardo lungo acquisito dai allora che va oltre il patetico orizzonte degli interessi personali di chi questa postura ha completamente abiurato.
“Siamo stati iscritti al Pci…” Tra ricordi e ”Mea culpa”. Velardi a Matera
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Vito Bubbico
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